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di Monica Bogliardi

 

Grazia, 4 febbraio 2021

 

Più ragazze nei posti di comando, rifiuto della violenza, possibilità di studiare. Negli anni la comunità per tossicodipendenti fondata da Vincenzo Muccioli è stata ripensata per cancellare le ombre del passato, come quelle raccontate nei recenti documentari. Ma resta viva l'idea del suo fondatore: creare un universo separato dove per liberarsi dalla droga bisogna seguire regole severe

San Patrignano, sulle colline riminesi di Coriano, nasce comunità ma diventa cittadina: 270 ettari, 1.200 abitanti, ospedale, centro medico, distaccamenti di scuole superiori. La più grande struttura per tossicodipendenza d'Europa ha un programma di recupero, gratuito, a lungo termine: in media gli ospiti rimangono lì fra i tre e i quattro anni.

In queste settimane è stata sotto i riflettori per il docufilm Netflix SanPa. Luci e tenebre di San Patrignano, basato sui primi 15 anni di vita del centro, che ha posto l'accento sui metodi a volte violenti degli ex tossicodipendenti messi a capo di settori della comunità e affiancati ai ragazzi appena entrati.

Ma come è oggi San Patrignano? Che cosa resta e che cosa è cambiato di quella comunità fondata da Vincenzo Muccioli nel 1978 e che oggi reinserisce in società con un lavoro il 90 per cento dei suoi ragazzi? Il 72 per cento di quelli usciti a fine percorso, secondo studi realizzati dalle università di Urbino, Bologna e Padova, non ricade nella droga.

Oggi come ieri regole e disciplina sono severi. Vietati cellulari e computer per uso personale. Vietato uscire dalla comunità. Vietato intrattenersi con ospiti di altri settori. Vietati i contatti tra maschi e femmine. Dopo ogni tranche di percorso c'è la cosiddetta verifica. La più importante è quella che, dopo tre anni, permette di tornare a casa per una settimana. "Solo dopo un anno si riceve la visita dei genitori. E non puoi parlare con persone di altri settori: per me quello è stato più difficile che rinunciare a cellulare e social. Ma poi capisci che certe regole servono a non farti distrarre dal compito principale: ricostruire se stessi", dice Tiziana Filippi, a San Patrignano in forze al settore cucina. "Assumevo cannabis e alcol insieme: quando ho distrutto una macchina in un incidente ho chiesto di entrare qui, un anno e 11 mesi fa. Ho avuto momenti di crisi, non avevo un buon rapporto con la mia tutor. Ma ho trovato un affetto, un calore nel mio team che mi hanno dato la carica giusta".

Le droghe che oggi la comunità affronta sono diverse da quelle di ieri. Un tempo c'era solo l'eroina, e niente alcol. "Il 50 per cento dei ragazzi soffre per una multi-dipendenza, come quella da eroina e cocaina insieme. Molti hanno assunto le droghe chimiche. Tanti, sempre di più, iniziano con cannabis e alcol insieme. Oggi ci concentriamo anche sulla dipendenza psicologica: il 90 per cento dei ragazzi entra già disintossicato", dice Antonio Boschini, storico responsabile terapeutico, a Coriano da 41 anni. L'altra novità è che si è abbassata l'età media degli ospiti. Oggi in comunità ci sono due centri per minori, spesso inviati dai giudici minorili, e si sta aprendo il terzo. "Anche per i minori il percorso terapeutico si basa sul recupero dell'autostima, che il tossicodipendente non ha più. Ricostruire una solidità affettiva e avvicinarsi a una passione professionale sono fondamentali. Questi sono i due segreti della nostra ricetta, al netto degli errori che, certo, sono stati fatti in passato". Infine, a San Patrignano è arrivata la psicoterapia. "Abbiamo capito che per alcuni ragazzi sono necessarie sedute psicoterapeutiche per curare traumi preesistenti alla dipendenza", dice Boschini.

Nel 2021 San Patrignano è una realtà formativa: i suoi comparti, dalla carpenteria alla tessitura, danno titoli di studio. Alcuni, come quello delle carte da parati, sono un'eccellenza internazionale e ricevono commesse da tutto il mondo. Ci si può laureare. E la comunità vuole diventare una realtà produttiva indipendente dal punto di vista economico, almeno per i fabbisogni ordinari. "La produzione interna gestita dai ragazzi, penso agli allevamenti e ai servizi, copre il 70, il 75 per cento delle spese; il resto è garantito da eventi e donazioni", dice il presidente Alessandro Rodino Dal Pozzo. "Purtroppo il Covid-19 ha ridotto gli ingressi nel 2020 e annullato le visite esterne: ogni giorno avevamo quattro bus scolastici in visita, perché ci occupiamo anche di prevenzione con le scuole".

Da SanPa sono passati 26 mila tossicodipendenti. Tutti hanno lavorato. "Ho visitato più volte la comunità l'anno scorso e ho visto i ragazzi darsi da fare in un'atmosfera di vero affetto", dice Giorgio Gandola, autore del libro-reportage Tutto in un abbraccio (Panorama). "I due capisaldi dell'insegnamento di Vincenzo Muccioli, sentirsi amati e riacquistare la dignità del lavoro, sono ancora lì. Molti ragazzi si sono salvati non solo dalla droga ma dal carcere minorile".

Dal 1978 a oggi sono infatti 4.000 gli anni di carcere che sono stati convertiti in percorsi di recupero. Ma la vera sfida di SanPa è mantenere le linee guida di Vincenzo Muccioli e adattarle ai continui cambiamenti. "Non sono diverse solo le droghe, ma anche le sofferenze dei ragazzi", dice la regista Maria Tilli, l'anno scorso presente a San Patrignano per realizzare Lontano da casa, intenso docufilm prodotto da Rai Cinema, ora su RaiPlay. "Ho visto ragazzi arrivati alla droga soprattutto perché, ognuno in modo diverso, si sentivano inadatti alla vita. E la droga era la scappatoia. La comunità, che non è certo permissiva come un centro di riabilitazione californiano, permette loro di riprendersi pezzo per pezzo la vita in mano. Senza più maschere". Parte della cura è proprio l'assunzione di responsabilità. Oggi è trasversale perché riguarda sia ragazzi sia ragazze, in un ambiente che non ha più connotati sospettabili di misoginia. E lo dice anche chi ormai ce l'ha fatta. "Per me diventare l'angelo custode di una ragazza è stata la svolta. Prendersi in carico una persona più indietro nel percorso che tu capisci, perché ragiona come facevi tu un anno prima, è vincente. E poi oggi ci sono molte ragazze a capo di settori della comunità", dice Giulia Alessandroni, che oggi lavora vicino a Latina, nella società del fidanzato. "Sono stata ospite per quattro anni. Ero dipendente da eroina e cocaina. Nel settore tessitura ho scoperto di avere talento per il rammendo. Mi hanno mandato a fare un tirocinio nella cittadina di Trivero, vicino a Biella, per il marchio Zegna. Che poi mi ha proposto un'assunzione. Ho rifiutato perché non volevo lavorare a 1.000 chilometri di distanza da famiglia e fidanzato. Ma sono contenta lo stesso: oggi ho una vita normale. E tutte quelle rinunce, quelle regole severe mi hanno fatto diventare una persona che sa vivere in mezzo agli altri. Che poi è quello che tutti desideriamo".