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di Tommaso Ciriaco e Giovanna Vitale

La Repubblica, 30 marzo 2022

Di fatto è l’annuncio di una potenziale fiducia capace di ridisegnare l’attuale compagine di unità nazionale. E di spaccare il Movimento Cinque Stelle. Il governo non arretra, l’incremento delle spese militari fino al 2% del Pil sarà segnalato già nel Def. Se poi Giuseppe Conte decidesse di sfidare comunque Palazzo Chigi, chiedendo di rinnegare un impegno internazionale assunto dall’Italia, allora Mario Draghi chiederà alla maggioranza di “contarsi in Parlamento”. Di fatto, è la promessa di un dentro o fuori.

L’annuncio di una potenziale fiducia capace di ridisegnare l’attuale compagine di unità nazionale. E di spaccare il Movimento, che dovrà decidere se votare contro l’esecutivo in piena crisi internazionale, oppure ascoltare le ragioni dell’ala moderata capitanata da Luigi Di Maio.

Se c’è un giorno che racconta un intero periodo, è proprio ieri: Draghi vola dal sindaco di Napoli insieme a Roberto Garofoli. Incontra giovani profughi ucraini e non trattiene le lacrime. Incoraggia un sacerdote, Antonio Loffredo, che recupera giovani nel rione Sanità. Poi a Roma partecipa a una delicata call con Joe Biden. Infine si ritrova faccia a faccia con Conte. E scopre che l’ex premier, a dispetto del lavoro degli ambasciatori, continua a minacciare una crisi di governo, pretendendo che si rinneghino patti internazionali già sottoscritti.

Draghi non si trattiene. Dice in faccia al leader cinquestelle che il governo intende “rispettare e ribadire con decisione gli impegni” sulle spese militari. “In un momento così delicato alle porte dell’Europa”, ricorda, è impossibile metterli in discussione. E non è serio farlo. Anzi, “se ciò avvenisse verrebbe meno il patto che tiene in piedi la maggioranza”, perché si minerebbe un punto fondativo per l’esecutivo. Ma non basta. Per mettere pressione al suo predecessore, Draghi sale al Colle. Informa Sergio Mattarella del colloquio, oltreché degli sviluppi della guerra. Tra i due c’è totale sintonia.

Se c’è una cosa che il premier non può tollerare, è la strumentalità di alcuni argomenti. Uno, in particolare: quello su una presunta “corsa al riarmo” inaugurata dal suo esecutivo. Innanzitutto perché si tratta di un accordo sottoscritto in passato con gli alleati, dunque non patteggiabile: alimenterebbe vecchie speculazioni sulla nostra affidabilità sul piano internazionale. E poi ci sono le cifre, capaci di mostrare come le recenti posizioni di Conte contraddicano le decisioni da lui stesso assunte quando era premier. I piani concordati già nel 2014, e seguiti dai vari governi che si sono succeduti - chiarisce Draghi - prevedono entro il 2024 un continuo e progressivo aumento degli investimenti. Quando nel 2018 l’avvocato approdò a Palazzo Chigi, il bilancio della difesa era sostanzialmente uguale a quello del 2008: circa 21 miliardi. Nel triennio “contiano”, fino al 2021, è però salito a 24,6 miliardi. Con un aumento del 17 per cento. Dati certificati dal dicastero retto da Lorenzo Guerini. Tra il 2021 e il 2022 - dunque con Draghi - il bilancio della difesa è invece progredito di poco fino a 26 miliardi, pari al +5,6 per cento.

Conte non ci sta. È livido. “Io non metto in discussione gli impegni con la Nato, né voglio che lo faccia il governo”. “Però - aggiunge - ho il dovere di rappresentare la preoccupazione della prima forza politica in Parlamento: affrettarsi a rispettare la soglia del 2% del Pil significa provocare un picco delle spese militari in un momento di massima difficoltà per gli italiani. Se incrementiamo di 15 miliardi i fondi per la Difesa, dove si troveranno i soldi per far fronte al carobollette, alla scarsità di materie prime, alla spinta inflativa?”. Tra i due cala il gelo. Draghi è impassibile. Non cede. Il messaggio è chiaro: sui fondi per la sicurezza nazionale non si torna indietro. E chi non ci sta è fuori.

Una durezza che l’ex premier non si aspettava. “Il presidente del Consiglio non ha fatto un passo in avanti - si sfoga al termine del colloquio con i suoi uomini più fidati - ma io non ne ho fatto uno indietro. Le posizioni restano distanti”. E sempre ai dirigenti che lo chiamano per sapere com’è andata racconta che il suo successore ha intenzione di tirare dritto, “neppure sul Def ha ceduto”, la situazione si è fatta delicata per davvero. E ora bisognerà valutare attentamente il da farsi. Studiare le contromisure.

Ce l’ha con il governo, Conte: “È curioso che in Senato abbia accolto l’odg dell’unica forza di opposizione, anziché accettare il confronto avanzato dal partito di maggioranza relativa”. Ma è irritato pure con il Pd, che ha impedito la votazione. E, per bocca di Alessandro Alfieri, fedelissimo del ministro Guerini, lo ha persino accusato di voler “mettere in difficoltà l’esecutivo”. Eppure, se avessero dato al M5S la possibilità di dire no, di cristallizzare la sua contrarietà alla “corsa al riarmo”, forse lo strappo si sarebbe potuto scongiurare.

E invece, nonostante le proteste dei senatori grillini, la presidente dem della commissione Difesa, Roberta Pinotti, ha chiuso la discussione e ha evitato di certificare la distanza dalla maggioranza. “Uno sgarbo grave”, così lo bollano i luogotenenti dell’avvocato. Un affronto che rischia adesso di incrinare anche l’alleanza con Enrico Letta. Il quale, dal Nazareno, fa sapere di “seguire con preoccupazione” un braccio di ferro che non immaginava potesse finire tanto male.