di Checchino Antonini
Left, 3 gennaio 2020
Negli Usa è bastato legalizzare la cannabis light per abbattere il fatturato della criminalità organizzata. In Italia la destra fa quadrato affinché non accada. E anche stando alle ultime indagini (di cui si parla molto poco) tra le sue fila si incontrano personaggi vicini alle cosche.
"Anche se è un sostituto imperfetto, la cannabis light produce danni alla criminalità organizzata per il 10-11% del loro fatturato", spiega a Left Luca Marola, creatore di Easy Joint, citando i dati di una ricerca della York University redatta da tre italiani ("Do it yourself medicine?", di Carrieri, Madio, Principe, 2019) da cui si ricavano anche le evidenti ricadute della cannabis light e di quella terapeutica sulle prescrizioni di oppioidi, ansiolitici, sedativi, antidepressivi ecc.
"Lo stato di Washington ha visto crollare i prezzi nel mercato illegale per effetto della legalizzazione", segnala Federico Varese, criminologo a Oxford e autore, fra l'altro, di "Mafie in movimento. Come il crimine organizzato conquista nuovi territori" (Einaudi, 2011). Pochi giorni fa, la presidente del Senato, la forzista Casellati, ha dichiarato inammissibile un emendamento alla manovra che avrebbe chiarito la legalità del mercato di quella sostanza, infiorescenze comprese, fino allo 0,5% di Thc, considerato il limite di psicoattività.
Una norma attesa da tutta la filiera e che avrebbe fruttato mezzo milione di curo di accise all'erario, ma che s'è infranta contro la barriera del proibizionismo di Lega, post-fascisti, integralisti cattolici. La guerra alla droga ha voluto assumere i contorni surreali di guerra alla non droga. Perché quella light è "canapone", lontanissima dall'immaginazione allegorica "messa a disposizione del pensiero dall'ebbrezza dell'hashish" di cui parlava Benjamin nei Passages.
È marijuana che non sballa, rilassante (il Cbd, cannabinolo, agisce contro stress, ansia, dolore e insonnia) ma non psicotropa. Così, mentre nel mondo anglosassone il dibattito è su quale modello scegliere per la legalizzazione, se quello dei "cannabis social club" oppure il "profit-driven" con le multinazionali a farla da padrone "e il rischio di ingresso di capitali illegali e di costituzione di una lobby che riduca il lavoro sull'educazione", avverte Varese, qui da noi la nuova guerra è iniziata il 9 maggio scorso dall'allora ministro Salvini anche per dirottare l'attenzione dall'inchiesta per corruzione che aveva coinvolto un sottosegretario leghista, Siri.
"Da allora - riprende Marola - il comparto, dopo due anni di crescita, vive una situazione di incertezza perché la legge non prevede ancora uno sbocco commerciale per le infiorescenze". Si tratta di 10-12mila posti di lavoro legali spuntati dal nulla dopo la provocazione creativa di Easy Joint, "mettiamoci a vendere il fiore (biologico, italiano, sicuro) e vediamo che cosa succede". Ed è successo che alcune procure e questure, in Veneto, Liguria, Basso Piemonte, Macerata hanno iniziato a sequestrare campi e magazzini.
"Se fosse uno dei tavoli di crisi aperto al Mise sarebbe il più grande, più dell'Ilva e del suo indotto", insiste Marola. "Il fiore della cannabis leggera è più pericoloso di quello col Thc - riprende l'attivista antiproibizionista - perché manda in pezzi tutta la narrazione proibizionista per cui tutte le droghe sono uguali".
"Nell'economia illegale (che è un decimo del sommerso), stando all'Istat, la droga fa la parte del leone, 16 miliardi di "fatturato" (4-5 miliardi relativi alla cannabis) rispetto ai quattro della prostituzione e "spiccioli" delle sigarette di contrabbando", spiega a Lefi Marco Rossi, economista alla Sapienza incrociando la relazione Istat sull'economia sommersa e i dati della European society for social drugs research. Un mare di soldi, gli unici disponibili in tempi di austerità e di difficile accesso al credito, che ha bisogno di essere lavato e che produce una serie di distorsioni, dalla concorrenza sleale, all'usura, alla corruzione.
Una buona parte delle quali è conseguenza diretta del proibizionismo, ossia l'ossessione per il controllo dei corpi e degli stili di vita. Un copione che si replica dagli anni Venti anche se la criminalizzazione espone al rischio i consumatori, permette un salto di qualità delle cosche, incrementa la corruzione dei pubblici ufficiali, generalizza il sistema di relazioni che ruota intorno al traffico.
Umberto Santino in Mafie e droghe tra proibizionismo e crociate antidroga (Csa Giuseppe Impastato, 2001) punta l'indice sugli effetti criminogeni della globalizzazione neoliberista, "un contesto che stimola e favorisce il ricorso all'accumulazione illegale" fino a un rovesciamento dei ruoli tra politica e criminalità. Se ancora non sono i gangster, come al tempo di Al Capone, a dettare ordini, esiste sicuramente una "coincidenza di interessi" tra le mafie e le forze politiche più intrise di proibizionismo e liberismo.
"Nelle società occidentali le borghesie mafiose sono una componente del sistema di accumulazione e dominio", scriveva Santino. Parlano di questo le operazioni di questi giorni contro la 'ndrangheta in Piemonte, che hanno portato all'arresto di un ex forzista passato al partito di Meloni e alle dimissioni di un assessore regionale di Fratelli d'Italia campione di preferenze (cinque in pochi mesi i "fratelli di 'ndrangheta" scoperti nelle file di Fdi), e anche i rapporti della Lega con uomini vicini alle 'ndrine dal Veneto alla Calabria.
I giornali come Lefi servono se riescono a mettere in relazione le notizie, a scoprire i fili che legano i fatti e formulare domande utili: esiste una relazione tra la cultura proibizionista e una serie di scelte che favoriscono oggettivamente le mafie? "Le ultime indagini - continua Varese - sono importanti perché confermano il nesso tra controllo del territorio, struttura organizzata gerarchicamente, rapporto con la politica, connivenza del tessuto legale".
Ancora: che legame c'è tra un ceto politico proibizionista e la sua incapacità di fare i conti con gli effetti disastrosi della guerra alla droga? Inutile cercare tracce di una riflessione nella Relazione governativa 2019. Se il mercato illegale si dilata e si differenzia, il sistema dei servizi è inchiodato su un target che non esiste più, la riduzione del danno, inserita nei Lea da due anni, è un "diritto sospeso", perché non ancora declinata a livello nazionale, denuncia Forum Droghe che sottolinea come il Dipartimento politiche antidroga rifiuti di confrontarsi con prospettive che potrebbero consentire la comprensione della specificità dei modelli di consumo.
La rete della società civile, operatori, pazienti, utilizzatori, si troverà a Milano alla fine di febbraio per rendere pubbliche proposte alternative al modello penale e patologizzante. Intanto un terzo dei detenuti, soprattutto stranieri, è dietro le sbarre per via dell'articolo 73 della Fini-Giovanardi, quello incostituzionale, che non distingueva tra sostanze leggere o pesanti, tra spaccio e uso personale. "C'era una forte componente razzista e antisemita - ricorda Varese - anche nel proibizionismo sull'alcol. Erano gli immigrati, italiani e dell'Est europeo, quelli che bevevano".










