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di Emilio di Somma*


Ristretti Orizzonti, 15 luglio 2021

 

Sbaglia chi parla della visita al carcere di Santa Maria Capua Vetere del Presidente del Consiglio Mario Draghi e del Ministro della Giustizia Marta Cartabia come di una "passerella". Hanno fatto ciò che andava fatto. Hanno fatto ciò che avrebbero dovuto fare, a mio avviso, il Presidente del Consiglio e il Ministro della Giustizia del tempo in cui i fatti accaddero e che è anche ciò che i vertici del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria del tempo in cui quei fatti accaddero avrebbero dovuto fare e non mi risulta che abbiano fatto.

Ma questa premessa non può non essere accompagnata da alcune amare riflessioni.

La prima. Del carcere, di questo strano mondo, si parla sempre e soltanto quando accadono fatti dolorosamente eclatanti. Proteste, rivolte, evasioni, pestaggi. E perché stupirsi di ciò? Diceva Lao Tsu, filosofo cinese vissuto nel VI secolo avanti Cristo: "Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce." E poi molto spesso parlano del carcere persone che non hanno mai sentito parlare di Pietro Calamandrei e della sua bella quanto terribile frase: "Bisogna aver visto!" pronunciata in un suo discorso alla Camera dei Deputati nell'ottobre del 1948 con il quale, tra le altre cose, chiedeva, già a quell'epoca, che venisse nominata una commissione d'inchiesta parlamentare sulla condizione di vita dei detenuti. E forse queste stesse persone non hanno avuto modo di leggere le parole pronunciate da Filippo Turati, ancor prima di Calamandrei, nel 1904 alla Camera dei Deputati: "Le carceri italiane.....rappresentano l'esplicazione della vendetta sociale nella forma più atroce che si sia mai avuta: noi crediamo di aver abolito la tortura, e i nostri reclusori sono essi stessi un sistema di tortura la più raffinata;.......noi ci gonfiamo le gote a parlare di emenda dei colpevoli e le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento dei malfattori....".

La seconda. Parlare di carcere non porta voti alla politica. Porta, per converso voti, usare espressioni come: "buttiamo la chiave, lasciamoli marcire nelle galere" e simili. Forse non le si dice in Parlamento o forse sì, ma di sicuro nei comizi di piazza o nei "social" vengono dette e riscuotono ampi consensi.

La terza. Non sono passati più di settant'anni dall'entrata in vigore della Costituzione e quarantasei anni dalla nascita dell'Ordinamento penitenziario, una legge dello Stato che finalmente ha posto al centro dell'attenzione la persona privata della libertà personale e certamente non per esercitare la vendetta. Una riforma epocale. Chi lo voglia può leggerla, è una lettura semplice, agevole che esprime principi fondamentali e concetti sensati, e per questo la ritengo una delle ultime leggi scritte bene, in modo chiaro e comprensibile in un Paese in cui siamo ormai abituati a scrivere leggi composte di un solo articolo ma di centinaia di commi.

Ma il nostro è anche un Paese più volte condannato dalla Corte Europea di Strasburgo per avere inflitto ai detenuti nelle sue carceri trattamenti inumani e degradanti in violazione dell'art.3 della Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo mentre la Commissione Europea sui problemi della criminalità ha messo l'Italia sotto accusa con più di un formale richiamo sul funzionamento delle nostre carceri e più in generale su quello della giustizia. Viene spontaneo pensare che Cesare Beccaria e Piero Calamandrei si stiano, da anni, rivoltando nella tomba!

La quarta. E dunque la riforma del 1975 è fallita? Troppo facile e troppo comodo da dirsi. Cosa ci viene rimproverato? Di avere un surplus di detenuti pari o addirittura superiore in alcuni casi al 115% della capienza, di fare un uso troppo limitato delle misure alternative al carcere, di non aver abbandonato vecchi e fatiscenti istituti penitenziari e di non aver provveduto in tanti anni alla costruzione di nuove prigioni moderne e funzionali in grado di assicurare condizioni di vita umane - non certo dunque alberghi a cinque stelle come, con arrogante superficialità, si sostiene da più parti - ma semplicemente rispettose della dignità della persona detenuta e di chi in esse lavora e dunque adeguate al raggiungimento dell'obbiettivo primario di un possibile reinserimento nella società, come invece impone l'art. 27 della Costituzione.

E però ciò che ci viene giustamente rimproverato è già previsto, assieme a tante altre importanti iniziative, nella legge di riforma del 1975, arrivata ben ultima nel panorama europeo delle riforme dei sistemi penitenziari e che di queste ha preso il meglio. E allora più correttamente bisogna dire che la riforma non è fallita ma che semplicemente, con dolo o colpa grave, è stata tradita perché non attuta in gran parte. Fermo restando che se è, come è, modificabile la Costituzione, sia pure con una più complessa procedura, è sicuramente modificabile una normale legge come è già accaduto in alcune sue parti e come è sicuramente giusto fare ancora in presenza di nuove esigenze e della conseguente necessità di introdurre nuovi istituti giuridici.

Scriveva Dante Alighieri nel canto XVI, Purgatorio, della Divina Commedia: "Le leggi son ma chi pon mano ad esse?" E aveva ragione e ne ha ancora oggi, forse anche di più.

La riforma del 1975, infatti, fu consegnata nelle mani di una struttura burocratica ministeriale nel suo complesso - fatta qualche brillante eccezione per magistrati come Altavista, Tartaglione, Di Gennaro, Margariti e alcuni altri penitenziaristi che l'avevano materialmente scritta - non adeguata per cultura e tradizione ad affrontare lo scatto di civiltà e di progresso che quella legge era chiamata a produrre.

Si sarebbe anche dovuto capire che una riforma così radicale, importante e attesa da decenni, non preceduta né accompagnata da una formazione di tutto il personale che nelle carceri operava, avrebbe incontrato forti resistenze in un ambiente caratterizzato da una gestione sino ad allora incentrata sulla mera custodia.

Di certo non è stato di aiuto il continuo susseguirsi di governi e di ministri della giustizia: in 73 anni dal 1948 più di quaranta ministri spalmati in poco meno di 70 governi, con una durata media di poco più di un anno e mezzo ciascuno.

Altri due mali. Il primo, un succedersi di classi politiche che non sono state capaci di maturare una chiara visione di quale politica penale si dovesse perseguire e cioè un diritto penale sereno e sicuro nelle sue scelte o un diritto penale aggressivo e caratterizzato da interventi settoriali e parcellizzati dettati dalle emergenze e dalla volontà di corrispondere ad esigenze puramente elettoralistiche.

Prova ne è che ancora oggi abbiamo un codice penale nato nel 1930, il Codice Rocco, in pieno regime fascista che ha, però, il pregio di essere scritto bene, e di sopportare le numerose modifiche cui è stato sottoposto nella necessità di evitare le evidenti contraddizioni con la costituzione repubblicana.

Il secondo, un contrasto sempre più grave tra politica e magistratura, aggravato negli ultimi venti anni e poco più per un verso dall'avanzare di una classe politica incerta e confusa, incapace di governare gravi fenomeni sociali e spinta a delegarne la soluzione alla magistratura e per altro verso dalla trasformazione di una certa magistratura sempre più ansiosa, specie nelle procure, di espandere il proprio potere anche con l'intento di presidiare quasi tutti i gangli vitali dello Stato. A tacer poi della deriva correntizia, per la verità sempre esistita ma giunta a livelli vergognosi negli ultimi anni.

Sono molte e sempre più frequenti le voci di autorevoli giuristi e sociologi che toccano apertamente il tasto della presenza dei magistrati al ministero della giustizia. Per parte mia mi limito a dire che in quaranta anni di lavoro nel ministero ho visto pochi capi veramente interessati alla questione penitenziaria e, anche comprensibilmente, provenendo quasi tutti da Procure della Repubblica, e portati per questo a lavorare come se ancora fossero a capo appunto di una Procura. Ma il DAP è amministrazione e non ufficio giudiziario. E ancora, essere un magistrato che si è occupato di processi di mafia non vuol dire essere capace di gestire in carcere un detenuto mafioso.

È evidente, dunque, che i problemi che affliggono il carcere sono tanti e di vario genere e non riguardano solo la riforma del 1975 che conserva tutta la sua validità e che ha solo bisogno di essere potenziata, aggiornata ed anche arricchita di nuovi strumenti in consonanza con la riforma del processo penale.

Bene hanno fatto, dunque, il Presidente Draghi e la Ministra Cartabia a testimoniare con la loro presenza tutta l'attenzione che l'amministrazione penitenziaria merita per la grave condizione in cui è venuta a trovarsi negli ultimi anni e ora anche a causa dei pesanti ed inqualificabili fatti di violenza che si sono verificati a Santa Maria Capua Vetere e non solo. Sono convinto che il programma esposto dalla Ministra Cartabia sulla giustizia in generale e sull'esecuzione penale in particolare si muova nella direzione di un radicale cambiamento che saprà restituire anche all'amministrazione penitenziaria il prestigio ed il rispetto di cui ha goduto in passato e di cui ancora merita di godere.

 

*Già Vice Capo Vicario DAP