di Franco Giubilei
La Stampa, 8 luglio 2025
Il racconto di una ragazza ospite di San Patrignano: “La droga non bastava mai. Non dormivo più e persi il lavoro. Dopo 22 mesi in comunità è ancora dura”. Che la nuova emergenza si chiami crack lo dicono i dati più recenti sul consumo di droghe e lo testimonia l’esperienza di Nicole, che a 17 anni ha cominciato a fumare cristalli di coca per ritrovarsi molto presto con una dipendenza fortissima. Oggi ha 24 anni e da ventidue mesi segue un programma di recupero nella comunità di San Patrignano.
Nicole, com’è cominciata con le sostanze?
“In prima superiore, dove studiavo per grafica pubblicitaria, uscivo con una mia compagna di scuola più grande di me di due anni che era stata bocciata e ho iniziato con le canne insieme a lei, che fumava già. Il sabato sera andavamo a ballare, poi dormivo da lei e il lunedì tornavo a scuola. In breve tempo ho cominciato a fumare tutti i giorni. Bevevo qualche birra, ma in quel periodo niente di più”.
Il passaggio successivo qual è stato?
“In seconda, quando avevo 16 anni, ho provato la coca: avevo conosciuto una ragazza marocchina alla stazione di Cesena che me l’ha offerta in via amichevole. Anche lei era più grande, 18 anni. All’inizio ho detto di no perché mi faceva un po’ paura, poi lei ha insistito, diceva ma cosa vuoi che sia, lo faceva lei davanti a me e aveva un’aria tranquilla, così abbiamo tirato insieme”.
Che effetto le ha fatto?
“Mi sentivo senza insicurezza, più sciolta, mi è piaciuto. L’ho rifatto un po’ di volte il sabato sera a ballare, sempre con lei: mi rendeva attiva, felice, senza pensieri. Poi ho cominciato a tirare anche dopo la scuola con ragazzi amici di lei. In pochi mesi sono passata dal consumo il sabato sera a qualche volta alla settimana a tutti i giorni, più volte al giorno. L’anno dopo sono passata al crack”.
Ma come è successo?
“Avevo conosciuto un altro gruppo di ragazzi e una di loro si è messa a fumarlo davanti a me, insisteva che lo facessi anch’io, diceva che dovevo farlo se le volevo bene e che, se lo avessi fatto io, lei avrebbe smesso… subito non avevo capito, ma ho provato comunque”.
Che cosa provoca il crack?
“Ti senti invincibile, ti viene una carica assurda, ti senti un genio. L’effetto dura solo un minuto e poi scende, e non basta mai, non hai tregua…”.
Come faceva con i soldi?
“Come ragazza era facile trovarli, io facevo piccoli furti a casa mia e poi nei negozi in giro. E fregavo la gente, chiedevo soldi a qualcuno, dicevo che glieli ridavo e invece non lo facevo, cose così”.
E a casa come andava?
“A casa c’ero poco, andavo a pranzo e poi uscivo: inizialmente stavo fuori il sabato, poi i week-end e poi, da più grande, per mesi. I miei - mia mamma lavora in un supermercato, il mio babbo fa il camionista - mi chiedevano, cercavano di capire cosa succedeva, ma io mi facevo vedere solo quando stavo bene. Quando l’effetto calava e stavo male per il “down”, invece, dormivo dalla mia amica”.
La sua famiglia come ha reagito?
“Il mio babbo mi veniva a cercare ma il più delle volte non mi trovava. Quando capitava e mi riportava a casa facevo finta di niente. Mia mamma stava malissimo, mia sorella invece era incazzata con me, ma riusciva a starmi dietro: entrava nei miei profili social per vedere dov’ero e la gente con cui stavo. È lei che ha scoperto che usavo crack perché ha trovato la bottiglia con cui fumavo in camera mia”.
Dopo la scuola cosa è successo?
“Ho preso la patente e ho cominciato a lavorare come cameriera in bar e ristoranti, ma continuavo a farmi: mi facevo al lavoro, tornavo a casa e mi facevo di nuovo, finché ho perso il lavoro, non perché mi abbiano cacciato, ma perché ho smesso io: non dormivo mai e non ci riuscivo più, il crack ti toglie anche il sonno. Il mio babbo mi ha chiuso il conto in banca perché ha capito: lì ho cominciato con i furti e un po’ di spaccio”.
Quando e come ha detto basta?
“Grazie a mia sorella: avevo fatto un incidente in macchina e mi ha visto mentre stavo cercando un bar, ero a piedi in quel momento, e avevo la faccia spaccata per l’incidente. Lei mi ha visto e ha pensato che la persona da cui vivevo mi picchiasse, così ha chiamato la polizia”.
Chi era la persona?
“Uno che spacciava, un albanese di 39 anni, aveva la droga e stavo con lui: il suo appartamento era una crack house dove la gente veniva a comprare la roba. Quando è arrivata la polizia ero fattissima. Tornata a casa, mia sorella mi ha parlato di San Patrignano, conosceva ex ospiti della comunità, e ho deciso di provarci”.
È stata dura disintossicarsi?
“È ancora dura: la droga me la sogno. Qui in comunità lavoro al canile e tra poco vado a lavorare al ristorante. Parlo con le persone, vivo, faccio una vita quasi normale. Mi manca la libertà di fare quello che voglio o non voglio io, ma adesso come adesso non saprei come gestirla. La cosa più importante è ascoltare gli altri, ma parlare di me stessa e capire come sto resta la cosa più difficile. Però ho imparato che una brutta verità è meglio di una bella bugia, perché è molto difficile fidarsi per persone come noi, e che non devo avere paura di chiedere aiuto, perché da soli non ce la si fa. Ma so che qui nessuno mi giudica e che non sono sola”.











