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di Tazio Brusasco

volerelaluna.it, 2 agosto 2026

Da qualche mese non entro in carcere come docente: il mio insegnamento si è concluso a fine agosto 2025, quando ho chiesto di rientrare nella scuola di titolarità. Eppure, quel mondo nella mia mente palpita ancora. Penso a chi ho incontrato. Talvolta chiedo aggiornamenti ai colleghi che mi sono succeduti. Telefonate concrete: loro mi interrogano sugli aspetti organizzativi, io mi informo sulle persone con le quali ho trascorso un triennio. Per fortuna, alcune sono uscite. È di loro che vorrei parlare, partendo da tre domande: quanti, a distanza di pochi mesi dal riottenimento della libertà, sono stati effettivamente riammessi alla società civile? quali ostacoli limitano o impediscono il reingresso? fino a quale grado è opportuno che noi educatori seguiamo le loro vicende anche fuori? Sono interrogativi ampi e condivisi, oggetto di studi e riflessioni.

Nella mia esperienza, la risposta alla prima domanda rifulge nitida: nessuno. O quasi. Chi prima aveva una stabilità ha qualche chance in più: l’unico caso positivo che ricordo è quello di un italiano di mezza età, rientrato in famiglia, che ha ripreso la sua attività lavorativa di libero professionista. Tutti gli altri, tutte le altre - mediamente più giovani - sono parcheggiati a casa o in qualche struttura temporanea. Quasi quotidianamente rivolgono anche a noi insegnanti impotenti richieste di aiuto: ambiscono a un lavoro. Tutti. Senza successo.

In merito agli ostacoli, rilevo due tipi di cause: cause esogene, tra cui stigma, scarsa formazione professionalizzante ricevuta prima o durante la detenzione, reti sociali frammentate e deboli; cause endogene, tra le quali spiccano fragilità, povertà e soprattutto le dipendenze. In quest’ultimo, frequentissimo caso, la sensazione perenne è quella di avere costruito sulla sabbia. Le persone che dentro sembravano cambiate, fuori sistematicamente ricadono. Lo intuiamo, lo sappiamo. Anche i più bravi a scuola, ai nostri occhi i candidati più forti al riscatto tramite il lavoro, crollano. Gli anni in carcere mi hanno insegnato che il riscatto dalle dipendenze è impresa quasi insormontabile, anche quando si trova un impiego.

Eppure, sul fronte legislativo, lo Stato si è dotato di uno strumento valido: l’illuminata Legge Smuraglia (legge n. 193/2000), che prevede crediti d’imposta e sgravi contributivi per cooperative e imprese che assumono persone detenute. Si riequilibra così parzialmente il danno dello stigma, rendendole “appetibili” per i datori di lavoro. La legge Smuraglia ha però un limite strutturale che molte voci attente e attive chiedono da tempo di cambiare: tutela infatti solo chi inizia a lavorare quando sta ancora scontando la pena dentro il carcere; non considera invece chi fruisce delle misure alternative alla detenzione (domiciliari, affidamento in prova ai servizi sociali, semilibertà). Peraltro in Italia è maggiore il numero di persone in questo regime che non quelle ristrette nelle carceri (indicativamente 77mila contro 64mila). Ugualmente, andrebbe incentivato l’ingresso nel mondo del lavoro per chi vi accede appena tornato in libertà e incontra le stesse barriere e difficoltà di reinserimento. La conseguenza di questa falla nella rete del reinserimento è che spessissimo chi esce non ha alcuna prospettiva, condizione che spesso prelude a una ricaduta nella devianza, fosse anche solo per motivi di mera sussistenza.

Il terzo interrogativo è quello con le risposte più sfumate e soggettive. Finché lavori dentro e incontri ogni giorno ragazzi e ragazze, scambi e contatti sono ovvi: la pedagogia richiede tempo e presenza. Ma quando escono, sai che la richiesta di aiuto arriverà e a quel punto la scelta è tua. Le risposte estreme sono le più facili da dare, le più difficili da attuare: non puoi aiutare tutti, al contempo non vuoi vedere risucchiate nell’invisibilità persone che hai conosciuto e formato: non ci si può dimenticare degli altri a comando, come quando si spegne un interruttore. A loro manca tutto: una casa, un lavoro, i soldi. Alcuni colleghi hanno nutrito, ospitato, aiutato e io stesso, che inizialmente dichiaravo che il mio lavoro terminava giornalmente non appena varcavo la soglia del penitenziario, mi trovo in questi giorni a bussare alle porte di aziende e cooperative per presentare curricula di alcuni allievi in uscita. In tal senso, almeno una buona notizia: proprio oggi, per la prima volta, un’azienda che si occupa di servizi alla persona ha risposto alla mia mail nella quale proponevo un ragazzo appena liberato: si sono mostrati disponibili e hanno fissato un colloquio conoscitivo. Spero che, almeno per lui, libertà non resti soltanto una parola.