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di Andrea Lijoi


Milano Finanza, 6 dicembre 2019

 

Dopo la sentenza del 30 maggio 2018 con la quale la Corte di Cassazione ha ritenuto illecita la vendita di cannabis, anche quella light, si aspettava la chiusura immediata delle migliaia di canapa shop fioriti in tutta Italia. Anche Matteo Salvini, allora ministro dell'Interno del primo governo Conte, provò a eseguire la sentenza e proclamò "li chiuderò uno a uno". In realtà la sentenza, come osservarono in molti, è piuttosto ambigua e lascia ai giudici ordinari il compito di verificare caso per caso se i prodotti a base di cannabis, esposti nelle vetrine degli shop, sono idonei "a produrre in concreto un effetto drogante".

A conti fatti, i negozi con le classiche foglie verdi a forma di lancia per insegna continuano a esporre e a vendere biscotti, tisane, bustine di erba e altre decine di prodotti a base di cannabis sativa. Nei giorni scorsi a Milano si è anche tenuta la seconda edizione di Canapa Expo, la fiera internazionale dedicata al mondo della canapa e ai suoi prodotti, con centinaia di espositori e migliaia di visitatori, con decine di esperti giunti da tutta Europa che in tre giorni di workshop e dibattiti hanno insistito sulla necessità di fare finalmente chiarezza nel settore.

"Anche perché", sostengono i promotori, "è una risorsa incredibile e con la legalizzazione può fare molto per l'economia, il sociale, oltre ai già noti vantaggi dal punto di vista medico e ambientale". In effetti, l'uso terapeutico delle infiorescenze della canapa è già autorizzato e in uso da anni, prescritto legalmente dai medici per alleviare dolori cronici di varia origine. Ed è impensabile che la Finanza vada a chiudere farmacie e ospedali dove si somministrano farmaci a base di cannabis sativa, che comunque sono fuori dal perimetro indicato, anche se con confini non proprio netti, dalla sentenza della Cassazione.

Inoltre, questa marijuana terapeutica è prodotta nello Stabilimento chimico farmaceutico militare di Firenze, unico "spaccio" autorizzato per farmacie e ospedali a un prezzo per i pazienti fissato dal ministero della Salute. Il problema sorge per la cannabis light (cioè la canapa sativa con principio attivo The inferiore allo 0,6%) venduta proprio in quei negozi, spuntati all'improvviso dopo la legge n. 242 del 2016 che ha aperto lo spiraglio della regolamentazione, come avvenne per le botteghe del vaping quando scoppiò la moda delle sigarette elettroniche.

E proprio come per le e-cig, il problema della cannabis light è, al di là della legalizzazione, la regolamentazione da parte dello Stato di un fenomeno già in atto. Come? Attraverso le imposte. Se il tabacco e i suoi derivati pagano le accise, che fruttano ogni anno all'erario x miliardi di euro, e se anche le sigarette elettroniche pagano la loro quota di accise, perché mai la cannabis e i suoi derivati usati per motivi ricreativi non devono dare il loro contributo di imposte?

Che così debba essere ne sono convinti anche diversi parlamentari, in questi giorni alle prese tra l'altro con la manovra economica per far quadrare il bilancio pubblico. Uno di questi è Massimo Ungaro di Italia Viva, autore di un'interrogazione parlamentare al presidente del Consiglio e ai ministri dell'Economia, dell'Interno, della Salute e della Giustizia, in cui pone un problema sociale (il libero accesso all'acquisto di cannabis light anche per i minorenni, non solo negli shop ma soprattutto nei canali online) e un problema erariale.

Secondo uno studio dell'Università di Messina citato da Ungaro, applicando alla cannabis una tassazione simile a quella dei tabacchi, le entrate per lo Stato sarebbero pari a circa 5 miliardi di euro l'anno, oltre a una riduzione della spesa pubblica legata alla repressione dello spaccio illegale per 540 milioni di euro. "Un inquadramento di legge", afferma nell'interrogazione, "permetterebbe di sottrarre ingenti risorse alla criminalità organizzata, assicurando al contempo nuovi significativi introiti per lo Stato che rappresenterebbero, altresì, entrate certe, perché provenienti da una rete controllata e sicura".

Un tema ripreso anche in due proposte di emendamento alla legge di Bilancio in discussione al Senato, primi firmatari Francesco Mollame e Matteo Mantero del M5S, che mirano a sottoporre a imposta di fabbricazione la biomassa di canapa e a tassare la commercializzazione delle infiorescenze di canapa. Ma gli emendamenti, con grande disappunto dei presentatori, sono stati ritirati. "Vi chiedo scusa", ha postato sul suo profilo social Mantero, rivolto ai suoi elettori dopo aver scoperto che gli emendamenti erano stati ritirati dal suo gruppo in commissione bilancio. Ma poi assicura: "Non tutto è perduto, ripresenteremo l'emendamento alla Camera".