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di Emanuele Perrone

Il Manifesto, 20 maggio 2026

La war on drugs ha prodotto troppo spesso ciò stigma, marginalità, incarcerazione di massa, clandestinità dei consumi, solitudine tossica, isolamento. Ci sono parole che, negli ultimi decenni, sono state sequestrate dal linguaggio amministrativo e dalla politica istituzionale. “Cura”, “sicurezza”, “prevenzione”. Parole nate in senso cooperativo e finite troppo spesso per disciplinare, punire e marginalizzare. La riduzione del danno (RdD), invece, continua ostinatamente a sottrarsi a questa cattura. Rimane un sapere inquieto, laterale, attraversato dalla strada prima ancora che dalle istituzioni. Un sapere che non nasce nei ministeri ma nelle notti, nei margini urbani, nei rave, nelle unità mobili, nei drop-in, nei consultori informali, nelle relazioni costruite senza ricatto morale.

“In equilibrio sul crinale”, la tre giorni al centro sociale Rivolta di Marghera (28-30 maggio) non è solo formazione. È, più radicalmente, un tentativo collettivo di difendere un immaginario politico della cura in un tempo che tende a trasformare ogni fragilità in colpa individuale e ogni consumo in devianza da correggere. La RdD è certamente un approccio sociosanitario: produce salute pubblica, abbassa mortalità e infezioni, costruisce accessi, tutela diritti, intercetta sofferenze psichiche, previene overdose, rompe l’isolamento. Ma ridurla a dispositivo tecnico significherebbe amputarne la genealogia più profonda.

Essa nasce dal basso, da soggetti che hanno rifiutato l’idea che le persone che usano sostanze fossero soltanto “malati”, “criminali” o “inermi vittime”. Nasce da reti mutualistiche, pratiche di autodifesa sanitaria, movimenti queer, attivismo HIV, operatori di strada, collettivi, consumatori organizzati. Non è necessariamente professionalizzante; anzi, la sua forza storica è stata spesso quella di eccedere i confini delle professioni, mettendo in crisi la verticalità dei saperi esperti.

Ogni politica del corpo è sempre anche una politica del controllo, direbbe Foucault. E la war on drugs - dietro la retorica salvifica - ha prodotto troppo spesso ciò stigma, marginalità, incarcerazione di massa, clandestinità dei consumi, solitudine tossica, isolamento. Per questo “In equilibrio sul crinale” appare così necessaria. Perché non offre una liturgia tecnocratica, ma un attraversamento critico del presente. Dai workshop sulla descalation relazionale alle riflessioni sul mandato politico tra welfare e securitarismo; dalle pratiche queer di sopravvivenza e autodeterminazione fino ai laboratori su algoritmi, IA e RdD digitale; dai contesti ricreativi contemporanei al lavoro sul doppio stigma tra sofferenza psichica e uso di sostanze fino alle pratiche del chemsex. Particolarmente significativa è la scelta di interrogare criticamente la stessa istituzionalizzazione: quel rischio che l’inclusione nei sistemi di welfare finisca per “addomesticare il potenziale critico e trasformativo” delle pratiche nate nei margini. Ci tornano alla mente le parole di Stiegler per il quale ogni pharmakon è insieme veleno e cura: ciò che emancipa può anche assoggettare. Vale per le tecnologie, ma anche per le istituzioni. La RdD rischia di perdere la propria forza quando dimentica di essere nata come contro-dispositivo, come pratica di riappropriazione collettiva dei corpi e dei saperi.

Eppure nel programma si percepisce anche qualcosa di diverso: la volontà di restare sul confine senza smettere di guardare in basso e di rivendicare la propria consapevolezza di operatori, persone, esseri umani, anche al di là dei circuiti istituzionali. Non per celebrare il margine romanticamente, ma per comprendere che è spesso lì che le società producono le loro verità più scomode. Nei luoghi dove il linguaggio dominante vede solo “dipendenza”, “degrado” o “fallimento”, la RdD continua invece a vedere persone, relazioni, desideri, strategie di sopravvivenza, talvolta forme residuali di comunità che vanno difese e praticate quotidianamente.