di Claudio Cippitelli e Pino Di Pino
Il Manifesto, 26 agosto 2026
Negli anni 80, si potevano leggere manifesti del Fronte della Gioventù, l’organizzazione giovanile del Movimento Sociale Italiano, che recitavano: “L’erba? Roba da conigli”. Anni dopo, durante la Giunta Alemanno, a Roma comparvero manifesti dell’Agenzia Capitolina Tossicodipendenze che proponevano: “Cocaina? Ma de che! Molto meglio lo zucchero a velo” o che invitavano a preferire il muschio del presepe alla cannabis. Come per “la droga”, per la destra anche le culture legate ai diversi consumi di sostanze psicotrope vengono irrise, ridotte al singolare, alla “cultura del consumo di droga”, di solito rintracciabile prima del famoso “tunnel della droga” e sempre connessa ai lemmi morte, malattia, devianza e crimine. Insomma una cultura del degrado, una seria minaccia alla famiglia e all’ordine sociale.
Quindi, una cultura da proibire, anzi una non-cultura: e in questo approccio, le Politiche di Riduzione del Danno vengono tematizzate come una “resa alla droga” o, quando dice bene, come una specie di limbo in attesa della redenzione. E, purtroppo, questo approccio non sempre riguarda solo le destre. Ma le droghe sono diverse e vengono ricercate e consumate proprio per le loro diverse proprietà: non esiste una singola cultura del consumo di droga, ma diverse culture in cui una pratica diventa socialmente appresa, stabile, trasmissibile e regolata all’interno di un gruppo o di un contesto sociale.
Per cultura del consumo non si intende semplicemente un insieme di significati simbolici, né soltanto archetipi. Si intende piuttosto l’insieme condiviso di saperi pratici, regole informali, strategie di limitazione del rischio e principi morali che orientano l’uso di sostanze nel tempo. La cultura implica soprattutto significazione, aspettative, dimensione simbolica, identitaria, socializzazione. Sarà pure “roba da conigli”, ma la foglia della Marijuana è un brand conosciuto al pari del baffo della Nike, ed è presente in tutte le espressioni culturali del globo terraqueo, assai più dello zucchero a velo.
Una cultura del consumo esiste quando chi partecipa a quella pratica sa, implicitamente o esplicitamente, quanto essa sia protettiva, quali siano le dosi accettabili, i contesti appropriati, i mix da evitare, i segnali di allarme, le responsabilità verso sé e verso gli altri: la cultura organizza ciò che è utile fare, ciò che è rischioso, ciò che è eccessivo; produce criteri di controllo, autoregolazione e apprendimento tra pari, diventando una pratica socialmente ordinata. Per questo è fondamentale ricostruirla nella prospettiva della regolazione delle politiche sulle droghe, e in particolare per la riduzione del danno: riconoscere che il controllo nei consumi di droghe non è solo imposto dall’esterno, ma può essere prodotto dalle culture del consumo che ciascuna sostanza porte con sé.
Molte le domande: quale relazione tra contesto e gruppo sociale nel consolidamento di una cultura del consumo? La frammentazione dei legami, erosione dei contesti collettivi stabili, precarietà delle appartenenze, l’appartenenza di classe, il genere e la razzializzazione rimangono fattori determinanti, tanto quanto l’influenza del mercato. Chi lavora nella Bassa Soglia, nei Servizi Ambulatoriali e nella ricerca sa ricostruire le culture del consumo nel loro mutare? Quanto il racconto giornalistico contribuisce a definire il sapere sociale sulle droghe? È possibile stringere alleanze con artisti, giornalisti e altri attori per costruire una rappresentazione sociale che tuteli al contempo le PUD, le persone che usano droghe, e la società? È di questo che si tratterà nella Summer School 2026 promossa da Forum Droghe e CNCA, in programma a Roma dal 3 al 5 settembre 2026, a Testaccio presso la Città dell’Altra Economia e Villaggio Globale. Ultimi posti disponibili, iscriviti su www.fuoriluogo.it/stigmiparadigmi









