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di Andrea Ossino


La Repubblica, 6 luglio 2021

 

Clizia Forte è stata accusata di aver istigato il suo ex compagno a rapinare un portavalori. Dovrà uscire di prigione il 5 febbraio del 2049. Suo figlio, Gianluca, non può essere accudito in carcere: Rebibbia non è attrezzata per affrontare una patologia così importante. La legale: "Diritti negati". "L'unica mia richiesta è di stare vicino a mio figlio affetto da grave patologia". La battaglia tra Clizia Forte e la giustizia non è solo una vicenda complessa dove il diritto ad assistere un figlio disabile si scontra con la pericolosità di una detenuta, già condannata a 30 anni di carcere per concorso morale in omicidio. E non riguarda esclusivamente i celebri tempi biblici della giustizia italiana.

Questa infatti è la storia di Gianluca, un bambino di tre anni e mezzo che non ha chiesto di venire al mondo mentre la madre attendeva una sentenza che poteva costringerla a restare tutta la vita dietro le sbarre. È la vita di un bimbo che adesso non comprende come mai non può stare con la sua mamma. In realtà neanche i giudici della Cassazione sono riusciti a capirlo. E hanno bacchettato il tribunale di Sorveglianza, che aveva negato alla detenuta la scarcerazione. La Cassazione ha emesso una sentenza severa che tuttavia non ha messo premura ai giudici romani: rinvio dopo rinvio Clizia Forte, di fatto, è ancora lontano da suo figlio, affetto da una grave disabilità.

Il fatto: un omicidio di cui un bambino non ha colpe - La donna nel 2012 è stata accusata di aver istigato il suo ex compagno a rapinare un portavalori. L'epilogo è stato drammatico: la guardia giurata Manlio Sodani, all'epoca 39 anni, ha ucciso il collega Salvatore Proietti. Poi è stato arrestato. Anche Clizia Forte è stata coinvolta nel processo. E mentre primo e secondo grado di giudizio facevano il loro corso l'imputata si allontanava dall'Italia e puntualmente ritornava. Ha anche interrotto la relazione con il compagno è ha iniziato a frequentare un altro uomo, un'altra guardia giurata. Insieme hanno avuto un figlio, Gianluca, a cui sia il dipartimento di Salute mentale che i medici dell'ospedale Bambino Gesù hanno diagnosticato una grave forma di autismo. Nel frattempo arriva la Cassazione: Clizia Forte è condannata. Dovrà uscire di prigione il 5 febbraio del 2049. A complicare le cose interviene anche l'allontanamento da casa del padre del bambino.

Il piccolo va a vivere con i nonni materni - Gianluca viene affidato ai nonni, genitori di Clizia Forte. Due persone che non si risparmiano ma l'età avanza, hanno superato i 75 anni e si occupano anche degli altri due figli della detenuta, due bimbi avuti dalla precedente relazione con il vigilantes che ha messo a segno la rapina finita nel sangue tra le vie della Pisana.

Il tribunale: la detenuta è una manipolatrice - Occorre una soluzione per assicurare l'attenzione che Gianluca merita. E a questo punto che interviene l'avvocato Itana Crialesi. Il legale chiede, per conto della detenuta, di permettere che il bambino venga accudito in carcere. Ma sia il penitenziario di Rebibbia che altri istituti comunicano di non essere attrezzati per affrontare una patologia così importante. Da qui la richiesta al tribunale di Sorveglianza. Le condizioni del piccolo continuano a peggiorare e viene chiesta alla corte la detenzione domiciliare con braccialetto elettronico. In altre parole: se il bimbo non può essere accudito in carcere, forse la madre può occuparsi di lui senza uscire di casa.

La decisione da prendere è complessa - Occorre valutare diversi elementi. L'amministrazione penitenziaria e gli psicologi scrivono che la Forte è "una donna molto aperta e disponibile al dialogo, con buonissime competenze personali, linguistiche e cognitive". Gli atti sottolineano la "capacità della detenuta di instaurare ottime relazioni interne divenendo anche un punto di riferimento per le detenute, con un'ottima capacità di adattamento alle regole e alle modalità di vita e di relazione interne al carcere". È una donna "precisa e affidabile", ma è stata giudicata colpevole di un crimine orribile. Circa 10 anni fa, secondo l'accusa, è riuscita a manipolare una persona a tal punto da convincerla a compiere un delitto.

Così il tribunale di Sorveglianza ritiene che il comportamento lodevole della detenuta in carcere fa parte di un "disegno lucido e freddo", orchestrato da una persona che non si è mai ravveduta, visto che non ha mai smesso di professarsi innocente. Per i giudici "la sua modalità di relazione e interazione (...) è strumentale e manipolativa, del tutto incompatibile con la affidabilità minima necessaria per la concessione della detenzione domiciliare". Nulla da fare: nel luglio del 2020 il giudice Marco Patarnello decide che Clizia Forte deve restare in carcere.

La Cassazione: pensare alle esigenze del bambino - L'avvocato Crialesi ricorre allora in Cassazione, mentre Gianluca viene rimproverato dai secondini per quel fracasso a cui è possibile assistere ogni volta che il piccolo entra in carcere. I mesi passano, arriva il Covid, le visite parentali diminuiscono e il bambino può vedere la madre solo da dietro un vetro. Poi il responso della Cassazione. I giudici spiegano che occorre "contemperare ragionevolmente tutti i beni in gioco, le esigenze di cura del disabile, così come quelle parimenti imprescindibili della difesa sociale e di contrasto alla criminalità". Quindi occorre una "verifica comparativa complessa". E invece, secondo la Cassazione, il tribunale di Sorveglianza, "pur dando per dimostrata la sussistenza di un quadro di handicap grave in capo al figlio minore della detenuta richiedente il beneficio" non ha concesso alla madre i domiciliari, formulando un giudizio che "non si sottrae alle denunziate censure di illogicità".

La Cassazione ricorda infatti che i colleghi del tribunale di Sorveglianza, pur illustrando "l'esito, definito molto positivo" della condotta in carcere della donna, affermano che la detenuta non si è ravveduta, visto che continua a proclamare la sua innocenza. Le critiche ai colleghi della sorveglianza continuano affermando che la pericolosità sociale di Crizia Forte è basata su ipotesi astratte e su presupposti che risalgono a 10 anni fa. Cosi arriva la decisione che accoglie in toto tutte le motivazioni dell'avvocato Crialesi: "Il provvedimento va annullato con rinvio al tribunale di Sorveglianza di Roma perché proceda a nuovo giudizio, attenendosi si richiamati principi di diritto e sanando i vizi motivazionali". È il 9 dicembre 2020. E da allora nulla è cambiato.

Giustizia lumaca: il piccolo è ancora lontano dalla madre - "L'unica mia richiesta è di stare vicino a mio figlio affetto da grave patologia", scrive la Forte ai giudici. La nuova udienza del tribunale di Sorveglianza viene fissata solo il 4 maggio 2021. Il procuratore generale da parere favorevole alla scarcerazione, i giudici si riservano e spiegano che occorrono altri documenti: servono altri certificati medici, bisogna valutare dove vive Gianluca. Quindi viene fissata un'altra udienza: 1° luglio 2021. Gli atti richiesti sono arrivati, la corte si complimenta con i carabinieri per la celerità, tutto è pronto per la decisione, ma la decisione non arriva: due esperti relatori, due figure tecniche che compongono la Corte, non sono compatibili per motivi procedurali. Il destino di Gianluca viene rinviato al 17 ottobre 2012.

Il legale: "Un diritto negato" - "Sono sconcertata. Dopo una pronuncia cosi chiara della corte di Cassazione che il piccolo Gianluca non ha ancora la possibilità di alleviare le sue quotidiane sofferenze con le cure della madre - commenta l'avvocato Crialesi - Temo un reale peggioramento delle condizioni del bambino. Viene lanciato un messaggio errato: non tutti i bambini sono uguali, specialmente i figli dei genitori detenuti. Gianluca ha un handicap grave e ha diritto ad essere curato dalla madre, un diritto negato almeno fino al prossimo ottobre, nella speranza che non verranno richiesti nuovi e più recenti atti per aggiornare la situazione. C'è tanta amarezza", conclude il legale.