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di Caterina Pozzi*

Il Manifesto, 5 novembre 2025

Con meno personale e molti più utenti, definanziati e frammentati, dislocati solo in alcune aree, perdono efficienza. E l’obiettivo di ridurre il danno è azzerato. Anna è una donna con una pregressa dipendenza da eroina che, grazie alla terapia metadonica (la “droga di Stato”, come l’ha definita la nostra Presidente del Consiglio) somministrata dal Serd territoriale, riesce ad avere una vita “normale”: lavora come operatrice sociosanitaria in un ospedale, ha una casa e una vita sociale. Anna va con regolarità al Serd per colloqui con la psicologa e frequenta un gruppo di auto mutuo aiuto.

Anna è in equilibrio, ha il controllo della propria dipendenza e della propria vita. Anna però, invece di ingerire il metadone se lo inietta e per paura di essere scoperta, le iniezioni se le fa nell’inguine. Pratica che ha con sé dei rischi per la salute. Anna ne parla nel gruppo di auto mutuo aiuto, tra pari dove non ha paura dello stigma e del giudizio. Ed il gruppo piano piano la convince a parlarne con la sua psicologa, confidando quantomeno nel segreto professionale; ma così non accade, la psicologa (per paura?) ne parla col medico del Serd che (per paura?) decide di interrompere la somministrazione del metadone in regime di affido domiciliare. Da qui inizia il tracollo di Anna, si scompensa, perde il lavoro e nel giro di poco tempo si ritrova per strada. Il percorso fatto con fatica da Anna e dagli stessi operatori del SerD in poco tempo è vanificato. Questa storia parla di stigma e di stigma interiorizzato, di paura, di rigidità dei servizi per dipendenze, di relazioni e di fiducia o di mancanza di fiducia.

Negli ultimi decenni la società è cambiata, sono cambiate le sostanze in circolazione e le forme del consumo. A non essere cambiata è la legge (Testo unico sulle droghe 309/1990) insieme all’approccio culturale che l’ha ispirata. È necessario andare al superamento dell’impianto punitivo della legge, con l’obiettivo di perseguire la salute delle persone che fanno uso di sostanze psicoattive ed attuare più efficaci interventi di prevenzione. È necessario depenalizzare il consumo personale ed il possesso, la condivisione e la cessione senza fini di lucro. Inoltre rendere effettivamente praticabile l’accesso alle cure tramite la scelta di misure alternative al carcere per le persone tossicodipendenti che hanno commesso reati.

Ma anche i servizi per le dipendenze, dai Serd alle comunità accreditate non versano in buone condizioni. Considerati da sempre il fanalino di coda del Sistema sanitario nazionale, vivono da più tempo e con maggiore intensità il processo di depauperamento del Ssn. L’accorpamento dei dipartimenti per le dipendenze a quello della salute mentale, avvenuto oramai in quasi tutte le regioni, ha reso più difficile l’accesso delle persone ai servizi stessi e non ha parallelamente aumentato l’auspicata collaborazione tra dipartimenti per le persone che oltre alle problematiche di dipendenza hanno una comorbilità psichiatrica.

Tra il 2018 e il 2023 c’è stata una diminuzione del 6% del personale dei Serd (servono 1.900 operatori, secondo la stessa legge) a fronte di un aumento del 3% delle persone assistite (sono state 134.443 nel 2024). All’interno delle equipe multiprofessionali mancano in misura maggiore educatori e psicologi rispetto medici ed infermieri. Ciò significa che la continuità dei percorsi è spesso garantita solo per quanto riguarda le cure mediche, mentre l’accompagnamento psicologico ed educativo è offerto in maniera troppo saltuaria e per periodi insufficienti. Lo stesso, per quanto riguarda le comunità terapeutiche residenziali e semiresidenziali, con una diffusione molto diversa tra le regioni del nord e quelle del sud: se sei una mamma e decidi di entrare in un percorso di recupero residenziale con i tuoi figli sei obbligata a spostarti di centinaia di chilometri per trovare una comunità che accolga te ed i tuoi figli, cambiando completamente contesto. Anche per le comunità del privato sociale si sta scivolando verso una “sanitarizzazione” che rischia di cambiare profondamente la natura stessa del servizio.

Il tema della dipendenza non è, infatti, solo un tema sanitario ma coinvolge il welfare territoriale, gli enti locali e tutte le realtà del terzo settore che concorrono a costruire una rete di governance efficace. Per aiutare persone come Anna sarebbe necessario dunque offrirle opportunità ulteriori oltre all’assistenza sanitaria. D’altra parte, le stesse neuroscienze ci indicano lo stretto rapporto tra biografia e biologia: le nostre esperienze rimangono tracciate nel nostro corpo, che si modifica in base agli apprendimenti che compie, in negativo e positivo. Per esempio, è dimostrato che non è troppo tardi neppure smettere di fumare (e anche questa è una dipendenza) a 60 anni. Quello che oggi manca di più, perciò, sono le opportunità di esperienze positive sia sul piano della realizzazione di sé che su quello dei rapporti interpersonali. E questo deve avvenire fin da subito, già mentre la persona con dipendenza è in trattamento in comunità o presso i Serd.

Oggi le problematiche correlate alla droga sono molto cambiate. Non che le precedenti siano state sostituite dalle nuove: si sono affiancate. È un dato che i disturbi mentali investano sempre più giovani e sempre più in tenera età, ma analizzarne le cause sarebbe troppo elaborato in questo contesto. Fatto sta che la prevenzione è stata l’attività più falcidiata dai tagli alla spesa negli ultimi anni; la realizzazione di programmi di prevenzione è infatti estremamente frammentata e discontinua sul territorio italiano. E al contempo, milioni di euro spesi in campagne nazionali di spot in Tv, qualunquisti e anti scientifici, sono soldi spesi male. Non hanno alcun impatto sui giovani e semmai servono solo a creare consenso tra gli adulti. È necessario riprendere capillarmente interventi nelle scuole con diverse modalità e gradazioni nell’intero percorso scolastico adottando modelli basati sull’evidenza scientifica, coinvolgendo i ragazzi stessi attraverso percorsi di peer education (educazione tra pari).

Nelle ultime relazioni al parlamento sulle droghe il termine Riduzione del Danno, per identificare servizi quali Unità mobili e drop in, è scomparso ma non sono scomparsi i pochi servizi presenti sul territorio nazionale (198 nel 2024) con una diffusione a macchia di leopardo e con regioni che ne sono completamente prive. Purtroppo per una certa parte della politica (le destre ma non solo) attuare i Lea dei servizi di Riduzione del danno significa attuare “politiche rinunciatarie” o addirittura indurre le persone a “drogarsi”. L’obiettivo generale della RdD è la limitazione dei rischi e il contenimento dei danni causati dalla droga, mentre i destinatari sono tanto i consumatori attivi di sostanze, quanto le loro famiglie, le reti di prossimità e la collettività nel suo complesso.

Investire nel nostro sistema di servizi per le dipendenze - pubblici e del privato sociale, un sistema finora riconosciuto internazionalmente come uno dei migliori - avrebbe permesso ad Anna di vivere ancora bene e mantenere il proprio lavoro. Una perdita che è sua, ma anche di tutta la collettività.

*Presidente nazionale Cnca