di Patrizio Gonnella
Il Manifesto, 11 aprile 2026
Due storie di violenza nei confronti di detenuti, due decisioni che vanno in direzione opposta. La Cassazione ha annullato la sentenza nei confronti di dieci agenti di Polizia penitenziaria condannati con rito abbreviato per concorso in tortura per fatti accaduti nel carcere di San Gimignano nel lontano 2018. Il Consiglio superiore della magistratura ha sanzionato disciplinarmente due pubblici ministeri della Procura di Viterbo per non aver dato seguito all’esposto del Garante regionale dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasia, su presunte violenze nel carcere viterbese nei confronti di un detenuto egiziano, poi suicidatosi. Anche qua i fatti risalgono al lontano 2018. In entrambi i casi le storie, complicate dal punto di vista dell’andamento giudiziario, sono ancora aperte.
Partiamo da San Gimignano. La decisione della Cassazione ha riguardato dieci agenti che avevano avuto un ruolo collaterale rispetto alle violenze commesse nei confronti di un detenuto straniero e per questo avevano scelto il rito abbreviato. In primo e secondo grado erano stati condannati per tortura, così come i cinque protagonisti delle violenze brutali per le quali si attende la decisione finale della Corte di cassazione. Non abbiamo le motivazioni della sentenza ma abbiamo letto la requisitoria del sostituto procuratore generale che da un lato critica il modo in cui il legislatore nel 2017 ha definito la tortura, dall’altro minimizza i fatti accaduti, circoscrivendoli a soli quattro minuti di violenze e offese. Ecco invece come sono stati raccontati i fatti dai giudici di primo grado nella sentenza di rito ordinario che riguarda i cinque agenti condannati per tortura e che vedrà probabilmente il suo concludersi in Cassazione entro la fine dell’anno: il detenuto “è stato ripetutamente percosso con molteplici calci inferti in più parti del corpo… è stato poi rialzato a forza e, quindi, lasciato privo di vestiti… ed è stato compresso e schiacciato per più di quaranta secondi dall’imputato X, che con… sadismo ha posto le proprie ginocchia all’altezza della zona sottoscapolare e della schiena del detenuto… tramite il suo soverchiante peso pari a centotrentacinque chili… Poco dopo, con ulteriore brutale violenza, ha subìto una grave torsione ad un braccio… per essere poi violentemente scaraventato… nel reparto isolamento, dove è stato di nuovo percosso da oltre cinque agenti per più di due minuti; infine è stato lì lasciato senza vestiti e con indosso nient’altro che le mutande… Quanto emerso… corrisponde ad un ripugnante e disinvolto esercizio di violenta disumanità e di ostentato disprezzo nei confronti di una persona detenuta, praticato per giunta in assenza… del benché minimo indice o cenno di atteggiamento violento o aggressivo da parte di quella persona”. I giudici parlano di un’aberrante e perversa forma di “pedagogia carceraria”, emersa grazie alle immagini della videosorveglianza. Se non è tortura questa, cosa può essere definita tortura? Aspettiamo adesso la sentenza della Cassazione per i cinque protagonisti dei fatti sopradescritti, anche per non doverci rassegnare di fronte alla considerazione che esistono vittime di serie A e vittime di serie B.
E arriviamo a Viterbo. Hassan Sharaf muore suicida nel carcere della città nel 2018. Il garante aveva da subito presentato un esposto per le violenze subite dal ragazzo prima del gesto suicida. Indagini lente, processi che non partivano, sentenze contraddittorie negli esiti. Finalmente il Csm riconosce che due pubblici ministeri hanno operato “in violazione del dovere generale di diligenza a seguito del deposito dell’esposto da parte del garante per i detenuti del Lazio nel quale venivano riportate le dichiarazioni di diversi detenuti nella casa di reclusione Mammagialla”. Veniva così indebitamente rifiutata l’iscrizione nel registro delle notizie di reato e “si arrecava un indebito vantaggio agli autori delle violenze denunciate e ingiusto danno per le persone offese”. Una decisione di grande rilievo simbolico. In entrambi i casi le vittime sono straniere e in entrambi i processi Antigone è stata parte del procedimento penale. In entrambi i casi ci riserviamo il sacro dovere in una democrazia di criticare o commentare decisioni della magistratura. Infine, va ricordato che la prossima settimana l’Italia sarà sotto le lenti del Comitato Onu contro la tortura.











