di Claudio Cerasa
Il Foglio, 20 aprile 2026
Come riconoscere un’inchiesta giudiziaria basata su prove documentali da una costruita su giudizi morali. Come difendersi dalle esondazioni di certe procure e dal processo mediatico che ne deriva. Una chiacchierata con Sabino Cassese. Se non siamo riusciti a separare quelle carriere, cerchiamo almeno di separare le altre. Quello che segue non è un semplice articolo di giornale ma è un piccolo manuale difensivo per provare ad avere qualche strumento in più, la mattina, quando aprite un giornale, quando ascoltate un notiziario, quando scorrete una testata online, per capire quando di fronte ai vostri occhi si palesa in modo minaccioso un’inchiesta giudiziaria figlia dell’esondazione di una procura. Viviamo in tempi complessi, lo sappiamo, in tempi in cui le esondazioni della magistratura, nell’indifferenza di milioni di elettori, sono all’ordine del giorno. Viviamo in tempi in cui, nell’indifferenza generale, vi sono magistrati che cercano di esercitare un potere di supplenza sul potere legislativo. Viviamo in tempi in cui i magistrati esercitano un potere di supplenza quando si occupano di immigrazione, uscendo dal proprio recinto, mossi dall’intenzione di conoscere meglio della politica cosa vuol dire paese sicuro e cosa vuol dire paese insicuro.
Lo fanno quando si occupano di politica industriale, permeando di ideologia le proprie iniziative giudiziarie, come è successo in questi anni sul caso Ilva. Lo fanno quando si occupano di banche, aprendo inchieste non sulla base di prove indiziali ma per cercare di trovare qualche reato utile a dimostrare i propri teoremi. Lo fanno quando si occupano di urbanistica, dando vita a inchieste all’interno delle quali le indagini sono costruite più su giudizi morali che su prove documentali. Lo fanno infine quando si occupano dei segreti di stato andando a definire in modo del tutto arbitrario quando un governo ha il diritto di agire in modo poco trasparente per tutelare la sicurezza nazionale e quando invece non può. Ogni giorno, lo sappiamo, le cronache giudiziarie mettono a dura prova il nostro sistema nervoso e ci spingono a chiederci cosa è necessario fare per distinguere la ciccia dal fango, le prove dalla fuffa, la sostanza dall’apparenza.
Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, amico di questo giornale, ha accettato di conversare con noi su questo tema, per aiutare i lettori a capire come si fa a riconoscere un’inchiesta che puzza di marcio da una che invece non emana odori nauseanti. E come si fa a districarsi all’interno di un’altra difficile separazione delle carriere: quella tra cronisti e magistrati.
Il primo punto, dice Cassese, è un punto cruciale: quando un’indagine è fondata su intercettazioni telefoniche - come se altri strumenti di indagine non esistessero - e quando gli intenti morali di un magistrato fanno più notizia delle prove che porta per confutare le sue tesi, di solito quell’inchiesta non promette bene, e quella storia di solito è il frutto di una commistione pericolosa tra magistrati che si sentono autorità morali o giornalisti e giornalisti che si sentono portavoce dei magistrati. Cassese dice che ovviamente è fisiologico, anzi essenziale, per il rispetto dello Stato di diritto, che i giudici intervengano in ogni possibile settore: “Lo Stato di diritto non tollera zone di immunità come quelle che erano determinate una volta dalla cosiddetta teoria dell’atto politico”. Tutti i cittadini, dice Cassese, hanno diritto di difendersi davanti ai giudici e in qualunque settore. Il problema fondamentale, dunque, “non è l’impegno della magistratura, sia dei magistrati dell’accusa, sia dei magistrati giudicanti, in ogni possibile campo: il problema fondamentale è come intervengono”. Cassese invita il lettore che in modo sventurato spesso si ritrova a navigare in un oceano di melma, di sospiri, di intercettazioni, di prove bucate a ricordare che “la Costituzione si è preoccupata di stabilire una separazione tra politica e amministrazione, assicurandosi che non potesse esserci un condizionamento esogeno sulla magistratura: l’ha fatto creando una sorta di direttore generale del personale collettivo, il Consiglio superiore della magistratura, al quale è affidato il compito di assegnare le sedi, di valutare il personale, di decidere le promozioni, e quindi tutta la carriera dei magistrati, per evitare che, attraverso di essi, si potesse influenzare l’esercizio della funzione sia dell’accusa, sia del giudizio”. Cassese ricorda come tra il 1946 e il ‘47, quando fu scritta la Costituzione, “non ci si preoccupò di un altro fenomeno, che si è poi verificato circa quarant’anni dopo, e cioè la politicizzazione endogena, che viene dallo stesso corpo della magistratura, e l’autoinvestitura da parte di singoli magistrati, del ruolo di autorità morali”. Questo porta spesso i magistrati a deviare dal proprio cammino e aiuta a creare “una zona oscura che riguarda specificamente le procure”.
La Costituzione, ricorda ancora Cassese “prevede che vi sia un obbligo di procedere”. In particolare, “l’articolo 112 prevede che il pubblico ministero abbia l’obbligo di esercitare l’azione penale. Ma il problema fondamentale è su quale base esercita l’azione penale: il fatto sul quale deve indagare l’apprende attraverso i giornali, attraverso denunce o in altro modo? Quanto è parte dell’attività per così dire spontanea, e quanto invece è promosso da iniziative o denunce di privati?”. “Il diritto che le procure fanno valere nella società vale innanzitutto per essi stessi. Essi non devono creare diritto, ma debbono interpretarlo e applicarlo: questo è uno dei princìpi fondamentali della separazione dei poteri. I giudici non sono i custodi della moralità pubblica, ma i garanti del rispetto del diritto. Debbono ricordare un’affermazione famosa di uno dei maggiori giudici della Corte suprema americana, secondo la quale ‘non hanno l’ultima parola perché sono infallibili, ma, al contrario, sono infallibili perché hanno l’ultima parola’. E debbono anche aver presente che l’articolo 111 della Costituzione afferma che nel processo penale la legge assicura che la persona accusata venga ‘informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico’. Giudici e quotidiani dovrebbero ricordare anche che la pubblicazione tra virgolette di brani di conversazione tratti da comunicazioni tra cittadini privati è un’invasione nella vita privata delle persone. E dovrebbero anche ricordare che gli eccessivi ritardi nella conclusione dei processi fa sì che gli accusati rimangano per troppo tempo come colpevoli agli occhi dell’opinione pubblica”. Da qualche secolo, ricorda Cassese, si dice che la magistratura deve dar prova di “virtù passive”, perché il suo compito non è di dettare norme, ma di risolvere i conflitti che sorgono sulla base delle norme e deciderli, sempre sulla base delle norme. Questa è una caratteristica principale degli ordinamenti nei quali viviamo. Tutto questo, si dirà, per dire cosa? Per dire che il sistema giudiziario permette ai magistrati di poter trasformare degli atti voluti in atti dovuti grazie a un’obbligatorietà dell’azione penale che ad altro non serve per come è diventata oggi se non a dare alle eventuali iniziative giudiziarie con venature politiche il bollino dell’inattaccabilità: lo abbiamo dovuto fare, non l’abbiamo voluto fare, mentre spesso ciò che si è dovuto fare in realtà lo si è voluto fare. E tutto questo, infine, per dire cosa? Per dire che quando in un’indagine prevale il fine moralizzatore, quando in un’indagine spiccano solo le intercettazioni, quando in un’indagine i teoremi pesano più delle prove, quando i magistrati sembrano voler scrivere le ordinanze più per fare notizia che per accertare un reato, quando in definitiva gli avverbi pesano più degli indizi, gli aggettivi pesano più delle prove, i giudizi tonanti pesano più delle pistole fumanti, avere prudenza non è un modo per essere innocentisti. E’ solo un modo per evitare che la Costituzione più bella del mondo venga schiacciata da un mostro esondante chiamato processo mediatico che dopo la vittoria del No potrebbe trovare ancora più spazio per proliferare.











