di Riccardo Staglianò
La Repubblica, 22 maggio 2023
L’omicidio della psichiatra Barbara Capovani riapre il dibattito. Noi siamo entrati in una delle residenze che hanno sostituito gli Opg. Ma non è neppure questo il posto giusto per un killer.
Calice al cornoviglio (La Spezia). Senza considerare il resto, sembrerebbe l’inizio di una scampagnata. La strada che si inerpica tra un bosco di castagni, il castello Doria-Malaspina sullo sfondo, il tutto baciato da un sole che grida estate a ogni raggio. Fino al cartello Rems, che sta per Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza, le strutture che dal 2015 hanno rimpiazzato gli Ospedali psichiatrici giudiziari (Opg), il ricovero dei matti pericolosi, in una estrema sintesi politicamente scorretta. È in un posto come questo che avrebbe dovuto stare Gianluca Seung, l’uomo che è accusato di aver ucciso a sprangate la psichiatra Barbara Capovani, essenzialmente rea di non aver avallato la sua infermità di mente? Uno che diceva di avere il cervello blu e il dna alieno, ma che era spesso invitato, in giacca e cravatta, a parlare nei convegni dell’antipsichiatria, il movimento critico su contenzioni e Trattamenti sanitari obbligatori (Tso).
Per Alfredo Sbrana, una vita tra Opg e reparti, che ha diretto la psichiatria territoriale pisana prima della stessa Capovani e che, dopo aver inaugurato quella di Volterra, oggi dirige la Residenza ligure che siamo venuti a visitare, la risposta è un deciso no: “Una cosa è la malattia psichica, dal disturbo bipolare alla schizofrenia, con tutta la sintomatologia di deliri e allucinazioni. Altra il disturbo della personalità, un modo di essere, antisociale, narcisistico, che annulla la tua empatia nei confronti dell’altro. Seung è uno che non agiva perché sentiva le voci ma che si filmava mentre l’arrestavano”.
E quindi doveva stare in quelle “proiezioni territoriali in carcere”, come la stessa Capovani aveva battezzato il felice esperimento nella prigione pisana: qui psichiatri a contratto fanno i turni per stabilizzare gente malata, e assai pericolosa, in una struttura dove la polizia penitenziaria protegge gli operatori. Cosa che non succede nelle Rems, dove ci sono giusto due guardie giurate per evitare che gli internati scappino (è successo). E men che meno nel parcheggio dell’ospedale Santa Chiara dove il 21 aprile la dottoressa si era chinata per togliere il lucchetto alla bici e tornare a casa dai tre figli e dal marito dando la schiena all’indisturbato assassino.
Se non Seung, sedicente sciamano che aspettava ai domiciliari, all’evidenza troppo laschi, l’ennesima udienza fissata il 17 maggio (nel 2012 aveva ficcato un taglierino, non una matita com’è stato scritto, in faccia a un altro psichiatra; poi tentato una violenza sessuale su una sedicenne; quindi spruzzato spray urticante in faccia a un carabiniere), nelle trentuno Rems nazionali ci stanno invece 650 persone. Un po’ di più aspettano in media dieci mesi per entrarci, di cui una quarantina si trovano in carcere e le altre fuori, in libertà vigilata o con obbligo di firma.
Troppi pochi posti? “Non necessariamente” spiega Sbrana: “Se dai 650 attuali si arrivasse a 8-900 non mi dispiacerebbe, ma il problema è che spesso qui finiscono persone che dovrebbero stare altrove”. La legge istitutiva del 2014, che puntava a superare l’orrore di certi Opg, “bolge infernali con camere da 2-3 persone dove ne finivano tranquillamente anche 7-8”, le aveva previste come “extrema ratio” per pazienti infermi di mente, quindi non imputabili.
Ma dal momento che una sentenza della Cassazione, nel 2005, aveva ritenuto tali anche i casi gravi di disturbo della personalità, ora ci possono finire anche loro (il Dsm, la bibbia diagnostica, invece distingue chiaramente tra malattie, asse 1, e disturbi, asse 2). Spesso si è desunta, sbagliando, la presunta infermità dall’efferatezza di certi crimini. Patrizia Orcamo, la dirigente della Regione con cui ho negoziato i termini della visita, è ancora più netta: “Se ci mandassero solo le persone giuste i posti attuali sarebbero più che sufficienti”. Lo dice sventolando l’ultima lista ricevuta dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (questa Rems è l’unica che prende internati esclusivamente dalle carceri, di tutta Italia) che indica una quarantina di potenziali candidati di cui “solo una decina risponderebbero ai requisiti originari di malattia”. Mentre se il rapporto tra patologia e reato è debole avrebbe molto più senso cercare sistemazioni diverse: tipo comunità residenziali, senza sbarre.
Questa conversazione avviene nella sala riunioni della struttura, una bella palazzina ocra, circondata da due anelli di recinzioni di circa tre metri, con vista sul giardino dove 4-5 dei quindici internati sui 20 posti totali chiacchierano vicino a due palloni di cuoio. È qui che, via Teams, il giudice di sorveglianza si collega con loro per ri-valutarne la pericolosità sociale. Lo staff prevede una trentina di persone tra infermieri, ausiliari sanitari, educatori, assistenti sociali, psicologi e 4 psichiatri, tra cui il direttore Sbrana e la coordinatrice Elisabetta Olivieri che, per conto della Asl proprietaria dello stabile (il personale è invece assunto da una cooperativa privata) sovrintende ai rapporti con l’esterno.
Simona Rombola, un’educatrice dagli occhi vispissimi ma uno scricciolo rispetto agli internati, tutti maschi, sui trent’anni di media, massicci, piuttosto imprevedibili, snocciola una serie di attività, dal calcetto alla musica, dall’insegnamento dell’italiano per i sei extracomunitari presenti, con sproporzione simil-carceraria, fino alla pet therapy con i cani e il Chi Gong, una specie di Tai Chi rilassante, in attesa di attivare corsi di teatro. Attività incastonate in una griglia che, nel riassunto del coordinatore infermieristico, Alessio Tedesco, prevede sveglia alle 8 con colazione a seguire, spuntino alle 10.30, pranzo alle 12.30, merenda alle 16.30 e cena alle 19.30. Tre i turni di somministrazione di farmaci “obbligatori, perché questo è un luogo di cura, con otto occhi per assicurarsi che li prendano davvero”.
Interviene Sbrana: “Le loro sono malattie da cui non si guarisce ma che vanno curate, per stabilizzarli. Con risultati a volte stupefacenti. Tipo quando uno entrato col Tso (Trattamento sanitario obbligatorio, ndr), così agitato da arrampicarsi sui muri, è poi uscito salutando gli operatori”. Sì perché oltre al clima interno, con tanta riabilitazione, oltre al contenimento, l’altra fondamentale differenza rispetto a prima è che, se tutto va bene, non si è condannati a restare.
“In questo primo anno sono entrate 23 persone e ne sono uscite 8, verso altre residenze e una addirittura a casa” calcola Olivieri: “E tutti sanno che potrebbe capitare anche a loro”. Magari non a quel paziente che Sbrana aveva conosciuto prima all’Opg di Montelupo e poi ritrovato nella Rems a Volterra: con tre ammazzamenti datati 1990, è sempre dentro. Né ai due qui per omicidio, che invano cercherò di individuare, ma la semplice possibilità è la fiammella che illumina occhi altrimenti piuttosto spenti.
E voi, non avete paura? Nella rassegna stampa letta prima di arrivare, spiccano le testimonianze di operatori, da tutto il Paese, che dopo l’omicidio di Capovani, invocano sicurezza. Salta fuori il nome di Paola Labriola, psichiatra uccisa dieci anni fa a Bari, e si moltiplicano le segnalazioni di assalti e tentate violenze sessuali verso un personale molto spesso femminile. Al punto che l’anno scorso la Corte costituzionale ha chiesto, sin qui inascoltata, di intervenire in difesa del diritto alla salute anche del personale. E voi, non avete paura? Mentre si spegne il coro di “no”, “cerchiamo di non restare mai da soli”, “riconosciamo gli eventi sentinella” e via rassicurando, di colpo l’educatrice e l’infermiere si alzano e spariscono per pochi minuti. C’è stato un battibecco, e un internato, con una specie di ustione sul collo e altre cicatrici, ha appena ricevuto un cazzotto in faccia da un altro che gli ha lasciato un taglio sotto l’orbita. La rabbia nel suo sguardo non impressiona Sbrana, un gigante con trascorsi da lottatore agonistico che ne ha viste di tutti i colori (sull’anno all’Opg di Reggio Emilia: “Un posto abbastanza tremendo tranne per un bell’albero al quale, un giorno, uno si è impiccato. Così hanno segato anche quello”).
Qui ci vuole un’autoanalisi - Ma questa violenza in luoghi simili è ordinaria amministrazione. A tal proposito mi concedo una breve parentesi personale. Ho fatto il servizio civile nell’ex manicomio milanese Paolo Pini e so bene che, tra quei malati, il confine tra quiete e tempesta può essere labilissimo. E conoscevo Barbara Capovani dall’università, quando ancora appiccava sulla scrivania gli schemi delle associazioni tra farmaci assolutamente da evitare, con tanto di teschio disegnato a mano. Era una donna e un medico piuttosto formidabile che rispondeva a qualsiasi richiesta di consigli, ed era successo anche pochi giorni prima che si abbattesse su di lei la furia di Seung. Il quale viveva nella città dove sono nato e lì invitava, in mailing list molto ben organizzate, avvocati e professionisti vari, per denunciare Pm che gli avrebbero fatto torti o per pubblicizzare eventi in cui parlava, accanto a eredi anche molto noti di Basaglia e altri psichiatri che si erano guadagnati un buon credito in Regione predicando più ascolto e meno farmaci. E che ora dovrebbero, ma non mi risulta che sia successo, fare una seria autoanalisi.
“Senta” taglia corto Sbrana “quelli che dicono che non hanno mai usato la contenzione mi sa che, tenendo le porte aperte, hanno scaricato il problema su altri. Non è un caso che il Friuli, terra basagliana, sia tra le pochissime regioni senza una vera Rems. Epperò a giorni arriverà da noi un duplice omicida proprio da Trieste”. Intendiamoci, a differenza del leghista Edoardo Ziello che, a cadavere caldo, aveva già chiesto di rivedere la Legge 180, Sbrana non ci pensa neppure: “Siamo stati all’avanguardia nel mondo, non si torna indietro. Però quella riforma va completata e bisogna trovare il modo di garantire la sicurezza sociale sennò fornisci argomenti a quelli che vogliono cancellarla per ideologia”.
In questa stanzetta diventata d’un tratto refettorio a base di focaccia genovese, tutti concordano che l’importante è accogliere le persone “appropriate”. Perché altrimenti si creano due imbuti: a monte, ammettendo magari gente che ha fatto reati “semplicemente” sotto l’influenza di alcol o droga; e a valle perché un immigrato senza fissa dimora, una volta entrato, poi dove lo ricollochi? Questi casi meno gravi, con un miglior coordinamento tra medici, magistrati e servizi sociali, magari vanno subito in altre residenze, meno protette. Quelli più pericolosi, alla Seung, invece in sezioni specializzate in carcere - come quella pionieristica pisana.
Fiori per Barbara - Sarà la struttura molto nuova, in un bel contesto bucolico, ma nei limiti di un posto con le sbarre alle finestre e dove per passare da una zona all’altra servono codici alle porte quando non un badge, è molto meno triste di quanto mi aspettassi. Infinitamente meno di un carcere, per non dire di un centro per immigrati. In una delle sale attività ci sono disegni, da cieli notturni a tempera a creature fantastiche, appesi alle pareti e sculturine fatte col Das. Come in una qualsiasi scuola materna. “Gli piace rivedersi nelle fotografie” ha notato non so più chi, come i bambini. “Ogni tanto si accapigliano” ha chiosato il “maestro” Sbrana. E quando succede, commenta la psicologa Paola Simonelli, “se ne discute, se ne parla a lungo fino a quando non prendono consapevolezza”. Questo quanto alle accuse degli psichiatri soft, che detestano i loro colleghi presunti hard, e che legittimavano in incontri e convegni il futuro omicida.
C’è solo un favore che Sbrana mi chiede: “Se possibile scriva dei 200 euro che quelli curati nel carcere di Don Bosco hanno raccolto per i fiori alla Capovani”. Ed è l’unico momento in cui a quest’omone che mi ha raccontato senza batter ciglio di mignoli staccati a morsi a infermiere e di come aveva domato quel tipo che, anni fa, aveva minacciato di uccidere uno a uno i suoi compagni di cella e strangolare gli operatori, muoiono le parole in bocca. Così come al cronista.










