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di Barbara Stefanelli

Corriere della Sera, 2 maggio 2025

Qual è la correlazione, se c’è, tra la presunta maturità personale di una popolazione sempre più attempata e le zuffe infantili tra radicalismi contrapposti? Nel 2010, mentre cominciavo a tormentarmi con il pensiero dell’inevitabile incombente “crisi di mezza età”, mi capitò tra le mani un articolo proposto dal settimanale The Economist nel paniere de “Gli speciali di Natale”. Il contenuto del pacco-dono si sarebbe rivelato perfetto per me e soprattutto avrebbe assunto il valore di uno spartiacque negli studi sulla longevità: veniva riportata un’indagine secondo la quale dopo i 45 anni l’indice della felicità riprende a salire dopo un paio di decenni in declino.

La descrizione era quella di una inversione a U: a metà dei quarant’anni tocchi il fondo (preoccupazioni crescenti per i figli, genitori meno giovani e attivi, qualche tua articolazione dolente, il plateau raggiunto nella vita professionale) ma poi, più o meno magicamente, scendi a patti con quello che sei e con quello che non potrai essere.

Fai un ricalcolo di ambizioni e possibilità, riduci la dispersione provocata dallo sciame di troppe aspettative e ti concentri sulle aspirazioni più profonde. In sintesi, ti senti meglio, vivi meglio. Questo rimbalzo, in grado di tirarti su nel diagramma esistenziale fino ai 70 anni (se ci arrivi senza malattie croniche), si produce a qualunque latitudine e in prossimità di incroci sociali disparati. Escluse situazioni estreme, infatti, “la curva” era stata intercettata in 75 Paesi, così come tra persone con livelli di istruzione e standard economici disparati.

Semplice deduzione degli studiosi: i fattori esterni contano (genere, salute, soldi, educazione) e producono oscillazioni; tuttavia, il quinto fattore - l’età - sembra tracciare un destino comune. L’esperienza, che porta a una migliore conoscenza del mondo e di sé stessi, contribuisce a ridurre l’esposizione all’insoddisfazione. Non solo. Una sopraggiunta predisposizione alla felicità, o almeno a un’accettazione non depressiva (“è andata così, cerchiamo di prenderci il meglio”), favorisce la salute e pure la produttività.

Per qualche mistero algoritmico quel testo, The U-Bend of Life, è stato rilanciato nei circuiti digitali proprio in questa primavera di guerre militari e commerciali, di fatica e malumori. E mi sono chiesta: qual è la correlazione, se c’è, tra la presunta maturità personale di una popolazione sempre più attempata e le zuffe infantili tra radicalismi contrapposti che rendono quasi impraticabili i compromessi? Da dove scaturisce la rabbia che esprimiamo?

Sono andata allora a riprendermi il Rapporto sulla Felicità Mondiale 2025, il World Happiness Report, che dal 2012 viene pubblicato grazie alla collaborazione tra l’università di Oxford, i sondaggisti Gallup e le Nazioni Unite. Il capitolo 7, in particolare, dichiara che “infelicità” e “diffidenza” diffuse “spiegano il populismo”. Dal 2015 al 2024, nel decennio che va dalla Brexit alla rielezione di Trump, la perdita di fiducia - nelle istituzioni, nelle leadership ereditate dal ‘900, nel “sistema” cui apparteniamo, negli altri - ha spinto la maggioranza degli elettori nei Paesi occidentali a votare chi prometteva il cambiamento, la rottura, magari lo sfascio.

Senza neppure considerare se, privilegiando un determinato partito o movimento, ne sarebbero derivati vantaggi concreti in termini di redistribuzione delle risorse. Il punto era/è sferrare un colpo, alzare un muro, aggrapparsi alla promessa di uno scudo contro quello spaesamento che deriva da cause economiche (le accelerazioni di globalizzazione e tecnologie) e culturali (i flussi migratori, lo schianto delle tradizioni).

Ma è pensabile, qui, “un’inversione a U” allargata, universale? C’è la possibilità di una trama di consapevolezze che vada a ricucire le vite individuali, a riavvicinarle punto dopo punto, trasformando la vulnerabilità - che oggi sentiamo tutti - in una ragione di vicinanza e non in un’istigazione al sospetto reciproco?

Per affrontare questa nostra crisi (globale) di mezza età, avremmo bisogno di leader tanto competenti quanto coraggiosi, disinteressati ai consensi dal fiato corto, capaci di “lacrime sincere, non di circostanza”, come ha scritto Francesco nelle meditazioni per la Via Crucis. E servirebbe, alla base, una rinuncia al rintanamento, all’isolamento, a favore della comunità. Una comunità da reinventare, da ritentare: al largo di sovranismi pubblici e privatissimi, di ogni tentazione autarchica giustificata dalla paura.