di Paolo Nencini
Il Manifesto, 8 aprile 2026
Il fallimento del proibizionismo sulle droghe è descritto da una vasta letteratura scientifica e riconosciuto, spesso solo a fine carriera, anche da autorevoli esponenti politici. Le alternative fin qui avanzate si possono ricondurre a tre filoni: la liberalizzazione, nella sua versione neoliberista o individualista; la legalizzazione regolata di alcune sostanze; la decriminalizzazione, che mantiene l’illecito ma rinuncia alla sanzione penale del consumo. Le ultime due opzioni si presentano come compromessi pragmatici tra proibizionismo e laissez faire, ma proprio per questo faticano a consolidarsi, spesso percepite come soluzioni provvisorie. In questo stallo teorico e politico acquista interesse la proposta avanzata dai giuristi statunitensi David Pozen e Matthew Lawrence in due articoli su Harvard Law Review e Science. Il loro ragionamento parte dal fallimento del Controlled Substances Act del 1970, la legge federale americana che ha prodotto milioni di arresti e un bilancio devastante di morti per overdose. Pur nascendo nel contesto USA, la proposta ha un valore generale perché non si concentra tanto sulle singole sostanze quanto sul meccanismo che regge l’intero impianto repressivo: il sistema tabellare.
Pozen e Lawrence osservano che la collocazione di una sostanza nelle tabelle si fonda su tre criteri: potenziale d’abuso, capacità di indurre dipendenza, eventuale uso terapeutico accertato. Restano fuori, però, altri possibili benefici: religiosi, creativi, sociali, ricreativi. Così l’analisi considera solo una parte dei valori in gioco e spinge il sistema verso la risposta più restrittiva. Non solo: quei criteri non sono nemmeno applicati coerentemente, se si pensa all’assurdità di collocare psilocibina ed eroina nella stessa tabella. Il risultato è un dispositivo poco credibile, che ignora il pluralismo delle esperienze di consumo e produce delegittimazione della legge e criminalizzazione. Gli autori, però, non propongono la liberalizzazione pura. Al prohibition problem si affianca infatti il pharma problem: il rischio che all’eccesso di criminalizzazione si sostituisca un eccesso di commercializzazione. L’epidemia da oxycontin resta il caso esemplare di questa deriva, come oggi lo sono la corsa ai brevetti sugli psichedelici e l’interesse di Big Tobacco per la cannabis.
Da qui la proposta di una terza via, ispirata al pragmatismo della riduzione del danno. La prima novità è una Tabella A per le sostanze più pericolose: accesso decriminalizzato, ma consentito anche per usi non terapeutici dentro programmi di riduzione del danno, con registrazione, controllo del dosaggio, supervisione e luoghi sicuri di consumo. È la traduzione istituzionale delle stanze del consumo sicuro. Eroina e fentanyl ne sarebbero gli esempi principali. La Tabella B includerebbe invece le altre sostanze psicotrope, sottoposte a una regolazione rigorosa della commercializzazione: limiti a pubblicità e promozione, politiche fiscali, restrizioni per i minori. In questo caso il peso sanzionatorio si sposterebbe dall’uso all’offerta, per impedire la sovra-commercializzazione. Cannabis e psilocibina potrebbero rientrare in questo ambito.
Uno dei meriti più forti della proposta è la sua flessibilità: le sostanze potrebbero passare da una tabella all’altra sulla base delle evidenze e dell’apprendimento istituzionale, rompendo l’attuale rigidità che rende quasi impossibile uscire da un regime restrittivo. Il suo pregio maggiore, però, è politico e culturale: mostra una via d’uscita dalla sterile contrapposizione tra proibizionismo e liberalismo, dentro la traiettoria già aperta dalla riduzione del danno. Poiché l’uso di sostanze risponde a motivazioni molteplici, continuare a sottoporre milioni di persone ai rigori del diritto penale appare sempre meno sostenibile. Più che inefficace, il proibizionismo appare ormai insensato.











