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di Federica Olivo

huffingtonpost.it, 31 luglio 2024

Il collegio guidato da Felice Maurizio D’Ettore è considerato troppo vicino al Governo. Il suo atteggiamento cozza con il grande attivismo dei Garanti territoriali, che il 7 agosto vedranno Nordio. Verini (Pd): “Concezione burocratica del ruolo”. Le associazioni: “Stanno distruggendo l’istituzione”. Gli agenti: “Nessun rapporto”. “E il Garante nazionale dei detenuti dov’è? Che fa?”. Mentre il dramma dei suicidi in carcere e delle condizioni indecenti dei penitenziari emerge con prepotenza e non incontra risposte adeguate, un interrogativo serpeggia tanto in Parlamento quanto tra addetti ai lavori e associazioni. C’è un certo malcontento, che assume picchi più o meno alti a seconda di chi parla, nei confronti del nuovo collegio del Garante nazionale dei detenuti. A Felice Maurizio D’Ettore - civilista, ex parlamentare, prima berlusconiano, poi totiano, infine meloniano - e ai suoi colleghi Irma Conti e Mario Serio si contesta in alcuni casi l’assenza, in altri un’interpretazione troppo burocratica del ruolo, in altri ancora un’eccessiva accondiscendenza nei confronti dei provvedimenti del governo. Al punto che un tiepidissimo dubbio - scritto in giuridichese spinto - espresso dal Garante sul ddl sicurezza era stato salutato con sorpresa, perché considerato un gesto inusuale.

Ma andiamo per gradi. E partiamo dalla politica. D’Ettore è subentrato a Mauro Palma a novembre 2023 e il suo ruolo è diventato operativo nei mesi scorsi. Prima della nomina governativa non è stato consentito alle commissioni parlamentari competenti di audirlo. E già questa era stata considerata una forte sgrammaticatura. In Parlamento, in ogni caso, il Garate si è visto solo una volta, quando, tra lo sgomento delle opposizioni, ha teso la mano al governo e bocciato la liberazione anticipata speciale proposta da Roberto Giachetti, considerandola “un rimedio “sintomatico”, transitorio e di carattere contingente”. Definendola, ancora, “mostra i limiti della sua efficacia” perché dopo qualche anno le carceri comunque si riempiono di nuovo. Un’opinione legittima, che però a molti è parsa stonata rispetto al ruolo del Garante: che sarebbe quello di tutelare i detenuti. Tanto più in un momento così drammatico. Aveva fatto indispettire non poco, poi, i senatori del Pd il fatto che nessuno dei tre componenti del collegio si fosse presentato all’audizione sul decreto carceri. In quell’occasione è stata mandata solo una relazione. Per inciso, senza nessuna nota critica nei confronti del provvedimento del governo che li aveva nominati. Perché la chiave è questa: “Questo Garante - ci dice una fonte parlamentare che conosce bene il carcere - è poco incline a dire o fare cose che possano disturbare il governo”.

A metà giugno era stato il dem Walter Verini a porre un faro sulla situazione. Il senatore del Pd ribadisce ad HuffPost: “In tutta questa tragedia emergono due dati. La prima è l’irresponsabilità del governo, la seconda è la concezione burocratica del ruolo che interpreta l’ufficio del Garante nazionale. Non è un attacco personale, ma non posso non rilevare la differenza tra il lavoro burocratico del Garante nazionale e la trincea in cui sono i Garanti territoriali”. A far deflagrare il caso - con Devis Dori di Avs che nota che “del garante nazionale non si sente da un po’ la voce” - è stata l’iniziativa dei Garanti locali dei detenuti. Capitanati da Samuele Ciambriello, che si occupa dei reclusi campani, hanno fatto una conferenza stampa al Senato, proposto la liberazione immediata di circa 8mila detenuti che hanno un residuo di pena di meno di un anno e condannati per reati non gravissimi e il 7 agosto vedranno il ministro. E il Garante nazionale? “Visto l’andazzo l’hanno bypassato”, insinua qualche detrattore. Più morbido Ciambriello, che ad HuffPost spiega: “Siamo due istituzioni differenti e seguiamo canali differenti, ma i primi ad avere le notizie sui casi critici siamo noi sul territorio”. Qualche Garante locale, però, non riesce a trattenersi dal farci notare che con la gestione precedente i rapporti con Roma erano più intensi.

Anche gli operatori che in carcere lavorano o fanno volontariato hanno iniziato a percepire un distacco, che si è trasformato spesso nell’assenza di rapporti. “L’impressione - ci dice un esponente di una nota associazione che si occupa dei detenuti - è che siccome cancellare l’istituzione del Garante era troppo e quindi hanno pensato di distruggerla. Ormai lavoriamo come se un garante non ci fosse”. L’opinione è condivisa anche da chi si occupa di migranti. Il Garante, infatti, ha competenza anche sui centri di permanenza per il rimpatrio: “Non ha detto una parola sui Cpr in Albania”, è uno dei rilievi che viene condiviso con HuffPost. Gli addetti ai lavori ricordano, in particolare, il caso delle proteste al Cpr di Trapani: “C’era stata una rivolta, la struttura era in parte inagibile, erano stati fatti dei trasferimenti (tra i trasferiti c’era anche Ousmane Sylla, giovane che poi si è suicidato, e il Garante se ne è uscito con un misero comunicato di poche righe”. Il tema non sono solo le esternazioni pubbliche - comunque importanti, perché in un momento del genere i detenuti hanno bisogno di vicinanza da parte delle istituzioni - ma è anche l’attività. Sia chiaro: il collegio non si è rinchiuso nelle sue stanze dorate. Qualche visita è stata fatta, anche se qualcuno lamenta il fatto che più che con i detenuti parlino con la dirigenza, la relazione al Parlamento arriverà. In ritardo - a quanto risulta ad HuffPost, a settembre - ma arriverà. Qualche report, poi, viene stilato. Quello sui suicidi in carcere, ad esempio: “Però prendono acriticamente i numeri del Dap. Così non serve”, ci dice un agente penitenziario.

I sindacati di Polizia penitenziaria, a proposito, sono stati incontrati dal nuovo Garante, ma la relazione non è idilliaca: “Noi saremo anche i garanti degli agenti, ma con Palma avevamo rapporti, con questi nuovi non abbiamo nulla da dire”, è il commento senza mezzi termini di uno di loro. Subito dopo l’insediamento del collegio, a scagliarsi contro la nuova formazione era stato Gennarino De Fazio, della Uilpa Polizia penitenziaria, perché aveva notato un’anomalia che lo aveva portato a definire il nuovo ufficio “Garante che non rispetta le garanzie”. Cosa era successo? Quattro agenti penitenziari erano stati tolti dal carcere e infilati nello staff del nuovo Garante. Secondo quanto riferito da De Fazio l’assunzione era avvenuta “senza l’esperimento di alcuna procedura di selezione atta a offrire assicurazioni di efficienza, efficacia, imparzialità e trasparenza”.

Il bilancio, insomma, al momento non è dei più rosei, ma questo ufficio sta lavorando da pochi mesi e, se vorrà, avrà certamente tempo per dimostrare che i suoi detrattori si sono sbagliati. L’impressione su cui, però, tutti gli addetti ai lavori concordano è che il formalismo, la burocrazia e l’attenzione a non irritare il governo stiano prevalendo sugli altri aspetti delle attività di un’istituzione chiamata a tutela degli ultimi tra gli ultimi. Che deve essere un punto di riferimento per chi sta in prigione.