di Andrea Malaguti
La Stampa, 4 gennaio 2026
Ha ragione Haruki Murakami. “Stando a lungo al buio, il buio diventa la condizione normale. È la luce che finisce per sembrarci innaturale”. Le pupille della civiltà sono ridotte a spilli. Nicolas Maduro, accusato di terrorismo e di traffico internazionale di stupefacenti, negli Stati Uniti rischia la pena di morte. O, se gli va bene, trent’anni di galera. Euforico, in pieno delirio di onnipotenza, con la stessa felicità di un bambino di nove anni (però con la bomba atomica e l’esercito più forte della Terra), The Donald commenta orgoglioso il blitz contro il presidente venezuelano: “L’ho visto letteralmente come se stessi guardando una serie tv. Se aveste visto la velocità, la violenza. Una cosa incredibile”.
È tutto molto complicato in questa Nuova Età delle Tenebre e dell’Illegalità, in cui il presidente Donald Trump annuncia stentoreo che il dominio degli Stati Uniti nell’Emisfero Occidentale non sarà più messo in discussione. “Siamo dominanti”, rivendica come se stesse parlando della finale del Super Bowl. Le liberaldemocrazie novecentesche non esistono più. Ecco cosa ci racconta il golpe in Venezuela. La diplomazia si scansa. Tocca ai Gladiatori.
Nicolas Maduro è un dittatore che ha soffocato il suo Paese per tredici anni, servendosi dell’esercito e di una propaganda orwelliana. Distruggendo economia e diritti. Terrorizzando gli oppositori, sfruttando il narcotraffico, tollerando e alimentando la corruzione, sbriciolando il prodotto interno lordo, manipolando le elezioni, schiacciando le minoranze, spingendo alla fuga otto dei suoi trenta milioni di connazionali. Un uomo pericoloso, instabile, rozzo, avido, incapace di gestire i favolosi giacimenti di petrolio (il 18% delle riserve mondiali), in una nazione ricca di oro, coltan e terre rare, eppure ridotta alla fame. Difficile piangere per il suo arresto e per quello della moglie.
Stabilito questo, che diritto ha il presidente degli Stati Uniti di dargli la caccia fino in camera da letto, di esfiltrarlo a New York, di determinare il cambio di regime e di assumere, di fatto, il controllo di Caracas? Nessuno, naturalmente. Semplicemente, a Trump il diritto non interessa. La legge è Lui. Larga parte del pianeta lo applaude. L’unica cosa che conta è la Forza. La capacità di esercitarla, in spregio a qualunque legge internazionale, ormai carta straccia per nostalgici allocchi di un equilibrio globale che non esiste più.
Per spiegare il colpo di Stato, arrivato trentasei anni dopo quello panamense, quando toccò al generale Manuel Noriega, detto “Faccia d’Ananas”, essere rovesciato, il Presidente ha detto senza pudore: “Non basta nascondersi in un palazzo di Caracas per sfuggire alla legge americana. Ora saremo noi ad avere un ruolo nella gestione del petrolio, che controlleremo e rivenderemo”. D’altra parte, era già tutto scritto nel documento sulla sicurezza nazionale. Washington rivendica la propria sfera di influenza sull’intero continente americano, Nord, Centro e Sud, dal Canada al Cile, passando, con larga deviazione, dalla Groenlandia. E se vi state chiedendo quale differenza ci sia con il presidente russo, Vladimir Putin, che pretende il vassallaggio ucraino, con quello cinese, Xi Jinping, pronto a imporre un nuovo vincolo di fedeltà a Taiwan e con quello israeliano, Bibi Netanyahu, determinato a devitalizzare per sempre Gaza, la risposta è simile: quasi nessuna.
Ha ragione Haruki Murakami. “Stando a lungo al buio, il buio diventa la condizione normale. È la luce che finisce per sembrarci innaturale”.
Le pupille della civiltà sono ridotte a spilli. Nicolas Maduro, accusato di terrorismo e di traffico internazionale di stupefacenti, negli Stati Uniti rischia la pena di morte. O, se gli va bene, trent’anni di galera. Euforico, in pieno delirio di onnipotenza, con la stessa felicità di un bambino di nove anni (però con la bomba atomica e l’esercito più forte della Terra), The Donald commenta orgoglioso il blitz contro il presidente venezuelano: “L’ho visto letteralmente come se stessi guardando una serie tv. Se aveste visto la velocità, la violenza. Una cosa incredibile”. Adesso anche lui ha la sua Operazione Speciale. La violenza lo inebria. L’azione lo emoziona.
Le serie tv sono la sua Bibbia. Il petrolio il suo scopo. Ma su un punto Trump ha ragione: è successo l’incredibile. Nulla di sorprendente, però. L’ennesima retromarcia che riporta l’orologio della storia agli Anni della Guerra Fredda. Il Gioco dell’Oca della stupidità umana che torna a presentarci il conto. Il Potere recupera il suo paradigma più classico: chi picchia più forte vince. Da Atene al Medioevo, da Napoleone a Hitler, sei in grado di far cadere un regime? Lo fai. C’è l’Iran, dopo il Venezuela? Si accettano scommesse, mentre Kiev e Taipei incrociano le dita. Gaza, semplicemente, non le ha proprio più.
Nulla di quello che succede a Washington, della “dottrina Don-roe” che ha sostituito la “dottrina Monroe”, è casuale. L’incontro di poche settimane fa tra il ministro della guerra Peter Hegseth e i generali del Centcom e dell’Africom (responsabili dell’esercito a stelle e strisce in Medioriente e Africa), era stato un chiaro avvertimento. L’attacco di Caracas è il modo della Casa Bianca per scrivere a caratteri cubitali nell’irrequieto cielo della geopolitica il proprio piano strategico: don’t screw with me.
Che volendo essere delicati si potrebbe tradurre con: non fate i furbi con me. Qualunque altra interpretazione più volgare sarebbe certamente coerente con la personalità del Tycoon. La foto di Maduro, ammanettato e bendato, pubblicata su Truth, ostentata come un trofeo da salone di caccia e la rivendicazione sgangherata e narcisistica del blitz venezuelano, sono la testimonianza agghiacciante di una Volontà di Potenza più volte rivendicata.
Pubblicato dalla Silvio Berlusconi editore, è schizzato in cima alle classifiche dei libri di Natale, un significativo saggio firmato da Alex Karp intitolato “La Repubblica tecnologica”. È la summa teologica del pensiero americano dominante. Karp, zeppo di lauree umanistiche, figlio di un’artista afroamericana e di un pediatra, il salto nell’universo dei miliardari, lo ha fatto incontrando Peter Thiel e fondando assieme a lui “Palantir”, unicorno della Silicon Valley che fornisce Big Data a forze dell’ordine, esercito e intelligence.
Un gigante militare che si sente investito di una missione: schierarsi saldamente al fianco dello Stato per difendere i “valori” americani e Occidentali - qualunque cosa significhi - dagli istinti predatori del resto del mondo.
“La Repubblica tecnologica” si apre con una citazione di Samuel Huntington: “L’ascesa dell’Occidente non è stata resa possibile dalla superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione, ma dalla sua superiorità nell’usare la violenza organizzata”. Karp la fa propria e chiosa. “Gli Occidentali spesso dimenticano questo fatto, i non occidentali non lo dimenticano mai”.
Perciò, l’unico modo per proteggersi da chi ha una memoria così sorprendentemente rancorosa, è affidarsi alla forza. Palantir è la prima BigTech che rompe la cultura antimilitarista presente nella Silicon Valley, attaccando direttamente i signori del software che radunano migliaia di geniali ingegneri solo per moltiplicare il denaro nelle proprie casseforti e realizzare effimere app di scambi di foto. La visione di Karp è chiara: “L’élite degli ingegneri della Silicon Valley ha il preciso dovere di contribuire alla difesa della nazione. Non di arricchire sé stessa”. Perché là dove i liberali hanno paura di passare, è il sottotesto, arrivano i fondamentalisti. E anche oggi il potere che serve a creare dei danni è un potere che - come sosteneva Thomas Shelling - serve a contrattare. Dunque, fa parte della diplomazia.
È questo lo spaventoso scenario di riferimento sposato da Trump, titolare di un esercito tecnologico come mai nessuno in passato. Lo usa. Lo alimenta. Lo stimola. In Venezuela lo ha testato, certo che la stessa visione abbiano i suoi parigrado russi e cinesi. Sicuro che la Grande Accelerazione degli algoritmi possa consentire anche ad un piccolo Paese di generare danni devastanti. Per questo non farà prigionieri, ossessionato dall’idea del controllo totale, in cui democrazia e libertà entrano in contraddizione. La libertà arriva dall’alto. Dalla Casa Bianca. Meglio ancora, da Mar a Lago.
Come si salva l’Europa? Prendendo il largo da questa visione. Investendo in tecnologie, difesa, e coesione. Ricostruendo il proprio universo valoriale. Salutando educatamente l’America. Almeno per un po’. Vasto programma, mentre The Donald ostende i nemici in manette e si bea di successi militari che nessun altro è in grado di realizzare. Si sente un dio. Ha scelto il dio della guerra. Non male per chi pretendeva il Nobel per la pace. Siamo solo al 4 gennaio. Non abbiamo ancora visto niente. Buon 2026.










