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di Grazia Longo

La Stampa, 21 maggio 2023

Due suicidi in carcere in appena due giorni. Il primo, giovedì scorso a Secondigliano, in Campania, il secondo, venerdì, a Ravenna, in Emilia Romagna, ripropongono in modo drammatico la questione di chi si toglie la vita dietro le sbarre.

Dopo l’anno nero del 2022, che con 84 casi - praticamente uno ogni cinque giorni - ha battuto il record dei 72 suicidi del 2009, oggi, per il 2023, siamo a quota 23. “Ogni suicidio è un caso di disperazione a sé” osserva Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale.

E infatti il detenuto di Secondigliano aveva 65 anni, era in attesa di giudizio per associazione mafiosa e aveva già scontato un periodo in prigione e ai domiciliari. Mentre quello di Ravenna, 35 anni, anch’egli morto per impiccagione, era in cella da sole due settimane per violenze e lesioni permanenti nei confronti della compagna. “Nonostante le differenze - prosegue Gonnella - i due episodi vanno inquadrati in un contesto generale di disagio legato a molti fattori.

Servono modifiche radicali affinché la detenzione svolga una funzione rieducativa e non solo sanzionatoria. C’è innanzitutto bisogno di un travaso generazionale per coinvolgere più giovani, in tutti i ruoli, dal direttore e gli agenti penitenziari agli psicologi, educatori e mediatori culturali. La disperazione singola è anonima, serve gente che attivi rapporti diretti con i detenuti”. E inoltre andrebbero rivoluzionati gli spazi: “Devono essere più fruibili, più aperti con maggiori attività. Da quelle scolastiche e universitarie a quelle teatrali e sportive”.

Per non parlare, poi, dell’inadeguatezza delle strutture. “Da uno studio del nostro Osservatorio - prosegue Gonnella - emerge che nel 44% delle carceri ci sono celle senza acqua calda. Sempre per quanto concerne le celle, nel 56% sono senza doccia, nel 10% non funziona il riscaldamento, e nel 9% il wc non è in un ambiente separato dal resto della cella da una porta”.

Il presidente di Antigone conclude con un richiamo ai politici “per utilizzare un linguaggio appropriato. Espressioni come “bisognerebbe buttare la chiave e farli marcire in galera” non favoriscono di sicuro la tutela dei detenuti”.

Aldo Di Giacomo, segretario nazionale del Sindacato polizia penitenziaria evidenzia “le condizioni di difficoltà in cui vivono i detenuti a causa della criminalità diffusa nelle carceri. Dai soprusi fisici e psicologici, allo spaccio di droga: le organizzazioni criminali non agevolano la vita. Per cambiare la realtà non basta aumentare il personale penitenziario, oggi ci sono 57 mila detenuti a fronte di quasi 37 mila agenti, ma occorre potenziare anche l’assistenza psichiatrica.

Nel carcere di Augusta, in Sicilia, alcune settimane fa, sono morti due detenuti per lo sciopero della fame. In fondo anche quella è una forma di suicidio che va arginata”.

Secondo Di Giacomo, inoltre, “anche gli annunci per la costruzione di nuovi padiglioni lasciano il tempo che trovano mentre il ministro Nordio sta pensando al recupero di vecchie caserme, idea non nuova che richiede comunque soldi e tempi non brevi di realizzazione. Questa mattanza silenziosa deve finire con misure e azioni concreti perché lo Stato ha in carico la vita dei detenuti e ne risponde”.

E il Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, chiosa: “Dobbiamo riflettere sul perché ci siano tanti suicidi. È necessario costruire una cultura nuova per cui sanzionare qualcuno con il carcere non significhi farlo sentire espulso dalla società. Servono assolutamente più figure di tipo sociale”.