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di Eleonora Martini

Il Manifesto, 9 luglio 2025

Un’articolata inchiesta di Nadia Ferrigo, “L’erba e le sue buone ragioni”, pubblicata da Einaudi. Le iniziative dei radicali, la sinistra ondivaga, gli echi nostrani della “War on drugs” di Nixon. Roma, luglio 1975. La sede dei Radicali di via Torre Argentina è piena di giornalisti e militanti. Tra loro, Marco Pannella accende uno spinello tenendolo al contrario - è esperto di Gitanes, meno di canne - in attesa dell’arrivo della polizia, chiamata per autodenunciarsi. Poco dopo il commissario Ennio Di Francesco entra imbarazzato nella sala, deriso dai presenti, e porta via Pannella in arresto.

È un giovane poliziotto, Di Francesco, e si rende conto dell’anacronismo di una legge che puniva “con il carcere o l’ospedale psichiatrico minori e tossicodipendenti, magari solo per uno spinello”, come ricostruì egli stesso in seguito. Perciò, poche ore dopo avere accompagnato Pannella nel carcere di Regina Coeli, decide di inviargli un telegramma di solidarietà, “che finisce in prima pagina su Momento sera”. Quando, per punizione, il commissario verrà “trasferito in fretta all’ufficio passaporti”, i militanti radicali non dimenticheranno il suo gesto: “Di Francesco - scriveranno sui cartelli - è colpevole di pensare”.

L’episodio è raccontato dalla giornalista de La Stampa Nadia Ferrigo nel saggio L’erba e le sue buone ragioni. Perché liberalizzare la cannabis conviene alla società, edito da Einaudi nella collana Passaggi (pp. 135, euro 15,50). Ed è preso a simbolo della causa antiproibizionista che il Partito Radicale, unico in Italia, come scrive l’autrice, sposò “fino a farne bandiera”, “mentre le forze di sinistra si sono sempre dimostrate quantomeno ondivaghe”. Da allora, mentre la maggior parte dei Paesi europei e gli stessi Stati uniti d’America hanno intrapreso un’evoluzione sulla base delle evidenze scientifiche, e seguendo un approccio razionale che “in quindici anni ha scardinato la scelta proibizionista”, l’Italia è rimasta al palo, se non addirittura regredita.

La politica nostrana è riuscita perfino a far miseramente naufragare anche le poche riforme liberali che negli anni avevano trovato spazio, come “l’invenzione della cannabis light”, per esempio. E i deboli tentativi di abbandonare la propaganda anti-marijuana che caratterizzava la War on drugs, nata oltreoceano e intensificata alla fine degli anni Sessanta per la campagna elettorale di Nixon al fine di stigmatizzare l’elettorato afroamericano: “La droga delle popolazioni immorali”, la bollavano. Propaganda alla quale però nemmeno lo stesso presidente americano credeva. “Sapevamo di mentire sulla droga? Certo, e l’abbiamo fatto”, ammise l’ex consigliere repubblicano John Ehrlichman nel 1994.

Nadia Ferrigo, esperta nella materia, ripercorre la storia della pianta di canapa (indica, sativa e ruderalis) e del proibizionismo fin dalle origini e nei vari Paesi occidentali. Con un particolare focus sull’Italia, “uno dei Paesi europei con le leggi più severe sulle droghe” e allo stesso tempo con “uno dei più prolifici mercati neri” e “uno dei più alti tassi di consumo tra i giovani”. Tra “il 1990 e il 2020, tanto per dirne una, sono state segnalate alle autorità un milione e 200 mila persone per il solo consumo” di sostanze, “oltre il 70% del totale per cannabis”, scrive la giornalista. I costi della repressione? “Allo Stato, e quindi a tutti noi, ogni grammo sequestrato è costato circa 500 euro”. Ferrigo analizza anche le ultime leggi-bandiera prodotte dal governo Meloni: dal decreto Caivano, che ha contribuito a riempire carceri e Ipm di giovani consumatori, fino al dl Sicurezza che, contro ogni evidenza scientifica, attribuisce d’emblée un potere “drogante” anche alla canapa industriale senza principio attivo, mettendo sul lastrico migliaia di aziende agricole incentivate peraltro dai fondi europei.

Non che non esistano sacche di resistenza anche in Italia: le loro voci trovano largo spazio nelle pagine del capitolo che l’autrice dedica “Ai disobbedienti”. “Bisogna correre il rischio di essere impopolari per non essere antipopolari”, diceva Pannella. Oggi bisognerebbe avere il coraggio di percorrere la strada della liberalizzazione, sembra la tesi di Ferrigo.

O almeno della legalizzazione, che “non è una sola” ma “sono tante e tortuose”, fa notare la giornalista ricordando l’ex presidente Pepe Mujica, “che portò l’Uruguay a essere il primo Paese al mondo a legalizzare la marijuana”. Mujica, morto a maggio, proprio mentre il libro andava in stampa, sosteneva che “per abbandonare il proibizionismo bisogna cambiare lo sguardo e porlo non sull’offerta ma sulla domanda, così da investire energie e risorse su prevenzione, informazione e ricerca sulla complessità del fenomeno delle droghe”. “A noi sta - conclude Nadia Ferrigo - scegliere se vivere vecchie illusioni o nuove speranze”.