di Claudia Milani Vicenzi
Giornale di Vicenza, 2 settembre 2025
Il racconto di una mamma: “Quando era ubriaco diventava violento. Le abbiamo provate tutte, poi mi sono rivolta alle forze dell’ordine. A volte quando andavo a trovarlo era spaventato e mi chiedeva soldi”. “Non si tratta di costruire nuove celle o aumentare le pene, senza personale non c’è rieducazione e il carcere rischia di restare una fabbrica di delinquenti”. Questo il messaggio, estremamente chiaro, lanciato nei giorni scorsi in occasione della visita della Camera penale berica al Del Papa con altre istituzioni. Una situazione che la mamma di un giovane di 25 anni (omettiamo le generalità per tutelarla) conosce bene perché, purtroppo, l’ha provata sulla sua pelle: “Ho denunciato mio figlio per salvarlo, ma non è andata così”.
Una decisione sofferta - Mesi fa aveva era arrivata a prendere una decisione così sofferta e difficile credendo, dopo “averle provate tutte”, che fosse l’unica soluzione. “Se avessi saputo come sarebbero andate le cose non lo avrei mai fatto” dice però oggi. La vita di suo figlio è stata quella di un qualsiasi ragazzo fino a 19 anni. Una vita “normale” tra scuola, sport e amicizie. Poi, forse proprio a causa di queste ultime, tutto è cambiato. Il ragazzo ha iniziato a frequentare compagnie sbagliate e a consumare droga e soprattutto alcol. E da lì è iniziato l’incubo. “Beveva, si ubriacava e diventava un’altra persona - ha raccontato -. Io e suo padre abbiamo fatto di tutto per aiutarlo, abbiamo consultato medici, specialisti. Quando beveva diventava violento, non mi riconosceva neppure. È arrivato a mettermi le mani addosso, più di una volta. Dopo l’ultima aggressione non ce l’ho più fatta”.
La realtà del carcere - “Ho denunciato mio figlio per salvarlo. E invece non è stato così”. La mamma racconta di visite in carcere che la lasciavano sgomenta. “A volte lo trovavo che faticava a reggersi in piedi e a parlare, come fosse stato sedato pesantemente, a volte mi accoglieva o mi parlava al telefono con un’euforia assolutamente esagerata e tipica di chi è sotto l’effetto di qualche sostanza o dell’alcol. Altre volte, ed è questo l’aspetto più sconvolgente, era molto spaventato”.
C’è un ricordo che la mamma del giovane non potrà mai cancellare. “Sono andata a trovarlo, era in lacrime, terrorizzato. Continuava a ripetere “qua mi ammazzano” e diceva che aveva bisogno di soldi subito. Non ha voluto dirmi di più, era troppo scosso”. I soldi, appunto. Dopo solo due, tre mesi in carcere ha cominciato a chiederne. Prima si trattava di piccole cifre, poi somme più consistenti. “E sono certa che non fosse per comprare generi alimentari ma che servissero per pagare debiti contratti con altri detenuti”.
Nessuna riabilitazione dietro le sbarre - “Dopo 5 mesi è uscito dal carcere - spiega ancora la mamma - ora sta seguendo un programma di recupero. Forse non è uscito peggiore ma sicuramente nel periodo di detenzione non è migliorato. Quei cinque mesi non sono serviti a nulla. La prigione non riabilita e se tornassi indietro non lo denuncerei. Ha trascorso tutto il tempo dietro le sbarre in completa inattività senza poter lavorare, partecipare a corsi di recupero o a qualsiasi attività. Credo che questo dovrebbe essere invece fondamentale”.
La situazione a Vicenza - A Vicenza, la capienza massima prevista è di 276 detenuti, ma ce ne sono attualmente 324 di cui 177 condannati in via definitiva. Gli stranieri, alcuni dei quali molto giovani, sono circa il 40%. Nel 2024 si sono registrati 200 atti di autolesionismo; 16 tentativi di suicidio e un suicidio. A questi devono essere aggiunti diversi episodi di incendi e danneggiamento. Carenza di personale e sovraffollamento sono le criticità maggiori che accomunano tutti gli istituti.











