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a cura di Ornella Favero*

Il Riformista, 27 aprile 2024

Dice l’art. 69 dell’Ordinamento Penitenziario che “Il magistrato di sorveglianza vigila sulla organizzazione degli istituti di prevenzione e pena e prospetta al Ministro le esigenze dei vari servizi, con particolare riguardo alla attuazione del trattamento rieducativo”. Ricordo che una persona detenuta che aveva girato molte carceri nella sua lunga esperienza detentiva, allo studente che gli chiedeva quale fosse il carcere dove si stava meglio, aveva risposto senza esitazioni “Quello da cui si esce prima”. Non è una risposta banale: vuol dire che la qualità della vita in galera si misura prima di tutto sulla capacità del carcere di negare sé stesso, costruendo percorsi significativi di accesso alle misure alternative: l’essenza della pena secondo la Costituzione è la sua capacità di riportare nella società le persone che ne sono state “espulse” dopo aver commesso un reato, aiutandole a ricostruirsi una vita decente.

Le misure alternative negli ultimi dieci anni sono più che raddoppiate, ma il numero dei detenuti non è diminuito, nonostante quasi tutti i reati più gravi siano meno frequenti di 10 anni fa. L’impressione che se ne ricava è che le condanne siano diventate progressivamente più severe e che alla fine ci siano più persone che stanno scontando delle pene (dentro e fuori dal carcere): insomma i reati calano o restano stabili, il totale degli anni inflitti aumenta.

È come se tutte queste pene, piuttosto che alternative al carcere, mirassero a restringere ulteriormente la libertà, punendo sempre e comunque comportamenti mal tollerati dalla società, con un prolungamento del tempo della “galera”: al 31 dicembre 2023 ben 22.680 persone avevano un residuo pena sotto i tre anni. Quelle che seguono sono piccole riflessioni di persone detenute, una specie di promemoria per i magistrati di sorveglianza, che dovrebbero essere quelli che si occupano poco del reato e tanto delle persone.

Vigilare sulla vita dei detenuti

Per fare un esempio concreto delle dinamiche interne di questa “macchina infernale” del carcere, voglio accennare a un episodio di qualche mese addietro, dove alcuni di noi si erano accorti di un detenuto di circa 25 anni che stava tentando di togliersi la vita inalando del gas, e poco tempo prima aveva provato con una corda cercando di impiccarsi e fortunatamente fallendo. Dopo l’episodio del gas, il sistema anziché aiutarlo con un sostegno ha pensato bene di sanzionarlo con 15 giorni di isolamento, quindi, a mio parere, con l’uso della forza e della violenza psicologica, anziché utilizzare l’ascolto, un supporto con operatori esperti, una attenzione non distratta a chi soffre. Ai magistrati allora direi: vigilate sulla vita nelle sezioni, non permettete che vengano punite con l’isolamento persone che già stanno male. (Giuliano N.)

Rieducare non all’obbedienza, ma alla consapevolezza

“Più ti farò del male, privandoti di tutto, e più sarai ammaestrato”: sembra questa la regola del carcere, ma una pena scontata male, senza far crescere un senso di responsabilità, di riscatto sociale, non trasformerà il responsabile di un reato in una persona migliore, anzi, lo renderà più selvatico e meno consapevole delle sue azioni. Senza dubbio c’è una buona parte della società che sa poco di questi luoghi, e questo riguarda anche alcuni magistrati di Sorveglianza, che avrebbero il compito di toccare con mano l’emarginazione e l’abbandono che prevalgono qui dentro, e invece è difficile anche che incontrino i detenuti per un colloquio, e finisce che si affidano al fascicolo processuale o alle relazioni che gli fornisce il carcere, come se la persona detenuta restasse perennemente quella del reato, un fascicolo vivente.

È tutta un’altra pena invece quando un magistrato constata con i propri occhi un possibile cambiamento del detenuto, e verifica anche mancanze privazioni illegittime, e si interessa di come il detenuto risponde alla pena, quali effetti ha la carcerazione sulla sua persona, come rivede il reato che gli è contestato e soprattutto se ha acquisito una formazione educativa sufficiente, che gli permetta anche di poter espiare una parte di pena con misure alternative al carcere.

(Raffaele D.)

La recente sentenza della Corte Costituzionale 10/2024 dice che negando alle persone detenute l’intimità degli affetti si rischia di arrivare a una “desertificazione affettiva” che è “l’esatto opposto della risocializzazione”: ecco, i magistrati di sorveglianza hanno oggi la straordinaria possibilità di occuparsi delle vite delle persone detenute nella loro interezza, valutandone i reclami nei confronti di una amministrazione penitenziaria, che ancora non ha cominciato a costruire gli spazi e le occasioni per i colloqui intimi. Spero che non perderanno questa occasione. Da laica, voglio ricordare una affermazione “singolare” di Papa Francesco “La tenerezza è un modo inaspettato di fare Giustizia”. È proprio dai magistrati di sorveglianza che le persone detenute devono aspettarsi uno sguardo mite e attento sui loro affetti, sulla qualità della vita detentiva, sull’accesso a quelle misure alternative che sono fondamentali per un rientro graduale nella società.

*Direttrice di Ristretti Orizzonti