di Stefano Folli
La Repubblica, 29 marzo 2023
Meloni ha voluto il Guardasigilli e adesso gli chiede di restare, ma di non smuovere le acque del rapporto tra politica e giustizia. Il che crea una situazione paradossale. Fino a pochi giorni fa il ministro della Giustizia Carlo Nordio, uomo di salda cultura liberale, era visto con sospetto da chi temeva una riforma della giustizia votata a ridurre il potere della magistratura. Per quanto accorate fossero le rassicurazioni del diretto interessato (“Nessuno più di me rispetta l’autonomia dei magistrati”), la diffidenza nei suoi confronti appariva inscalfibile.
Al tempo stesso si prendeva atto del punto chiave: il riformismo liberale di Nordio voleva essere il fiore all’occhiello del governo Meloni. La via attraverso la quale la presidente del Consiglio chiudeva con il “giustizialismo” trasversale che aveva segnato una lunga stagione italiana e che a destra era ben rappresentato proprio da Fratelli d’Italia.
La scelta di Nordio, voluto fortemente dalla vincitrice del 25 settembre, acquistava quindi un valore simbolico ed era il tentativo di avere il consenso di un’opinione pubblica liberal-democratica, “garantista” nel senso più chiaro del termine. Così sembrava. E in effetti nelle sue prime settimane il neo ministro si era esposto a polemiche aspre che lo vedevano, magari con qualche errore di troppo dovuto all’inesperienza, schierato dalla parte dei principi giuridici difesi in centinaia di articoli e interventi pubblici.
I suoi sostenitori attendevano il passo più importante: l’avvio sia pur prudente della “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri. La riforma-cardine da un punto di vista “garantista”: un intervento di natura costituzionale inviso alla magistratura e a gran parte della sinistra (salvo eccezioni) come pure a quei settori della destra rimasti fedeli alla linea tradizionale. Riforma controversa, quindi, e non poco. Tuttavia molto significativa per stabilire quale fosse la rotta del governo Meloni, fino a che punto intendesse spingersi per correggere gli assetti del potere giudiziario. L’attesa si è prolungata per mesi senza novità apprezzabili.
E veniamo all’oggi. Le Camere Penali, ossia gli avvocati penalisti, hanno indetto uno sciopero di inusuale lunghezza, ben tre giorni, in cui esprimono la loro delusione verso il ministro che aveva lasciato intravedere un orizzonte liberale presto sparito nelle nebbie. Non solo la separazione delle carriere, ma altri provvedimenti per restituire efficienza al sistema giudiziario.
Viceversa, si è creata - ad avviso dei penalisti - una deriva riassunta in tre parole: “carcere, carcere, carcere”. Ossia una tendenza all’introduzione di nuovi reati, magari destinati a restare sulla carta, ma tutti in grado di appesantire la macchina giudiziaria. Alcuni poi sembrano un tributo allo spirito dei tempi, cioè al politicamente corretto: ad esempio il reato di anoressia.
In sostanza Nordio ha perso l’appoggio del fronte “garantista” che gli rimprovera di essersi piegato alla magistratura e di aver presto rinunciato all’idea di scuotere l’albero dei poteri consolidati. Né si può dire che il ministro abbia trovato nuovi amici tra i vecchi avversari che gli contestavano le opinioni eterodosse. Ad esempio il Pd (Serracchiani) gli rinfaccia di essere indifferente ai figli delle detenute, anch’essi costretti in prigione. Altri gli fanno carico di aver abbandonato nel caso Cospito le sue antiche riserve verso il regime del 41-bis.
S’intende che l’appannamento del ministro non è casuale né si deve a una sua mancanza di coraggio. È la premier che gli ha chiesto di fermarsi. Giorgia Meloni lo ha voluto a via Arenula e adesso gli chiede di restare, ma di non smuovere le acque del rapporto tra politica e giustizia. Il che crea una situazione abbastanza paradossale. E vien da domandarsi che senso ha avuto volere un liberale alla Giustizia per poi frenarlo. Era da mettere nel conto che la sua nomina avrebbe suscitato polemiche a non finire. Ma ora l’immobilismo può ritorcersi contro il governo.









