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di Leonardo Fiorentini

Il Manifesto, 15 aprile 2026

Nel 2025 la Risoluzione 68/6, approvata dalla Commission on Narcotic Drugs dell’Onu (CND) su iniziativa della Colombia, ha istituito un panel di 19 esperti per elaborare raccomandazioni “chiare e attuabili” volte a migliorare il sistema internazionale di controllo delle droghe. Questo processo, promosso in vista della riunione di alto livello sulle droghe prevista nel 2029, ha visto lo scorso marzo la stessa CND completare la composizione del panel di esperti con la nomina dell’ultimo dei due co-chair del consesso. Saranno il canadese Allan Rock, già nominato dal Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, e Natalie Y-lin Morris-Sharma, proposta da Singapore.

Quest’ultima nomina è stata al centro delle trattative diplomatiche dello scorso marzo a Vienna, con gli Usa che, dopo aver verificato la mancanza di consenso sulla propria candidata, sono riusciti in qualche modo a convincere il Marocco a ritirare la candidatura, giovane e progressista, di Khalid Tinasti, mettendo così una pesante presenza proibizionista nella presidenza. Fra gli altri nomi degli esperti che andranno a comporre il panel, va segnalato quello di Pavel Bém, già sindaco di Praga e membro della Global Commission on Drug Policy, nominato dal gruppo regionale dell’Europa orientale. Bém porterà nel dibattito non solo la sua esperienza sul campo, da amministratore locale che ha vissuto gli effetti delle normative proibizioniste nelle proprie piazze, ma anche l’approccio pragmatico e riformatore proprio delle recenti normative introdotte nella Repubblica Ceca.

Il bullismo istituzionale di Trump è esondato anche in questa sessione della CND, dove il voto è diventato la normalità. Si è votato su tutto, anche sui punti all’ordine del giorno della sessione, con gli Stati Uniti impegnati a cercare di espungere dalla discussione perfino gli obiettivi di sviluppo sostenibile. Proprio questa pervicacia censoria, estesa a qualsiasi riferimento all’Oms, genere, sviluppo sostenibile e riduzione del danno nelle risoluzioni in discussione, ha evidenziato da un lato il progressivo isolamento degli Usa, ma anche la loro capacità destabilizzante. Se è finito il “consenso” sul problema globale delle droghe, non è certamente finita la narrazione proibizionista, che proprio nel caos diplomatico scatenato dall’esportazione a Vienna dell’ideologia MAGA ha trovato echi a volte inattesi.

L’intervento statunitense nel dibattito in plenaria ha rivendicato la ripresa retorica della “guerra alla droga”, vantandosi dell’uso della forza militare letale con missili nel Mar dei Caraibi e rivendicando la cattura con la forza di Nicolás Maduro. La rappresentante Usa ha poi attaccato frontalmente la Cina, accusandola di fatto di essere il mandante dell’epidemia di fentanyl in Nord America. Il Relatore speciale delle Nazioni Unite sul controterrorismo e i diritti umani ha invitato gli Stati membri a distinguere tra terrorismo e traffico di droga, e insieme Norvegia e Finlandia sono riuscite a far approvare una risoluzione che contiene diversi impegni positivi, compreso il riferimento specifico alla riduzione del danno. Nonostante la necessità di alcuni compromessi, è stata adottata con 45 voti a favore, compresa la Cina: solo Stati Uniti e Argentina hanno votato contro.

Il Panel indipendente di esperti, entro il 2027, dovrà produrre proposte per la revisione del sistema globale di controllo sulle droghe. Un’opportunità straordinaria per affrontare l’incapacità sistemica di confrontarsi con la realtà. Se il panel saprà affrontare i danni causati dagli approcci punitivi, mettendo in discussione gli assunti ideologici oggi superati nei fatti, ma ancora incorporati nei trattati, potrà offrire percorsi per riallineare questo sistema arcaico con la salute, i diritti umani e la realtà vissuta.