di Susanna Ronconi
Il Manifesto, 29 luglio 2026
Facciamo una simulazione. Immaginiamo per un momento che quanto emerge dalla Relazione annuale del Dipartimento antidroga al Parlamento, sulle dipendenze, serva davvero a valutare le politiche attuali e a disegnarne di più efficaci. Immaginiamo che quello che emerge di anno in anno, tragicamente uguale, dai Rapporti ONU, EU e nazionali in termini di massimizzazione del danno e coazione a ripetere della politica, cominci a sembrare irrazionale anche a chi decide le politiche italiane delle droghe. Prendiamo la cannabis. E prendiamo per buoni i dati che ci vengono forniti. Siamo di fronte a un consumo di massa (la Relazione non dice nulla sulla popolazione generale, si stimano 6 milioni di consumatori, ISTAT) e stabile negli anni, in lieve decremento tra i più giovani (18%, -3%). Del 18% di giovani che usano, solo il 2,3% lo fa in modo frequente e c’è un trend a iniziare a usare in età più avanzata.
Un consumo che non giustifica allarmismi, piuttosto suggerisce un’abitudine sociale degli italiani consolidata, continua, normalizzata. Primo input: consideriamo che un sistema di sanzioni penali e amministrative non è funzionale a governare una siffatta e radicata consuetudine sociale di massa, tantomeno a modificarla, e ragioniamo su alternative secondo criteri di adeguatezza, efficacia e efficienza. Questo consumo di massa produce scarso impatto sanitario e una percentuale bassa di uso problematico, per altro stabilito secondo discutibili criteri che lo amplificano: il 13% degli accessi ai Serd, dato stabile, inclusi gli invii ex art 75, e il 7% dei ricoveri, ma va considerato che non è per lo più un uso esclusivo, ma associato ad altre sostanze, per cui è lecito ipotizzare un impatto reale minore. Alla voce ‘decessi’ la cannabis sta a zero, di cannabis non si muore.
Il principio attivo THC della marijuana risulta in media stabile (13%), lontano dagli allarmismi politico-mediatici. Secondo input: il basso impatto sanitario e le potenzialità di promozione della salute e abbattimento del rischio di una cultura dell’uso così socialmente radicata suggerisce sistemi alternativi di regolazione sociale. C’è un costo sociale elevatissimo in termini di sanzioni: quelle amministrative (art75) colpiscono per il 77% consumatori di cannabis, quelle penali per il 37%, di cui il 98% per art. 73, cioè le condotte minori. Il penale affligge soprattutto i giovani: il 41% ha meno di 25 anni, il 7% è minore. Terzo input: tracciamo un bilancio costi e benefici, che includa lo studio anche qualitativo dell’impatto afflittivo su consumatori, famiglie e società e sul sistema sanzionatorio e traiamone le conseguenze, comparando con una prospettiva di decriminalizzazione e legalizzazione (i dati internazionali non ci mancano).
La lotta all’offerta investe soprattutto sui sequestri di cannabis (ben il 43% del totale delle operazioni), ma risulta inefficace rispetto alle dimensioni del mercato (40 tonnellate in tutto il 2025, in calo) e insieme costosissima per le risorse impiegate (8.804 operazioni). Quarto input: studiamo la potenziale maggiore efficacia di un controllo esercitato attraverso la regolazione legale del mercato e la possibilità che risulti meno costosa e più tutelante per chi usa. Infine, i dati dicono dell’aumento delle coltivazioni autoctone di marijuana, soprattutto nelle regioni del Sud, 177.474 piante sequestrate, l’86% del totale nazionale. Non si tratta solo di macro criminalità, ma anche di una economia diffusa. Quinto input: perché non legalizzare la piccola e media produzione autoctona, portandola nella legalità e garantendo economie locali? (il modello del Sudafrica può ispirarci). I have a dream. Immaginiamo che avere dei dati serva e che esista un dialogo aperto, laico e onesto.










