di Carla Rossi
Il Manifesto, 10 giugno 2026
Negli ultimi anni l’Unione europea ha sviluppato strumenti quantitativi per valutare le politiche sulle droghe non solo sul piano sanitario, ma anche rispetto a mercato, sequestri, prezzi, criminalità e azione repressiva. Applicati al caso italiano, questi indicatori mostrano con chiarezza il fallimento delle politiche fondate quasi esclusivamente sulla repressione della produzione e del commercio. Prendendo in esame 33 anni di dati carcerari (1991-2024), le serie storiche mostrano che le diverse modifiche legislative hanno inciso soprattutto sulla pressione penale, ma non sulla capacità di ridurre il mercato. La legge Fini-Giovanardi, che equiparava droghe leggere e pesanti, rappresenta il momento di massima repressione; dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha reintrodotto una distinzione sanzionatoria, si osserva una riduzione degli ingressi ma mai un reale effetto di contenimento dell’offerta.
Un indicatore particolarmente importante è la durata media della detenzione per i reati legati all’articolo 73. Combinando dati di prevalenza e incidenza carceraria, emerge che la permanenza media in carcere è aumentata nel tempo. Questo significa che la repressione non solo non ha ridotto il mercato, ma ha prodotto più carcere e pene più lunghe, colpendo prevalentemente i soggetti più vulnerabili: piccoli spacciatori, persone povere, consumatori coinvolti in economie di sopravvivenza, non certo i livelli alti delle organizzazioni criminali.
Per misurare l’efficacia reale dell’azione repressiva, abbiamo stimato la popolazione attiva nel mercato al dettaglio delle droghe attraverso metodi statistici sui dati degli ingressi ripetuti in carcere. Tra il 2009 e il 2021, la forza lavoro stimata oscilla tra 400mila e 600mila persone. A fronte di questi numeri, l’efficacia delle incarcerazioni resta molto bassa, tra il 2% e il 5%, mentre quella delle denunce si colloca intorno al 6-8%. Si tratta peraltro di stime ottimistiche, perché ingressi e denunce possono riguardare più volte le stesse persone.
Un’ulteriore conferma dell’inefficacia repressiva viene dall’andamento dei prezzi al dettaglio. Se la repressione funzionasse davvero, la riduzione dell’offerta dovrebbe produrre un aumento significativo dei prezzi. Invece, tra il 2012 e il 2024, i prezzi di cocaina, marijuana e hashish restano sostanzialmente stabili, con variazioni inferiori all’inflazione complessiva. Anche questo indica che il mercato non viene realmente intaccato. Le stime ufficiali italiane indicano che la spesa al dettaglio per le principali sostanze è passata da 12,7 miliardi nel 2011 a 17,2 miliardi nel 2023, con un aumento del 39%. Una massa di denaro di queste dimensioni alimenta non solo le reti criminali, ma anche forme di corruzione ad alto livello, appalti opachi, imprese di copertura, sfruttamento del lavoro e infiltrazioni nei settori legali dell’economia.
I dati del progetto internazionale Alice Rap mostrano la diffusione della corruzione percepita nel mercato illegale: in Italia il 69% dei detenuti per reati di droga intervistati dichiarava di aver sentito parlare di episodi di corruzione, soprattutto nelle forze dell’ordine, ma anche nella magistratura e nei controlli doganali. I benefici indicati riguardano soprattutto la possibilità di operare indisturbati, ricevere informazioni sulle indagini o evitare l’arresto. La guerra alla droga ha prodotto costi enormi, carcere, inefficienza e corruzione, senza ridurre offerta e domanda, né proteggere la salute pubblica. Alla luce dei dati, è urgente superare l’approccio ideologico per diminuire incarcerazioni inutili e un lucroso mercato illegale; a partire dalla regolamentazione della cannabis, che presenta livelli di rischio inferiori all’alcol e comparabili alla nicotina. Lo studio integrale nel volume Cannabis Use a cura di Giovanni Trovato e Carla Rossi su fuoriluogo.it.










