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di Silvana Silvestri

Il Manifesto, 12 febbraio 2026

Nel film di Sergei Loznitsa, da un racconto di Demidov, la repressione preventiva, il tempo passato e presente, una malia da favola horror. Con geometria inesorabile Sergej Loznitsa folgorante documentarista delle tragedie fondative del nostro presente, nel suo lungometraggio “Due Procuratori” evidenzia la mossa di ogni regime: la repressione preventiva. Per tutti gli anni Settanta, quando è stato possibile, e per quanto le maglie della censura hanno permesso, nei film dei paesi dell’est è trapelata qualche traccia del sistema repressivo del periodo staliniano sviluppato in varie forme.

Da quello più palese dei film ungheresi, ai violenti suggerimenti dei film polacchi tra cui il vietatissimo L’Interrogatorio di Ryszard Bugajski, “primo film dei paesi dell’est a parlare delle atrocità commesse dalla polizia durante lo stalinismo” come ci raccontava lui stesso. Suggerimenti, cupe atmosfere, personaggi annientati, narrazioni allusive che hanno reso quelle cinematografie tanto affascinanti, riportavano al periodo dello stalinismo, ma successivamente non che le intimidazioni fossero scomparse, il collaudato sistema continuava in altre forme.

Il film di Loznitsa non allude, ma va dritto al punto, come un avvertimento. È basato su un racconto di Georgij Demidov, ispirato alla sua stessa detenzione, scritto nel 1969 confiscato dal Kgb, restituito alla famiglia dopo la sua morte e pubblicato in Russia solo nel 2009. Arrestato nel 1938, dopo quattordici anni di gulag fu “riabilitato” nel 1958. Esiste un’affinità tra la formazione dello scrittore, fisico nucleare e quella del regista laureato in ingegneria e matematica, esperto di intelligenza artificiale, prima di dedicarsi al cinema. E non è secondario il particolare che sua insegnante negli studi di documentari di San Pietroburgo sia stata Nana Dzordzadze, con la sua eccentrica e particolare dote di umorismo che il regista non manca di spargere sottilmente tra terrore e immersioni nell’animo umano.

Tra ritmo scandito con matematica precisione e una leggera patina da favola horror, una malia letteraria che arriva a spezzare a metà il cammino del protagonista verso il suo destino, accompagna Korneev il “primo” procuratore (interpretato da Aleksandr Aleksandrovich Kuznetsov), giovane recentemente assunto nella lontana provincia di Briansk al confine tra Russia, Ucraina e Bielorussia in missione per controllare se il trattamento dei prigionieri sia rispettoso della costituzione sovietica.

Siamo nel 1937, all’apice del terrore staliniano, come ci ricorda l’incipit. Entriamo in un antro della prigione dove un detenuto deve bruciare in una stufa un cumulo di fogli ben ripiegati a triangolo come aerei lanciati nel nulla, più che messaggi, voci disperate che non giungeranno mai a destinazione, né ai familiari né alle autorità. Ma un residuo di materiale è arrivato nelle mani del giovane procuratore, poche parole inequivocabili scritte col sangue che lo hanno spinto a intervenire con fermezza ed equilibrio dettato dal protocollo, soprabito, cappello e cartella consoni e sempre ben ispezionati perché non vengano a contatto con la polvere inquinata del tempo.

Il portone del commissariato del popolo regionale agli affari interni, il NKVD (Narodnyj Kommissariat Vnoutrennich Dil) che ha il compito di vegliare sulla sicurezza dell’Urss si spalanca per farlo entrare nei suoi labirinti oscuri (come fosse l’ingenuo impiegato immobiliarista alle porte del castello di Dracula) e la sua calma ostinata e la fiducia nella procedura gli permette infine di entrare nella cella del prigioniero politico che era stato suo professore alla facoltà di legge, di cui gli è giunto il disperato messaggio di aiuto. “Ricordo il suo discorso alla facoltà di legge” gli dice, “la legalità sovietica fa parte della grande verità bolscevica e che noi, futuri giuristi avremmo dovuto combattere per questa verità”.

Kornev riesce a farsi aprire la cella nel blocco 5 dei detenuti accusati di crimini controrivoluzionari, come il professore comunista della prima ora ridotto a un morto vivente per le costanti torture inflitte perché si rifiuta di firmare il documento con la confessione della sua colpevolezza.

Il viaggio verso la capitale a incontrare il procuratore generale, il “secondo” procuratore, contiene una cesura narrativa di carattere tra il letterario e l’umoristico, come è nelle corde del regista che accumula elementi fino a farli decomporre dallo spettatore (come ad esempio in Austerlitz): un vecchio soldato della campagna del 1916 racconta ai viaggiatori del vagone affollato la sua storia di mutilato di una gamba e un braccio che, dopo aver cercato di incontrare Lenin per chiedergli un sussidio, ed essere perfino finito in prigione per la sua insistenza, ora è in viaggio per incontrare Stalin con lo stesso obiettivo (“dicono che ha un cuore d’oro”).

Il confronto con il procuratore generale, sarà per Kornev altrettanto macchinoso (e non mancano certo anche qui suggerimenti letterari), mostra una interessante esposizione giuridica fatta di procedure, fiducia assoluta nell’autorità, e ancora di più nell’onestà di cittadino e membro del partito. Loznitsa mette a confronto due tipologie, ognuna a suo modo ottusa, serrata nel suo ruolo, inesorabilmente avviata al suo destino.

Mille sfumature ci sarebbero da cogliere per non cadere in trappola. La raffinatezza del racconto, le pause ritmate, permetteranno di confrontarsi con lo spirito del tempo passato e presente, la forza della burocrazia, la candida fiducia nei principi, i maneggi dei gaglioffi al potere. Nei titoli di coda risuonano le parole del poeta Kornilov: “Il paese si sveglia, è immenso, l’aurora ci attende”.