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di Conchita Sannino

La Repubblica, 29 aprile 2022

Se leghisti e renziani non rinunciassero alle modifiche, il testo rimaneggiato dovrebbe tornare alla Camera per l’ultimo voto. E il Consiglio, in scadenza a luglio, non potrebbe essere votato con il nuovo sistema elettorale. Sabato l’assemblea Anm: si valuta l’ipotesi dell’astensione.

Bocciata dai magistrati, che rilanciano l’idea dello sciopero. Rimessa in discussione e attesa al varco - per ora, da Lega e Iv - in Senato. Com’era previsto, è accidentata la strada della riforma sul Csm e l’ordinamento giudiziario, approvata martedì scorso alla Camera (con 328 sì, 41 no e l’astensione dei renziani). Il giorno dopo, Matteo Salvini e la senatrice Giulia Bongiorno ribadiscono di voler “cambiare la riforma in aula”. Un punto su cui anche Italia Viva sembra non voglia mollare. Tanto che si chiude con un nulla di fatto e un rinvio, quasi alle dieci di mercoledì sera, il vertice di maggioranza - con i ministri della Giustizia, Marta Cartabia, e dei rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà - che avrebbe dovuto trovare una soluzione.

Dal tavolo si esce senza apparenti aut aut, ma anche senza spiragli. Perché se Lega e Iv insistono nel voler “proporre correttivi”, il governo mantiene la promessa di non porre la fiducia, ma non apre neanche alle modifiche: sottolineando che bisognerebbe stare entro la dead line del 20 maggio per l’approvazione finale, per poter avviare le nuove elezioni del Consiglio Superiore con le regole appena approntate. Parallela, intanto, monta l’agitazione delle toghe. Per sabato è attesa l’assemblea straordinaria dell’Anm in cui si valuterà l’ipotesi dell’astensione: su cui frenano un po’ le correnti, ma picchiano molto i giovani, o le aree periferiche. “Come ai tempi di Berlusconi: chi l’avrebbe mai detto”, uno dei tanti commenti. E proteste, dissenso e mal di pancia per quelle norme appena passate a Montecitorio affiorano, in presenza o dal videcollegamento, alle giunte distrettuali riunite: da magistrati di Milano e da Bari, passando per Napoli.

Meno di tre settimane per portare a casa la riforma. “Ma non si può rimettere tutto in discussione, proprio adesso”. Sono partiti da questa posizione la Guardasigilli Cartabia e il ministro D’Incà, di fronte alla determinazione con cui per tutto il giorno la responsabile Giustizia del Carroccio e il leader Salvini avevano ribadito: “Al Senato si possono apportare correttivi alla riforma”. Invece non c’è tempo, è stata l’indicazione del governo. Il testo dovrebbe approdare la settimana prossima alla commissione di Palazzo Madama, poi il voto in aula. Così, nella riunione con i capigruppo di maggioranza, ieri, i toni erano bassi, ma gli ostacoli chiari: se leghisti e renziani non rinunciassero alle modifiche, il testo rimaneggiato dovrebbe poi tornare alla Camera per l’ultimo voto. E il nuovo Csm, in scadenza a luglio, non potrebbe essere votato con il nuovo sistema elettorale.

Il pressing arriva anche da Iv. “Al Senato cercheremo di migliorare la riforma ma appare evidente a chiunque che, senza che si intervenga in modo adeguato sull’elezione dei membri del Csm e sulla responsabilità civile dei magistrati, il potere delle correnti non viene in alcun modo spezzato e anzi, per certi versi, rischia di essere rafforzato”, sostiene il senatore renziano Luigi Cucca. A sostegno del governo, invece, il Pd ricorda che il merito della riforma è stato già sviscerato e discusso negli ultimi sessanta giorni, anche da parte di renziani e leghisti: rimettervi mano significherebbe far saltare l’intero accordo con tutte le altre forze. Ecco perché la responsabile Giustizia dem, Anna Rossomando, aveva messo in chiaro già martedì, subito dopo il primo ok della Camera: “Ci aspettiamo un rapido avvio dell’iter al Senato, sulla base delle intese già raggiunte dalle forze politiche di maggioranza”.

“Una riforma punitiva”, la definiscono i magistrati. “Di un oscurantismo impressionante”. Un pacchetto di norme che “tratta i diritti come merce, e spinge i magistrati a rispondere del prodotto”. Ma noi, si accalorano pm e giudici collegati ieri in chat o in riunione, “non vendiamo un prodotto. Noi svolgiamo un servizio”. La sintesi di una toga dice tutto in quattro parole: “Fine del potere giudiziario”.

È un clima da day after, a sentire la base della magistratura che attende, sabato 30, l’assemblea straordinaria dell’Anm. Sul tavolo, l’opzione dello sciopero. Definito “inaccettabile”, l’altro giorno, in particolare dagli esponenti di Fi, Lega e di Azione, durante il dibattito parlamentare alla Camera. E invece rilanciato come risposta estrema, da un consistente settore di magistrati più giovani e impegnati, estranei in larga parte alle dinamiche delle correnti.

Ma le correnti aspettano il dibattito in assemblea. A sinistra, per Magistratura democratica, l’idea forte dell’astensione non è un tabù, così come per Autonomia e Indipendenza, la componente cui appartiene Nino Di Matteo; più dubbi pesano su Area, che confessa di temere le strumentalizzazioni della politica a fronte di un malessere fondato. E molte perplessità attraversano anche i moderati di Unicost e di Mi. Intanto dalla giunta distrettuale di Bari si leva pressoché unanime la richiesta dell’astensione.

A Napoli e Milano voci a favore e altre più prudenti. Ma le critiche alla riforma sono forti, come la scintilla partita un mese fa dagli uffici più periferici: da Busto Arstizio a Nola. Una toga dal capoluogo Milano dice ieri: “Dobbiamo fare qualcosa, dobbiamo essere noi i primi, magistrati senza alcuna appartenenza correntizia (visto che giustamente le correnti sono viste con diffidenza dopo i recenti scandali) a sensibilizzare i colleghi e a fare sentire che siamo tutti uniti contro questa riforma. Non c’è la questione solo della separazione. C’è anche la pagellina dei magistrati che serve solo a intimidirci”. E Francesco, un magistrato di Napoli: “Se le correnti non sono in grado di percepire il pericolo, allora saremo noi a farci carico di quel pericolo, tentando di arginarlo. Insomma, andiamo avanti con coraggio e per lo sciopero”. E Luca: “Dobbiamo scioperare, correndo anche il rischio che i cittadini non capiscano”. Interviene un collega da Genova: “È anche nel loro interesse. Dobbiamo chiedere ai nostri concittadini: volete che ci sia ancora un giudice a Berlino?”.

Tra le voci più severe, emerge ieri anche quella del procuratore per i minori di Milano, Ciro Cascone, secondo cui “il rischio è che queste norme producano una giustizia conformista di bravi soldatini, che non vada più incontro ai diritti che evolvono, seguendo i bisogni dei cittadini che cambiano”.

Per Cascone, da sei anni al vertice dei pm minorili, “questa è infatti una riforma della magistratura, non della giustizia” che “non risolve i veri problemi, a cominciare dalla mancanza del personale. E che disegna un modello aziendalista in cui viene premiato il magistrato che non rischia, per paura di essere smentito dagli altri gradi di giustizia”. Vinceranno i falchi o le colombe, nell’adozione delle iniziative di protesta della magistratura italiana? L’unica certezza: il malcontento, tra le toghe, è a un livello di guardia.