di Francesco Munafò e Elisa Sola
La Stampa, 12 agosto 2026
Appena uscita dal carcere, era tornata al parco per una dose. Nonostante la dipendenza continuava ad aiutare gli anziani. Il ricordo dei volontari. Nadia la gentile. Nadia l’infermiera di tutti. Nadia che chiedeva scusa ogni volta che l’arrestavano. Nadia che aiutava gli anziani di Mirafiori, finché stava bene. Nadia “la Zia”. Al parco Sempione, tra le siringhe e i divani luridi in mezzo alle zanzare, la ricordano tutti così: “Zia Nadia”. Era uscita di prigione la scorsa settimana. É morta tre giorni dopo essere tornata libera. A 45 anni, su un divano bianco in mezzo ai bivacchi. Era il suo posto, ma non quello dove si sentiva libera davvero. Era ritornata lì perché non aveva un altro rifugio dove stare. Sola, rimasta orfana di madre e padre, senza più un soldo. Oppressa dai fumi del crack, parlava dei demoni che la sostanza le faceva vedere.
“Qui è un inferno”, ha detto l’ultima volta ai volontari che passano per distribuire cibo, the freddo e medicine. Occhi verdi e a volte nocciola, un orecchino al naso a forma di cuore, Nadia Ariana Di Claudio aveva un diploma e un lavoro da infermiera. Aveva anche una casa, prima di finire per la strada. Gliela avevano regalata i suoi genitori. Al piano terra di un interno cortile con nove civici in corso Traiano. Palazzi azzurri tutti uguali di nove piani. Finestre con le zanzariere e aiuole senza fiori. “É stata qui fino a due anni fa, poi i genitori l’hanno mandata via. La casa era diventata un immondezzaio. Era una situazione di degrado estremo. Le hanno portato via i due cani, poi l’alloggio”. Ed è allora che Nadia è andata a vivere per strada, finché non ha trovato un posto dove non stare da sola. Parco Sempione. La zona delle piscine comunali abbandonate dove ci si droga tutto il giorno e tutta la notte.
La vita di Nadia a Mirafiori: 20 anni di dipendenza dalle droghe - Prima di finire in questa periferia, Nadia ha cercato di sopravvivere, per come poteva, a Mirafiori per una decina d’anni. Era dipendente dalle droghe pesanti da venti. Nel quartiere la conoscono. “Faceva lavoretti nelle case degli anziani. Come operatrice sociosanitaria e badante. Qualsiasi cosa per 20 euro”. Qualsiasi cosa per una dose. Fino a quando ha iniziato a drogarsi sempre, finché la sua mente non ha più retto. Al Sempione non era mai lucida, in questa terra di persone invisibili che nessuno vuole chiamare per nome.
Perché al parco Sempione Nadia era diventata “la Zia” - La vedevano alterata e confusa, sempre, gli operatori del gruppo Abele. E anche frate Luca Minuto, fondatore del progetto Maangi-fi, creato per intercettare i disagi di chi vive il mondo della droga. Sono loro gli unici volontari che parlano con le persone come Nadia. E anche a loro Nadia sorrideva. “Non ha mai perso la gentilezza”, dicono di lei. “Faceva l’infermiera anche qui. Sapeva mettere le garze, fare le medicazioni, aiutare chi stava collassando”. Ed è per questo che al Sempione la chiamavano “la Zia”.
Gli arresti, il carcere e il ritorno al parco - Era gentile anche quando la arrestavano, furti e rapine per pagarsi la droga. Chiedeva “scusa” ai poliziotti ogni volta che la fermavano: “L’ho fatto perché dovevo farmi. Mi dispiace”. In carcere si disintossicava. Ma quando usciva, tornava al Sempione. Lo ha fatto anche venerdì scorso. “Era pulita”, pare. Ha cercato subito una dose. L’hanno vista accasciarsi sul divano che sta tra le tende e i tavolini presidiati dagli spacciatori. “Pensavamo dormisse, non abbiamo capito che stava male”. Dopo un giorno hanno visto che non respirava più.
I tentativi di smettere e il legame con il lavoro da infermiera - Ci aveva provato a smettere, Nadia. Anni fa era andata al Serd, il Servizio dipendenze della Asl. Non aveva perso la bontà. E nemmeno il legame con la sua professione. Ogni tanto i volontari le passavano sacchetti con materiale sterile, garze, siringhe, disinfettante. “Lo teneva nascosto, pronto da usare se qualcuno stava male”. Lo consegnava con un sorriso.
La croce piantata al parco Sempione - In uno degli ultimi post che aveva scritto su Facebook, Nadia si era raccontata così: “Sono una ragazza con tanta voglia di vivere e aiutare. Purtroppo il destino non mi ha riservato un posto in prima fila”. Frate Luca, l’altra sera, ha piantato una croce nel parco nel punto in cui Nadia è stata trovata morta. Dice: “Ho chiesto ai ragazzi se potevo metterla e dire una preghiera. Mi hanno detto sì. Ho fatto il mio dovere, ho fatto il prete. Sempione non è solo droga e morte. Ci sono qui gesti di solidarietà, solitudini che si incontrano. Quella croce mi ricorderà che il sorriso della zia Nadia è eterno. Viveva, con fatica, ma viveva”.









