sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Elisabetta Andreis e Gianni Santucci

Corriere della Sera, 5 settembre 2026

“Per me è casa. Solo la morte mi farà smettere”. Ha iniziato con l’eroina a 14 anni, ora ne ha 50: “Sono invalida al 99%, ma non posso farne a meno. Nel bosco c’è di tutto: chi studia, chi lavora, chi si droga da 30 anni, chi ti aiuta e poi magari ti deruba”. A quattordici anni Sonia decise di provare l’eroina. A cinquanta sa che cosa la droga le ha fatto. Cosa continuerà a farle. “L’unica cosa che mi farà smettere sarà la morte. Sono stata anche mesi in ospedale: esco e vado a rifarmi”. In mezzo ci sono quasi quarant’anni di dipendenza, un pezzo di storia della droga a Milano, da Quarto Oggiaro a Rogoredo. Oggi Sonia sta leggendo “Nel bosco di Rogoredo”, il libro di Simone Feder uscito da pochi giorni (Zolfo Editore). Il bosco raccontato da chi ogni settimana entra per aiutare, visto questa volta da chi sta dall’altra parte.

Sonia, qual è la cosa più sbagliata che si pensa dall’esterno sulla dipendenza?

“Che siamo sempre fatti. La droga è una trappola a tempo pieno. Passi la giornata a procurarti i soldi, cercare la roba, aspettare chi te la deve portare, comprarla. Ti fai e cominci a pensare alla prossima. Più che cercare lo sballo, a un certo punto cerchi di non stare male, devi restare lucido”.

Comprende le conseguenze di non smettere?

“Capisco benissimo. So che cosa mi sto facendo. Quarant’anni di sostanze mi hanno portato all’invalidità al 99 per cento, con disturbi che farebbe schifo anche a me elencare. Ma non riesco a smettere. E allora continuo”.

Da quanto?

“Da quando avevo 14 anni”.

Ricorda la prima volta?

“Tutto. Ero a Quarto Oggiaro. Volevo bucarmi e ho avvicinato un ragazzo che vedevo in giro. Gli ho chiesto se mi aiutava. Siamo andati al Fleming, ho comprato l’eroina e lui mi ha fatto il primo buco. Si chiamava Marco. Poi è morto”.

Aveva solo 14 anni.

“Ero come tante altre”.

Continuava la scuola?

“Sì. Una scuola di grafica pubblicitaria al Giambellino. Ho cominciato a rubare qualcosa in casa, le collanine d’oro. Falsificai anche la firma di mio padre su un assegno e la mia famiglia mi scoprì, ma le comunità con me non sono servite”. E allora sono arrivati i reati, una rapina a mano armata, San Vittore. Una condanna. I domiciliari. La perdita del padre quando aveva 19 anni, il matrimonio con un uomo di vent’anni più grande, anche lui una storia di tossicodipendenza, ma risolta.

La droga di oggi è quella dei suoi 14 anni?

“Ho iniziato con l’eroina, che uso anche oggi. E anche ketamina, sintetiche. Ho vuoti di memoria. Però tutto per me è cominciato con il buco, non sono stata graduale. Quello è un amo terribile: ti fa sentire in paradiso e non ti accorgi che ti ha già preso. Tutto il resto diventa niente, non esiste più amore per nessuno. L’eroina va sopra a tutto”.

Che genere di persone ci sono a Rogoredo?

“Da fuori non si comprende. Dentro c’è di tutto. C’è chi studia, chi lavora, chi ha una casa e chi dorme fuori. Quello appena arrivato e quello che si droga da trent’anni. Non esiste la categoria omogenea, “il tossico”.

C’è solidarietà nel bosco?

“Certo. Se qualcuno sta male c’è gente che se ne accorge, che interviene. Ci aiutiamo. Dividiamo il cibo, i vestiti, a volte anche la roba”.

Sembra quasi una comunità.

“Sì, ma non facciamola bella. Puoi aiutare qualcuno che cinque minuti dopo ti frega qualcosa. Succedono entrambe le cose”.

Il suo fidanzato è uno spacciatore di Rogoredo.

“Da due settimane. Gli chiedo, e ho tutto quello che voglio. Non devo più passare la giornata a chiedermi come procurarmela”.

Da fuori uno spacciatore è quello che alimenta la sua dipendenza.

“Si. Mi uccide, ma anche mi protegge”.

Sta leggendo il libro di Simone Feder su Rogoredo. Si riconosce?

“In tante cose sì, lui è sempre al nostro fianco. Ma c’è uno scarto tra chi torna sempre, e chi in realtà vive fuori”.

Se domani le dicessero: il bosco non esiste più, sarebbe contenta?

“No”.

Perché?

“Perché il problema non sparisce”.

Alcuni considerano Rogoredo un problema da eliminare.

“Per voi è il problema. Per noi tante volte è la soluzione”.

Una soluzione che distrugge le persone.

“Certo lo so. È una soluzione mortifera, ma immediata: lì trovi droga con le monete, la senti come casa, un posto dove stare, protezione, forse qualcuno che non ti giudica. Se togli il bosco senza togliere il bisogno che ti porta lì, dove vai?”.