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di Andrea Malaguti

La Stampa, 4 agosto 2025

Credo di avere visto piangere Paolo Lambertini una volta sola. Facevamo i carabinieri di leva a Chieti scalo. Erano i primi anni Ottanta. Mi raccontò di sua madre, Mirella Fornasari, travolta da un muro alla stazione di Bologna alle 10,25 del 2 agosto 1980. Ottantacinque morti, duecento feriti, 45 anni di polemiche che non si placano neppure di fronte ad una serie di sentenze inequivocabili e coerenti passate in giudicato. Strage fascista. Ed è ben strano un Paese che non ha il coraggio di dirlo. E che nemmeno nel giorno dell’ennesimo ricordo di quell’eccidio ha la forza di mandare sul palco se non il presidente del Consiglio almeno un suo vice.

Da ieri Paolo Lambertini ha preso il posto di un altro straordinario Paolo, Bolognesi, alla presidenza dell’associazione delle vittime della strage. Ha tre figli, una splendida moglie e 59 anni, trentatré in più di quelli che aveva sua madre quando fu travolta dalle macerie. “Di lei ricordo lo sguardo. Le vacanze a Cogne con mio padre. E che voleva comprare una cucina tutta sua”.  

L’ho sentito prima della manifestazione di ieri mattina. Volevo dirgli in bocca al lupo per il nuovo compito. Bologna ancora una volta piena di gente che rifiuta di dimenticare. Era facile prevedere che sarebbe stata un’altra giornata di dichiarazioni velenose. “Io penso che a Bologna, quel due agosto, si siano incontrati il meglio e il peggio dell’umanità. Il peggio è inutile che lo spieghi. Il meglio perché la reazione che ebbero Bologna, l’Emilia-Romagna e poi tutti, fu incredibile. Ecco perché ho ancora fiducia nelle persone. Mi ricordo che 35 anni fa qualcuno gridava a Torquato Secci: non otterrete mai niente. Abbiamo ottenuto quasi tutto”.

Eppure, è come se una parte di Paese, quella oggi più forte, si rifiutasse di ascoltare le sentenze. Le registrasse senza crederci. Le sopportasse. Le digerisse male. Le accettasse senza sposarle. Fotografia antica di due Italie perennemente in guerra. Incapaci di conciliazione. Incardinate su una diffidenza velenosa e suicida. Da un lato il Paese che si identifica nella presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che dice: “Una delle pagine più buie della storia, il terrorismo colpì con ferocia”. E poi promette “verità”, sotto-intendendo dunque l’esistenza di un gigantesco irrisolto, ma sorvolando su nomi, cognomi e provenienza di autori e mandanti che, pur con tutta evidenza diversi da lei, non riconducibili a lei (che all’epoca aveva tre anni), abitano la parte oscura dell’album della sua famiglia politica. Lo dicono i giudici. Lo dice la Giustizia. Basterebbe prenderne atto. Dire: sì, è andata così. Andare oltre dopo avere fatto pulizia. È così che cresce un Paese. Infatti, non cresciamo.

Dall’altra parte c’è l’Italia incarnata dal Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che in modo molto più netto, ma soprattutto coerente con il lavoro dei tribunali, parla di “spietata strategia eversiva neofascista”, raccogliendo l’applauso unanime della folla ancora una volta radunata nel piazzale della stazione. Impossibile non vedere la distanza siderale tra queste due posizioni. Altrettanto difficile non pensare che entrambi, le due cariche più rappresentative dello Stato, si trattengano dall’esprimere fino in fondo la propria idea su questa disumana tragedia, capace, se affrontata in radice, di spiegarci davvero chi siamo e perché siamo ancora così carichi di odio.

Come si fa a liberarsi dall’idea che la destra-destra italiana vorrebbe gridare a dispetto di decenni di indagini, e di certezze processuali, l’innocenza di Valerio Fioravanti, di Francesca Mambro, di tutta la crudele manovalanza dei Nar e di apparati deviati dello Stato, consustanziali al Movimento Sociale, consegnando la responsabilità magari a fantomatici guerriglieri palestinesi? Come si fa a non immaginare che il Colle, bandiera dell’Italia di tutti, a cominciare da chi è stato vittima, vorrebbe che si insegnasse nelle scuole lo schema emerso da ogni sentenza sulle stragi dal 1969 al 1980?

La P2 di Licio Gelli, con l’appoggio dei falchi americani, utilizza la parte marcia dei servizi per colpire la democrazia alle fondamenta e affida l’esecuzione di alcune delle sue azioni più efferate agli imberbi terroristi neri dei Nuclei Armati Rivoluzionari, forti dell’appoggio di Cosa Nostra. Neofascisti, logge massoniche, spie, depistaggi andati avanti fino al 2019, terroristi, politica e mafiosi. Tutto orribilmente semplice e squadernato negli atti, che sarebbe bello poter definire pubblici se ancora oggi non ci fosse una collosa difficoltà nell’accesso agli Archivi di Stato. Scorie radioattive che continuano a produrre danni. Suggestioni? Forse. Ma anche l’omicidio di Piersanti Mattarella del 6 gennaio del 1980 rientra in questo schema.

Ad uccidere fu la Mafia, dicono le sentenze. Ad uccidere furono Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini, con il consenso di Cosa Nostra, dicono le testimonianze della moglie di Mattarella e di Cristiano Fioravanti (fratello di Valerio) e sostenevano le indagini di Giovanni Falcone. Ma ancora una volta, correttamente, sono solo le sentenze a contare. Solo su quelle si può e si deve fare pubblico affidamento. Ci risiamo. “Aliud in ore, aliud in corde”. Ed è comprensibile, persino ammirevole, che il Colle non dia spazio pubblicamente alla voce del proprio cuore. Perché è solo grazie a questo senso di responsabilità che il Paese è uscito dalla palude di vergogna in cui era precipitato. Al senso di responsabilità e alla forza di associazioni tenaci, libere e senza paura come quelle delle vittime delle stragi. Aveva ragione Lidia Secci, moglie di Torquato (primo presidente dell’associazione del 2 agosto): “I terroristi hanno fatto un solo errore: hanno scelto Bologna. La società ha saputo raccogliersi attorno ai famigliari delle vittime che avevano un unico obiettivo, senza tornaconti: comporre tutti i pezzi di verità possibile”.

Eccolo lo scarto. La forza pulita di chi ha avuto una vita sconvolta e la forza ambigua, manipolatoria e amara di chi ha il potere di ridare luce alle stanze, di trasformare il Paese in una Casa di Cristallo. E invece si avvita nella doppia lettura di fatti ormai accertati e concepisce norme nefaste come l’articolo 31 del decreto sicurezza. Impunità agli agenti dell’intelligence che per oscure ragioni superiori si organizzino in illegali gruppi terroristici. Dunque, in astratto, 45 anni fa avrebbero potuto persino mettere la Bomba alla stazione.

Una vischiosità dolorosa che nega le ferite aperte della strategia della tensione. Per questo, Paolo Bolognesi, nel suo ultimo giorno da presidente dell’associazione vittime del 2 agosto, dice: “Condannare la strage di Bologna senza riconoscerne e condannarne la matrice fascista è come condannare il frutto di una pianta velenosa, continuando ad innaffiarne le radici. Da questo palco confermo la mia contrarietà alla nomina di Chiara Colosimo a presidente della Commissione parlamentare antimafia”. Perché è così difficile affidarsi a mani e menti “terze”? Riesce, il governo, ad avere la stessa forza che esprime il Presidente della Repubblica, nell’affermare la verità dello Stato? A dimostrare che lo Stato è di tutti e per tutti?

Paolo mi dice: “È ovvio che Giorgia Meloni non ha alcuna responsabilità nella strage. E neanche il presidente del Senato. Ma se il portavoce del ministro Lollobrigida è uno come Paolo Signorelli, io che cosa devo pensare? La presidente del Consiglio ha una grande opportunità. La deve solo cogliere. Voleva sentenze definitive? Ci sono. Dimostri che esiste discontinuità tra quei mondi e il mondo di oggi. Dimostri che l’informazione è libera. Ci faccia capire che sta dalla nostra parte. Che non ci considera dei pazzi. Vogliamo solo sapere. Proprio perché crediamo nello Stato. Proprio perché anche noi siamo lo Stato”.

È come se esistessero due Paoli. Uno che vorrebbe continuare ad insegnare educazione motoria, a stare di fianco alla sua famiglia, a godersi la bellezza dell’anonimato di chi ha azzeccato la vita. E uno costretto ad esporsi - contronatura - in nome di una storia che ha mutilato per sempre i suoi affetti. “I giornalisti mi chiedono di Trump e di Gaza e io vorrei rispondere: guardate che sono una persona qualunque. Ma per l’associazione delle vittime mi devo impegnare per forza. Semplicemente perché è giusto. Perché ho in mente gli occhi di mia madre. E anche quelli di mio padre, che è stato arrabbiato per tutta la vita. È morto di tumore ai polmoni. Mi diceva: lasciami fumare: così vado prima da lei”.