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di Daniela Preziosi

Il Domani, 30 marzo 2022

La giornata inizia con i toni da commedia di Giuseppe Conte che spiega che il suo partito non voterà per innalzare al 2 per cento del Pil la spesa per le armi, cosa che in realtà ha già fatto alla Camera, e finisce con il passo grave di Mario Draghi che sale al Colle e spiega che “così viene meno il patto di maggioranza”. Se non è l’annuncio di una crisi di governo poco ci manca.

In mezzo c’è stato l’incontro fra il premier e l’ex premier. Conte ha chiesto che le spese militari non siano contenute nel Documento di economia a finanza (Def), che dovrebbe essere varato fra il 5 e il 6 aprile. Ma forse non ha capito bene la risposta se all’uscita ha spiegato soddisfatto ammettendo che la questione delle spese militari “può essere procrastinata ma va affrontata”.

E invece subito dopo Draghi sale al Colle per dire a Mattarella, il presidente che lo ha voluto a palazzo Chigi, che “il governo intende rispettare e ribadire con decisione gli impegni della Nato sull’aumento delle spese militari”. Cosa succede se il principale partito della maggioranza, prima o poi, non intende rispettare questi accordi? Conte assicura “di non volere la crisi di governo”, ma le due affermazioni non stanno insieme.

Il vaso trabocca? Ma in realtà il malumore del premier non risale al pomeriggio. Mentre il governo è impegnato a cercare un ruolo nella soluzione del conflitto russo-ucraino, in questi giorni in commissione bilancio della Camera di discute la delega fiscale. Palazzo Chigi si vede smontare le sue scelte, un tassello alla volta, dall’asse Lega-M5s, a cui si aggiunge anche Italia viva. Quella delle spese militari è, senza dubbio, una questione cruciale per il ruolo del paese nell’alleanza. Ma forse è solo la goccia che fa traboccare il vaso. Draghi si è stancato di farsi logorare. L’ultimo numero da circo è andato in scena ieri pomeriggio in commissione Difesa del Senato. Alla fine di un estenuante tira e molla il governo ha dato la sua benedizione all’ordine del giorno di Fratelli d’Italia sull’impegno dell’Italia ad aumentare le spese militari.

L’impegno del resto era stato preso da tempo e confermato da Giuseppe Conte, quando era premier. Il fatto che l’ordine del giorno non si sia votato in commissione ha fatto impazzire i Cinque stelle, che speravano di potersi distinguere solo in quella sede, salvandosi la coscienza per poi votare senza complessi il secondo decreto Ucraina.

La realtà è che per tutto il pomeriggio M5s (e Leu) hanno sperato di votare in commissione, implorato Draghi di imporre la fiducia al decreto domani in aula per far decadere gli odg ed evitare spaccature nella maggioranza. Il governo Draghi potrebbe comunque proseguire la sua navigazione. Una navigazione però sempre più lenta e pericolosa. Tant’è che in transatlantico comincia a balenare l’ipotesi di elezioni anticipate a novembre, perché così, viene spiegato da più parti, “non si regge più”.

Il segretario Pd, fin qui l’alleato più responsabile di palazzo Chigi, ieri notte ha seguito “con grande preoccupazione” le convulsioni del M5s. Letta fa di tutto per mantenere fermo l’asse con l’alleato. In queste ore non si lascia scappare commenti, solo ribadisce “che di fronte al rischio di una nuova recessione - la terza in circa un decennio - l’ultima cosa da fare, per democratici e progressisti, è smarrire le ragioni dell’interesse nazionale e dell’orizzonte lungo di questo passaggio d’epoca”. A chi, anche nel suo partito, gli chiede di rispondere alle provocazioni grilline, ripete: “Voliamo alto, la notte tra il 23 e il 24 febbraio è cambiato il mondo, la politica, la geografia. Tutto. È la prova più alta chiesta alle nostre generazioni dal secondo dopoguerra, parliamo il linguaggio della verità. E costruiamo anziché dividerci”.

Dal Pd verso Conte parte l’invito “a non esacerbare. Questo è il tempo della politica adulta, non di infantili rincorse al consenso dell’ultim’ora”. Il chiarimento interno al movimento è stata accolto con favore, anche se viene fatto notare che il lavoro di Conte sulla identità del movimento è bene che “finalmente avvenga” purché “si sappia tutti che la legge elettorale è ancora quella maggioritaria che obbliga ad alleanze e a considerare che l’avversario non è l’alleato ma il dirimpettaio”.

Messaggio chiarissimo. Che può essere liberamente tradotto così: alla fine l’alleanza sarà ineluttabile, i trucchetti per lucrare qualche zero virgola di consenso agli alleati sono un gioco al massacro e a somma zero. L’improvviso voltafaccia grillino sull’aumento delle spese militari si può infatti spiegare in controluce sui numeri di un sondaggio Swg relativo all’ultima settimana: dà il Pd al 21,1 per cento, in calo dello 0,5, e M5s al 13,4, in crescita dello 0,5. Lo stesso istituto stima che il 52 per cento degli elettori Pd non è d’accordo con l’aumento delle spese militari, oltreché il 63 per cento degli elettori M5s. Ma la verità è che la rottura del vecchio e ormai logorato schema giallorosso è davvero poca cosa se è l’effetto collaterale della rottura del governo Draghi.