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di Francesca Lequaglie

Il Manifesto, 25 settembre 2026

Merce sequestrata e poi restituita, ricorsi in tribunale, alla Consulta e alle Corti Ue. È il risultato della crociata antiscientifica contro la cannabis light sferrata con il decreto sicurezza. “L’articolo 18 del decreto sicurezza si regge in piedi con uno sputo e una patacca”. Dario Proietti, imprenditore agricolo e coltivatore di cannabis light, lo dice senza alzare la voce, ma con l’amarezza di chi ha visto la propria vita e la propria azienda congelate da un giorno all’altro da una decina di mezzi blindati e dalle sirene spiegate dei carabinieri.

Nelle campagne tra Roma e Aprilia, quello che avrebbe dovuto essere l’inizio di un normale ciclo agricolo estivo si è trasformato in un procedimento giudiziario. Alle 7:40 dell’11 agosto, mentre alcuni coltivatori erano già al lavoro e altri stavano arrivando in azienda, gli agenti del Nucleo Operativo Radiomobile di Castel Gandolfo hanno fatto irruzione, sequestrando campi, serre e magazzini. Per Proietti e altri due imprenditori si sono aperte le porte del carcere con l’accusa prevista dall’articolo 73 del Testo unico sugli stupefacenti, che punisce chiunque coltiva, produce, trasporta, cede, detiene mette in vendita senza autorizzazione sostanze droganti, aggravata dall’ipotesi dell’ingente quantità.

Ma il procedimento ha preso presto un’altra direzione. Il giudice non ha convalidato gli arresti e i tre sono stati scarcerati. Nell’ordinanza, il Gip di Latina Giuseppe Cario rileva che la presunta natura stupefacente del materiale risulta “documentata dal solo verbale di narcotest”. Quest’ultimo ha valenza preliminare e, dunque, può indicare la presenza di cannabinoidi, ma non misura da solo la percentuale di Thc (il principio attivo), né stabilisce quantitativamente la capacità psicoattiva del materiale. Le successive verifiche di laboratorio, secondo la documentazione richiamata dalla difesa, non confermano una capacità drogante del materiale sequestrato. “I carabinieri hanno agito con approssimazione: i contratti, le fatture e le analisi di laboratorio consegnate durante il controllo non sono state nemmeno messe a verbale”, sostiene Proietti.

Nel giro di alcune settimane sono poi arrivati il dissequestro e la restituzione delle coltivazioni e dei materiali di produzione. Ma il tempo trascorso non torna indietro: la raccolta ha una stagionalità, i terreni hanno un ciclo, i contratti hanno scadenze. Proietti calcola una perdita superiore ai 150 mila euro. Ora annuncia una richiesta di risarcimento e, insieme ad altri produttori, l’intenzione di promuovere un’azione collettiva.

La vicenda rappresenta una lente attraverso cui guardare l’articolo 18 del decreto-legge 48/2025, poi convertito nella legge 80. La norma ha introdotto un divieto generalizzato sulle infiorescenze della canapa industriale (escludendole, dunque, dall’applicazione della legge quadro 242/2016 cui sottostà il resto della pianta) e sui prodotti che ne derivano, a prescindere dalla loro capacità drogante. Le sanzioni previste per la lavorazione, la distribuzione e la vendita vengono fatte ricadere sul Testo unico sugli stupefacenti, generando un cortocircuito normativo. Il Testo, infatti, punisce solamente in caso di efficacia drogante dei prodotti, secondo il cosiddetto principio di offensività.

È proprio su questo terreno che diversi giudici hanno cominciato a interrogare la nuova disciplina, portando il contenzioso davanti alla Corte costituzionale. I tribunali di Brindisi, Trani e Brescia hanno sollevato questioni di legittimità costituzionale sull’articolo 18. Le prime due saranno discusse dalla Consulta nell’udienza pubblica del 21 ottobre 2026. Tra i dubbi sollevati dai giudici ci sono la mancanza dei presupposti di necessità e urgenza per il ricorso al decreto-legge, il rispetto del principio di offensività e la compatibilità della disciplina con il diritto dell’Unione europea. Il Tribunale di Brescia ha inoltre posto esplicitamente il problema dell’applicazione delle sanzioni anche a infiorescenze e prodotti privi di efficacia drogante o psicotropa.

Quello di Aprilia non è un caso isolato. I dati raccolti dall’Osservatorio di Canapa Sativa Italia indicano 34 procedimenti monitorati in 13 regioni, con 22 restituzioni documentate e sei archiviazioni. In diversi procedimenti, infatti, i giudici hanno ritenuto insufficienti gli accertamenti disponibili per giustificare le misure richieste. Ad agosto, a Bari, è stato disposto il dissequestro di 824 confezioni di infiorescenze; a Velletri e a Latina sono stati adottati provvedimenti favorevoli agli operatori; a Modena la Cassazione è intervenuta sul tema della restituzione di materiale sequestrato, richiamando il principio di offensività.

I dibattimenti non sono limitati ai confini nazionali: è pendente davanti alla Corte di giustizia dell’Unione europea la causa C-716/25, Società Agricola Jure. Il procedimento nasce da un rinvio del Consiglio di Stato e riguarda la compatibilità della disciplina italiana della cannabis a basso contenuto di Thc con diverse norme del diritto dell’Unione, comprese quelle relative alla politica agricola e alla libera circolazione delle merci. Un pronunciamento favorevole avrebbe conseguenze economiche rilevanti: uno studio di MPG Consulting stima che, prima della stretta normativa, il valore della filiera italiana della canapa era di 1,94 miliardi di euro, con oltre 22 mila occupati e 364 milioni di euro di gettito fiscale.

Il quadro, dunque, resta aperto su più fronti: da una parte i procedimenti penali e i sequestri che coinvolgono le singole aziende; dall’altra le questioni di legittimità costituzionale e il contenzioso europeo che potrebbero incidere sull’interpretazione e sulla tenuta della nuova disciplina. “Gli operatori non hanno continuato a lavorare perché disprezzano lo Stato, ma per il motivo opposto: perché credono nello Stato di diritto e nella Costituzione”, sostiene Mattia Cusani, presidente di Canapa Sativa Italia. “Nessuno chiede che si rinunci ai controlli, ma chiediamo che siano intelligenti”.