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di Gianni Barbacetto

Il Fatto Quotidiano, 12 maggio 2022

Ho una proposta indecente. Una richiesta impossibile. Una sfida insopportabile. Lo Stato liberi Vincenzo Vinciguerra. È in carcere da 43 anni, dopo aver confessato di essere l’autore della strage di Peteano, in cui il 31 maggio 1972 morirono tre carabinieri.

Ha volontariamente scelto l’ergastolo, rifiutando - unico detenuto in Italia - ogni beneficio carcerario, ogni alleggerimento di pena. È forse l’italiano che da maggior tempo sta in carcere, con la prospettiva, scelta liberamente, di uscirne solo da morto. Valerio Fioravanti, condannato in via definitiva per la strage di Bologna, ha accumulato, anche per altri reati, otto ergastoli, ma arrestato nel 1981, dal 2009 è in libertà. Francesca Mambro, sua complice stragista alla stazione, di ergastoli ne ha accumulati addirittura nove, ma è libera dal 2013.

Mario Tuti, ergastolano dal 1975 per aver ucciso due agenti di polizia e poi per l’assassinio in carcere di Ermanno Buzzi, è in semilibertà dal 2004. Vinciguerra no. Resta chiuso nella sua cella di Opera e non chiede nulla a uno Stato in cui dice di non credere. Non è un “pentito”: ha ammesso le sue responsabilità, ma accusando gli apparati di Stato della Guerra fredda di essere i registi della strategia delle stragi e rifiutando la loro protezione.

Chi voglia conoscere la sua storia, unica e terribile, può ora leggere il libro di Paolo Morando, “L’ergastolano”, da oggi in libreria edito da Laterza. Lo Stato ha ancora la possibilità di mostrare le virtù civili della democrazia: restituendogli la libertà. Una grazia speciale del presidente della Repubblica, unilaterale, senza contropartite, senza condizioni: per riconoscere la coerenza di un uomo che ha raccontato tutto ciò che ha fatto e ha spiegato tutto ciò che ha capito, in molti suoi libri e in innumerevoli deposizioni in tutti i processi per strage a cui è stato chiamato.

Così, il 6 luglio 2000 al processo per Piazza Fontana, ha spiegato la sua scelta di consegnarsi allo Stato: “Io mi sono costituito a questo Stato non ovviamente con volontà di resa, ma semplicemente perché non ritenevo di potere fare ancora il latitante con Avanguardia Nazionale, ritrovandomi nella mia libertà di azione. Capisco che è difficile capire che esiste una libertà in carcere, le vostre carceri poi… Potevo fare il latitante in Argentina, in Spagna, però avrei dovuto restare in Avanguardia Nazionale: costituendomi, ho ritrovato invece la mia libertà di azione”.

Così ha spiegato, per averla conosciuta dall’interno, la destra eversiva italiana: “La mia tesi è semplice”, ha detto nella sua ultima deposizione, il 28 gennaio 2022 al processo Bellini per la strage di Bologna, “io affermo che l’estrema destra italiana formata dopo la fine della guerra, dal 1948-1949 è stata cooptata nei servizi di sicurezza dello Stato per via della sua volontà e capacità di combattere il comunismo.

Questa coincidenza di propositi e di fini tra lo Stato con i suoi partiti anticomunisti, dalla Dc al Pli fino al Partito monarchico, e gli apparati militari di sicurezza ha fatto sì che si sia creato un rapporto simbiotico che è continuato fino a tutti gli anni Settanta. Per questo nego che sia mai esistita un’eversione nera, cioè un attacco allo Stato da parte dell’estrema destra: casomai c’è stato un intervento dell’estrema destra in operazioni clandestine e occulte che comunque dovevano favorire una democrazia autoritaria.

Un intervento quindi a favore dello Stato, non contro di esso, perché in Italia non c’è episodio di strage in cui l’estrema destra non sia coinvolta. La logica delle stragi è una sola e i collegamenti tra gli imputati e i servizi segreti sono provati, da Piazza Fontana in avanti. La strage di Bologna è un evento in continuità con le precedenti, non un caso a parte”. Anche l’Italia ha avuto il suo battaglione Azov. Se quella storia ora è finita, tenerlo in cella è ormai un’onta per lo Stato democratico: liberate Vinciguerra.