di Eleonora Martini
Il Manifesto, 28 settembre 2025
L’invasione della “droga dei poveri” ha destabilizzato i servizi per le tossicodipendenze, europei e non solo, costringendoli a ripensare se stessi e le politiche di Riduzione del danno. Palermo è stata la prima città italiana investita dal fenomeno. Al di là di “qualche fantasiosa allucinazione collettiva - che per adesso fortunatamente continua a rimanere tale - sull’arrivo del fentanyl nel nostro Paese”, e oltre i martellanti allarmi sull’ondata di cannabis in versione “droga pesante”, c’è una verità che non è al servizio diretto della dottrina proibizionista. “La verità è che le strade delle città italiane sono invase dal crack”.
Ossia cocaina ridotta in cristalli per essere fumata. Una realtà - testimoniata da un esperto come il torinese Lorenzo Camoletto, referente nazionale di Riduzione del danno del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca) - molto distante da quella paventata dal sottosegretario Alfredo Mantovano, delegato alle politiche antidroga che, con un approccio considerato antiscientifico da gran parte degli addetti ai lavori, sta preparando la VII Conferenza nazionale governativa sulle dipendenze che si terrà a Roma il 7 e l’8 novembre prossimi.
Un’”invasione”, quella del crack, che ha destabilizzato i servizi per le tossicodipendenze, europei e non solo, costringendoli a ripensare se stessi e le politiche di Riduzione del danno (Rdd) per rispondere ai bisogni di chi - soprattutto i più giovani - si è fatto annichilire da quella sostanza. Una droga che molto spesso viene preparata in casa - e quando avviene è indice dell’enorme quantità di cocaina pura che ha invaso il mercato - e che “non dà dipendenza fisica ma assuefazione molto elevata”. Al pari della cocaina in polvere, anche per i suoi cristalli non esiste farmaco agonista (come il metadone per gli oppioidi) né antagonista (come il salvavita Naloxone in caso di overdose da eroina). La “droga dei poveri”, come viene chiamata nei sobborghi, non può essere tagliata, come avviene per altre sostanze, e quindi raggiunge spesso percentuali di principio attivo altissimo (fino al 90% di purezza, secondo l’ultima Relazione annuale al parlamento). Ma ha un prezzo molto basso, anche solo 5 euro a dose, perché ne occorre una quantità minima per ottenere un alto effetto psicoattivo.
E così “da Palermo a Torino, a Milano, Bologna, passando per Roma, i fumatori di crack si moltiplicano, al punto tale che lo stesso Gruppo Abele - riferisce Camoletto - ha trasformato il suo centro crisi storico in uno adatto ai giovani consumatori di crack”. IN ALCUNE CITTÀ, come a Vancouver o “a Rotterdam, ma ormai diversi anni fa, proprio nell’ambito della Rdd, per riuscire a intercettare i consumatori decisero di assumere un dealer (un “pusher”) con il contratto “good quality, low price”. La migliore qualità al prezzo più basso. In apparente paradosso, il consumo diminuì”, ricorda il ricercatore. Poi però arrivò la falce proibizionista. Ma più in generale, “le strategie sono quelle cognitivo comportamentali, finalizzate ad aumentare consapevolezza, autostima e autoefficacia. L’arma principale della Rdd è la relazione. Che permette al consumatore di distaccarsi da quell’immagine stereotipata che lo incolla alla strada”.
Altra voce, quella di Luca Censi di Forumdroghe: “In Svizzera hanno modificato le stanze del consumo sicuro, nate per gli eroinomani e che sono ormai strumenti consolidati di Riduzione del danno anche in Spagna, Grecia, Germania, Olanda e Gran Bretagna, solo per restare in Europa. In Italia - continua Censi - manca un ragionamento serio e aggiornato sull’approccio culturale e socio sanitario da riservare ai consumatori di crack. I quali, per la caratteristica stessa degli effetti della sostanza, hanno bisogno di altri stimoli e altre tipologie di spazio per essere intercettati dai servizi. Per esempio, per loro i dormitori a bassa soglia non sono appetibili: occorrerebbero spazi più aperti e ariosi, meno affollati e a disposizione H24”.
Secondo gli stessi fruitori di sostanze, invece, il problema vero è che “siamo un Paese dove le forze politiche non hanno mai affrontato la questione se non in un’ottica repressiva e criminalizzante che ci toglie la parola, mentre la Rdd viene scambiata per incentivo al consumo”, accusa Alessio Guidotti di Itanpud, rete di consumatori che rivendica “dignità e autodeterminazione”. E hanno ragione a chiedere la parola. Se non altro, per una questione di numeri. Secondo l’ultima Relazione annuale sulle droghe, dall’”analisi delle acque reflue urbane, la cocaina è la seconda sostanza psicoattiva illegale più consumata in Italia, con una stima media di circa 11 dosi al giorno ogni 1.000 abitanti, valore in leggero aumento rispetto al periodo 2020-2022”. Nel report si legge anche che “nel 2024, questa sostanza è stata la causa principale per il 38% dei nuovi accessi nei servizi per le dipendenze. Considerando anche i casi di consumo primario di crack, la percentuale sale al 44%, in netto aumento rispetto al 31% rilevato nel 2015”.
L’attenzione al tema è particolarmente alta a Palermo, “la prima città italiana a essere investita dal consumo di crack”, secondo Giampaolo Spinnato, capo dipartimento del Serd palermitano che ricorda quando, nel 2018, il capoluogo siciliano fu costretto a misurarsi con il problema mentre ancora “nel resto d’Italia il fenomeno non esisteva”. “Durante la pandemia è stato un crescendo, fino alla fase esplosiva nel 2022”. Dal suo punto di osservazione, l’impatto è stato forte: “Abbiamo visto tanti giovanissimi perdersi, alcuni morire perfino, per cause dirette e indirette. Il crack inevitabilmente induce o slatentizza patologie psichiatriche, e gli eventi suicidari non sono così eccezionali, tra i consumatori”.
Non a caso, un anno fa, il 25 settembre 2024, l’Assemblea regionale siciliana ha approvato - all’unanimità - una legge che “si allinea alla normativa nazionale che introduce la Rdd nei Lea - sintetizza Spinnato - e orienta i servizi a un miglior contrasto della dipendenza da crack: è una delle prime e delle più avanzate leggi regionali in materia, perché di solito queste azioni vivono solo di esperienze progettuali, non normate. Nata come legge di iniziativa popolare - ricostruisce il dott. Spinnato - è stata poi elaborata, sviluppando il modello lombardo, da una rete di associazioni e dalla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Palermo. E, per accelerare l’iter, è stata presentata da un intergruppo composto da tutti i partiti dell’Ars.
Insomma, una buona iniziativa”. I risultati? “Un dato importante per noi è quello dei nuovi utenti, perché è un indicatore di ciò che accade sul territorio. Nel 2018/2019 avevamo 500 nuovi utenti l’anno; nel 2022 sono diventati più di 800. Se poi andiamo a incrociare i dati con quelli dell’unità mobile, che di solito intercetta soggetti che per il 50% sono sconosciuti ai servizi, posso dire che quest’anno abbiamo almeno 1600 nuovi consumatori di crack sul territorio palermitano.
Ora, anche grazie alla nuova legge, abbiamo messo su un centro di accoglienza, una struttura residenziale breve che ospita persone in difficoltà che necessitano di protezione ma che non necessariamente hanno deciso di iniziare un percorso di comunità. Siamo solo all’inizio però, la strada è lunga. E la politica deve saper reagire, adottando strumenti scientifici”.











