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di Rosalba Castelletti


La Repubblica, 3 maggio 2021

 

Costretto a lasciare la penisola per la prima volta all'età di sei mesi, ha lottato per il diritto del suo popolo a tornare nella propria terra anche a costo dell'esilio, di sei detenzioni in un Gulag e del più lungo sciopero della fame al mondo: 303 giorni.

Coronato il sogno di rimpatriare nel 1989, si è ritrovato di nuovo bandito per aver condannato l'annessione russa nel 2014: "Vogliono impedire che venga seppellito nella mia patria". "Le persecuzioni subite oggi dai Tatari in Crimea sono peggiori rispetto a quelle dei tempi sovietici", commenta amaro Mustafa Dzhemilev in collegamento Zoom con Repubblica da Kiev a sette anni dall'annessione russa della penisola ucraina.

Costretto a lasciare la Crimea per la prima volta all'età di sei mesi il 20 maggio 1944, quando il regime di Josif Stalin deportò 200mila Tatari dalla loro patria, Dzhemilev, oggi settantottenne, è il presidente del Mejlis, il massimo organismo di rappresentanza della comunità tatara, e ha dedicato tutta la sua vita a lottare per il diritto del suo popolo a tornare nella propria terra. Anche a costo dell'esilio, di sei detenzioni in un Gulag e del più lungo sciopero della fame al mondo: 303 giorni. Coronato il suo sogno di rimpatriare nel 1989 all'età di 45 anni, si è ritrovato di nuovo bandito dalla sua terra: dopo aver condannato l'annessione nel 2014, gli è vietato l'ingresso in territorio russo e in Crimea. "Vogliono impedire che venga seppellito nella mia terra".

 

Signor Dzhemilev, aveva solo sei mesi quando la sua famiglia, come tutti i Tatari, fu deportata dalla Crimea nel 1944 dalle autorità sovietiche. Che cosa vuol dire per un popolo essere allontanati dalla propria terra?

"Fu un tentativo di sterminio riconosciuto come genocidio sia dalla Rada ucraina che dai Parlamenti di altri Stati, tra cui i Paesi baltici e il Canada. Decine di migliaia di tatari furono deportati nei campi di concentramento. Circa il 46 percento della nostra popolazione morì. Furono distrutti tutti i nostri monumenti e persino i cimiteri. Tutti i nomi geografici storici tatari furono sostituiti con quelli russi. La Crimea fu russificata. Sotto Stalin, quando per ogni parola si ammazzava, era impossibile chiedere di rientrare. Ma grazie al disgelo iniziato da Krusciov, abbiamo iniziate a scrivere lettere. Siamo riusciti a rientrare solo mezzo secolo fa pur svolgendo una lotta non violenta".

 

Una lotta che le è costata molteplici arresti e un lunghissimo sciopero della fame...

"Non importa la mia lotta personale, ma quello che è successo dopo l'annessione nel 2014 quando molti Tatari sono stati costretti di nuovo a lasciare la loro terra. Dopo aver lottato per anni per la democrazia e la libertà, ci siamo ritrovati sotto un regime peggiore di quello sovietico. Le autorità esercitano ogni pressione possibile sui Tatari affinché se ne vadano dalla propria patria".

 

Dopo che non ha riconosciuto la legittimità del referendum sull'annessione indetto il 18 marzo 2014, le autorità russe le hanno vietato di rientrare in Crimea, prima per cinque anni, per poi inserirla nella "lista nera" insieme a più di trecento altri cittadini ucraini. Con quale motivazione?

"Non c'è alcun documento ufficiale. Le autorità russe sostengono che io attenti all'integrità territoriale della Russia. Il divieto d'ingresso inizialmente durava fino al 2019, ora il bando è stato prorogato fino al 2034. È evidente che non vivrò così a lungo e che quindi non potrò rientrare nella mia patria. L'obiettivo è chiaro: impedire che venga seppellito in Crimea. Ma la mia convinzione assoluta è che, prima d'allora, non ci saranno più occupanti in Crimea".

 

Nel marzo 2014, circa il 70% dei Tatari di Crimea boicottò il referendum sull'annessione russa della penisola. Quanti sono stati costretti per questo ad abbandonare nuovamente la propria casa?

"Non esistono statistiche precise. Circa 25-30mila persone. In numeri assoluti può non sembrare tanto, ma si tratta del 10 percento della popolazione tatara. Da Kiev invitiamo tutti i nostri

connazionali a non lasciare la terra per la quale abbiamo combattuto così tanto".

 

Un mese dopo il referendum, il presidente russo Vladimir Putin ha riconosciuto il tataro come lingua ufficiale in Crimea, insieme al russo e all'ucraino, e ha firmato un decreto sulla "riabilitazione politica del popolo tataro di Crimea". È servito a qualcosa?

"È la Russia a doversi riabilitare davanti alla comunità internazionale per i suoi crimini. Il decreto sulla riabilitazione non serve a nulla. Non serve a nulla riconoscere l'ingiustizia della deportazione dei Tatari di Crimea, se poi la propaganda anti-tatara nei media russi non fa che rafforzarsi. Oggi i media russi sui Tatari di Crimea scrivono offese che non si leggevano neppure ai tempi di Stalin. Neppure il decreto sulla lingua è efficace. Ufficialmente sono 15 le scuole in lingua tatara, ma la maggior parte delle materie è insegnata in lingua russa. La russificazione è totale".

 

Ci può parlare degli abusi che i Tatari di Crimea hanno iniziato a subire da quando la penisola è stata annessa? Il Mejlis è stato dichiarato un'organizzazione estremista e bandito. Sono in corso procedimenti penali contro i Tatari di Crimea, principalmente per l'appartenenza a Hizb ut-Tahrir, riconosciuta come organizzazione terroristica e bandita. I Tatari di Crimea vengono perquisiti, interrogati e arrestati. Quanti sono i prigionieri politici tatari oggi nelle carceri russe? Che differenza c'è tra le persecuzioni sovietiche e quelle odierne?

"Secondo le statistiche di qualche settimana fa, i prigionieri politici in Crimea sono 119, di cui 87 Tatari. Dal momento che i Tatari sono il 13% della popolazione della penisola, sono l'80% dei prigionieri nelle carceri russe. È importante sottolineare che adesso la gente viene condannata a tempi di reclusione inimmaginabili sotto l'Urss. Io sono stato condannato sei volte in era sovietica, ma il massimo della pena erano tre anni di carcere. Adesso si viene condannati a oltre 15 anni di carcere solo per "sospetta attività terroristica", tra l'altro in mancanza di qualsiasi prova reale. L'ultimo caso clamoroso è quello del cosiddetto "gruppo di Bakchisaraj": sei persone sono state condannate al carcere da 15 a 19 anni per estremismo, solo sulla base di intercettazioni nella moschea di Bakchisaraj e di testimoni che probabilmente erano agenti Fsb. Di recente un giovane tataro è stato condannato a sei anni di reclusione non appena rientrato in Crimea perché aveva fatto parte del battaglione dei volontari tatari dall'altra parte del confine della penisola, benché non avesse mai combattuto".

 

Lei è tra i tre rappresentanti della comunità tatara di Crimea eletti nella nuova Rada nel partito dell'ex presidente Petro Poroshenko. A due anni dall'insediamento di Volodimir Zelenskij, come giudica la sua presidenza?

"Penso che Zelenskij sia una persona onesta e per bene, ma che manchi di esperienza politica. È chiaro che fare il presidente subito dopo aver abbandonato il palcoscenico teatrale non sarà stato facile. Di conseguenza ha commesso qualche errore iniziale soprattutto nei confronti della Russia. Ma di recente ha lanciato la Piattaforma della Crimea con obiettivo la "dis-occupazione" dalla penisola. La Russia continua a ripetere che la Crimea è russa e che non intende liberare la penisola, ma per la comunità internazionale si tratta di un territorio annesso, occupato. L'idea della Piattaforma è riunire i Paesi che si pronunciano contro la presenza russa in Crimea, discutere con loro delle possibili misure da applicare contro la Russia. Abbiamo un proverbio: il potere degli sciacalli esiste solo finché i leoni non si alzano in piedi. È chiaro che tutta la comunità internazionale deve rendersi conto che, se uno Stato si permette di occupare il territorio di un altro Paese sovrano solo perché ha tanti carri armati, bisogna fare di tutto per mandargli un chiaro segnale".

 

Presto si dovrebbe tenere a Kiev il vertice della Piattaforma della Crimea. Chi coinvolgerà?

"Il ministero degli Esteri ha invitato 119 Paesi. Il vertice si terrà nel 30° anniversario dell'indipendenza dell'Ucraina, il 23 agosto. Per noi è importante che partecipino capi di Stato e di governo. Noi Tatari cerchiamo di dare un contributo cercando di coinvolgere i Paesi arabi che si sono astenuti dal condannare l'annessione russa della Crimea. Cerchiamo di spiegare loro che l'Islam prevede la lotta contro le ingiustizie e qui ne è stata commessa chiaramente una".

 

Il neo presidente statunitense Joe Biden ha ribadito che l'annessione della Crimea è illegale. Che cosa vi aspettate dalla sua amministrazione?

"Nutriamo tante speranze su un suo intervento, gliel'ho scritto pure nel mio messaggio di congratulazioni dopo la sua elezione, perché si e più volte pronunciato per il ritiro delle truppe russe e per la punizione dei crimini russi nel territorio ucraino".

 

La Ue continua a rinnovare le sanzioni per condannare l'annessione. Avete chiesto che nomini un rappresentante speciale per la Crimea. Che cosa potrebbe fare di più?

"La Russia sostiene che le sanzioni non le nuocciano. È chiaro che non è così, ma è evidente che non bastino e vadano rafforzate. Mosca rivendica di essere una potenza, ma è una menzogna. il Pil russo è due volte e mezzo minore rispetto a quello dell'Italia, un Paese almeno cinquanta volte più piccolo. D'altro canto la Russia ha un esercito che conta un milione e mezzo di truppe, ma a soldato investe cinque volte di meno rispetto ai Paesi europei".

 

Ha detto più volte che la Crimea sarà presto liberata. Come sarà possibile a sette anni dall'annessione ritornare allo stato precedente?

"Sarà difficile ovviamente, ma Mosca non doveva occupare il territorio di un Paese sovrano e rompere i rapporti con l'Ucraina e con il mondo intero. Purtroppo in Russia in quel momento dominava l'ambizione di Putin, che voleva dimostrare al mondo la sua grande potenza. Una canzone cecena dice più o meno: "Solo un uomo vero, può ammettere di avere torto una volta". Nella dirigenza russa non esistono uomini veri capaci di ammettere di avere torto e di rinunciare a quest'occupazione. Per Putin rinunciare alla Crimea sarebbe un suicidio politico. Finché sarà al potere, non ci aspettiamo nulla, ma presto o tardi anche il suo regime finirà. Magari a causa della resa dei conti interna al Cremlino. O di un'ulteriore disintegrazione dell'impero russo dopo il crollo dell'Urss".