di Concita De Gregorio
La Repubblica, 9 giugno 2024
Ci vorrebbe un’agenda condivisa, un dialogo fra forze anche distanti ma accomunate dal desiderio del bene comune. Ci vorrebbe una cultura comune. Su questa sì, si potrebbe fondare un’idea di Paese, di Patria, di Europa. Si va invece in direzione opposta. Dunque da lunedì 10 giugno, a urne chiuse e conti fatti, si potrà finalmente riprendere a chiedere ragione di quel che manca al Paese e non del “rutto libero” al quale, avete visto, come da previsioni siamo effettivamente arrivati nei comizi finali.
Chiedere ragione è un concetto forte. Domande e risposte sono una pratica scomparsa, nei desideri e dunque nelle pratiche del centrodestra di governo. Sostituite da monologhi, battute di spirito, dirette Facebook, TikTok e canali tv di produzione propria. Un confronto, una vera conferenza stampa, un’intervista con domande concrete e incalzanti è qualcosa di totalmente fastidioso, per la presidente e il suo entourage. Non desidera, sostituisce o fa sostituire chi non si adegua, promuove in cambio comici e cabarettisti, ballerini e simpatici presentatori - la tv pubblica della nuova auspicata egemonia culturale.
Anche cultura è un concetto forte. Se ce ne fosse di più, di cultura scientifica per esempio, la premier e la sua chiamiamola classe dirigente non sarebbero certi di andare sul velluto ad ammiccare ai negazionisti, ai complottisti, a quel mondo un tempo semisommerso e oggi totalmente emerso e assai agguerrito che con la stessa facilità nega l’esistenza dei virus, dello scioglimento dei ghiacci, forse della rotazione terrestre, certamente degli elementari diritti umani e dei popoli in transito, “seh, poveri cristi”.
Se ci fosse più investimento nella scuola, che non sono le classi made in Italy andate poi deserte, nella cultura di base e diffusa, nel sostegno a chi ha difficoltà e dunque, per esempio, un’educazione alla differenza e alla convivenza dove certo si premia il merito, ma si riconosce intanto la fatica di chi parte da più lontano e fa più strada per superare gli ostacoli. Se ci fosse un atteggiamento laico e rispettoso delle libertà rispetto alle identità, alla cittadinanza, alla possibilità di disporre del proprio corpo e di fare le proprie scelte.
Ecco, già che si vota la nuova Europa, se ci fosse un’idea di Europa. Allora si potrebbe, in questa cornice, discutere senza giocare a chi urla più forte in tv e dire di quel che davvero conta, perché un Paese cresca: non basta che ci sia più lavoro, bisogna che non sia lavoro povero.
Non servono le statistiche su quanti, bisogna stabilire come: che i redditi siano dignitosi, che siano uguali per uomini e donne, che non sia disincentivato il lavoro femminile perché le donne è più utile che si prendano cura della casa, dei genitori e dei figli, che i figli non abbiano contratti capestro con il ricatto incorporato, se non accetti queste condizioni avanti un altro, c’è la fila.
Non basta un decreto per sanare gli abusi che fa contenti tutti, perché così finalmente si fa prima a fare un po’ come ci pare, la burocrazia è lenta e corrotta: bisogna snellire la burocrazia, non strizzare l’occhio a chi corrompe e a chi evade, non parlare di pizzo di Stato, non incentivare chi agisce in modo illegale tanto poi col pagare si risolve. Bisogna, bisognerebbe, educare alla legalità e punire chi non la rispetta. Non additare la magistratura come nemica, distinguere l’architettura della Giustizia dall’errore giudiziario, non cavalcarlo. Trattare con rigore e dignità chi è in carcere, punire i carcerieri che abusano.
Per risolvere il problema delle liste d’attesa negli ospedali non basta dire fate le analisi privatamente, se i soldi per i rimborsi non ci sono e se tutto il carico finisce poi sulle spalle delle Regioni, che non li hanno. Non basta pagare i medici presi a contratto, medici che se ne sono andati dal pubblico perché guadagnano più decentemente a farsi assumere, anche a tempo, in supplenza del pubblico. Non basta promettere cantieri, quindi più lavoro nei cantieri: bisogna scegliere le opere realmente indispensabili e fare in modo che nei cantieri si lavori senza morire, non in subappalti a cascata fino al lavoro nero ma con le garanzie anche costose che servono a salvare le vite.
Io non credo che siano concetti di sinistra. Credo che una destra liberale, una destra moderna e non nostalgica del dispotismo in maschera, dovrebbe e potrebbe volere altrettanto. Ci vorrebbe un patto per il progresso, un’agenda condivisa, un dialogo fra forze anche distanti ma accomunate dal desiderio del bene comune. Ci vorrebbe una cultura comune. Su questa sì, si potrebbe fondare un’idea di Paese, di Patria, di Europa. Si va invece in direzione opposta. Sempre più rumorosamente, cialtronescamente, pericolosamente. Ci vorrebbe la politica. Qualcuno che sa farla. Non era molto tempo fa che Almirante e Berlinguer si portavano rispetto. Mi pare che La Russa lo abbia ricordato di recente. Eppure, invece. Ecco, forse da lì, dal rispetto, si potrebbe riprendere il bandolo. Meno insulti, meno scherno, più ascolto e più dialogo. Tanto più questo sembra impossibile quanto più bisogna, senza stancarsi, ripeterlo.









