di Ermes Antonucci
Il Foglio, 23 maggio 2026
Solo nell’ultimo anno ben due processi sono nati a Caltanissetta per presunti depistaggi sulle indagini sull’uccisione di Falcone. Lo storico Salvatore Lupo: “Le indagini fondate su complotti che fanno sparire la mafia”. Il 23 maggio 1992 Cosa nostra uccideva Giovanni Falcone, sua moglie e gli uomini della scorta. Trentaquattro anni dopo, i mandanti e gli esecutori della strage sono stati condannati in via definitiva, ma la vicenda continua a essere al centro di iniziative giudiziarie. Solo nell’ultimo anno ben due processi sono nati a Caltanissetta per presunti depistaggi sulle indagini sulla strage. Una sorta di controcanto rispetto alle inchieste condotte in precedenza a Palermo da Scarpinato, Di Matteo & Co. che invece prefiguravano il coinvolgimento di pezzi deviati dello stato, servizi segreti e massoneria. Dopo 34 anni, però, ci si chiede se tutto ciò sia proprio necessario. “La magistratura non deve sostituirsi alla storiografia”, dice al Foglio lo storico Salvatore Lupo.
“Le ricostruzioni che attribuiscono a Cosa nostra la responsabilità di questi fatti terribili, inclusa la strage di Capaci, sono di gran lunga le più verosimili e sono state confermate da sentenze in ogni sede. Potrebbe bastare questo, soprattutto dal punto di vista giudiziario, perché è evidente che con il passare del tempo i testimoni muoiono, le prove si perdono e le ipotesi tendono a prevalere sui fatti, quindi è difficile trovare altre soluzioni interpretative”, afferma Salvatore Lupo. “Anche perché - aggiunge - l’impressione è che non si cerchi di correggere con qualche particolare ciò che è stato abbondantemente appurato, ma di ribaltarlo”.
Per lo storico, il proliferare di indagini giudiziarie “genera un effetto paradossale, cioè la cancellazione della mafia dalla nostra storia”: “Non dubito che la maggior parte di coloro che propongono queste tesi alternative siano in buona fede e si sentano avversari della mafia. Ma la frase con cui si aprono tutti questi ragionamenti è sempre ‘non è stata solo la mafia’. In questo modo il risultato finale diventa ‘non è stato affatto la mafia’. In altre parole, sarebbe stato qualcun altro, chissà chi. Qualcun altro che non vedremo mai”.
L’effetto finale, prosegue Lupo, è appunto paradossale: “Mentre dalle risultanze del maxiprocesso e da tutte le altre sentenze definitive possiamo individuare la mafia come protagonista della scena politico-criminale italiana degli anni Ottanta e Novanta, con quest’altro modo di procedere per congetture e ipotesi senza fondamento alla fine rischiamo di non sapere più niente. Non ci rimane neanche la mafia: al posto della mafia storica che ha raggiunto il suo massimo protagonismo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Novanta, avremo una mafia sfumata in un insieme di poteri occulti. E non sapremo mai più di chi è la responsabilità degli eventi”.
E’ avvenuto in passato con il processo sulla presunta “trattativa stato-mafia”, poi naufragata in Cassazione. E lo stesso è avvenuto con la strada, percorsa sempre dalla procura di Palermo, sul coinvolgimento di ambienti neofascisti nelle stragi. “La pista nera mi è sempre sembrata un tentativo di uscire dal seminato. Ma se si inventano altri complotti altrettanto inverosimili, che non portano a nessun esito, il risultato non cambia”, dice Lupo, riferendosi alla nuova pista seguita invece negli ultimi mesi dalla procura di Caltanissetta, quella dell’indagine mafia-appalti, condotta prima da Falcone e poi da Borsellino, e individuata come causa della loro uccisione. “Quelle di Caltanissetta non sono più indagini sulla mafia, ma sulla magistratura di Palermo, che avrebbe fatto chissà quali cose terribili. Un disegno in cui coloro che sono stati i più determinati oppositori della mafia vengono dipinti come complici di Cosa nostra. Tutto è possibile, ma andrebbe provato”, ribadisce Lupo. La commissione parlamentare Antimafia, invece, si è buttata a capofitto sul filone mafia-appalti (tanto da ospitare, in un’audizione non secretata, una sorta di requisitoria del procuratore nisseno Salvatore De Luca contro i magistrati Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, indagati per favoreggiamento a Cosa nostra).
Insomma, alla fine, nota Lupo, “la maggioranza di centrodestra sta facendo proprio ciò che ha sempre rimproverato al centrosinistra, cioè andare dietro a delle ipotesi soltanto perché queste vanno a colpire persone politicamente sgradite”. Una cosa è certa, sottolinea lo storico: “Falcone fu ucciso essenzialmente perché la Cassazione aveva confermato le accuse del maxiprocesso. Non credo che esista un’altra spiegazione più forte di questa. Nelle intercettazioni in carcere, Totò Riina disse: ‘Abbiamo fatto uno e due’, lasciando intendere che Falcone e Borsellino erano stati uccisi per la stessa ragione, cosa che è di logica evidenza. Se poi si scopre un’altra spiegazione altrettanto credibile è possibile accettarla, ma io finora non la vedo. E non credo che la vedrò mai”.











