di Barbara Stefanelli
Corriere della Sera, 28 marzo 2026
Durante un incontro in un liceo milanese è stato chiesto da uno studente: “Qual è il punto che ci farà dire accettabile/inaccettabile?”. Difficile dire se esista anche solo una piattaforma - magari una zattera - sulla quale ci potremo riunire per esprimere un giudizio condiviso. Il diritto si è di colpo mutato in una spada impugnata dal più forte in campo. Se il nome di un’operazione militare è un manifesto in due parole, un’intenzione comunicata prima delle bombe (o durante, ormai), allora può aver senso mettere accanto Enduring Freedom, Libertà Duratura, e Epic Fury, Furia Epica. In mezzo ci sono 25 anni di storia - e c’è il nostro spaesamento di queste settimane, che va oltre lo choc della guerra in sé.
Il 7 ottobre 2001, il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld annunciava l’inizio di Operation Enduring Freedom, la campagna in Afghanistan seguita all’11 settembre, cioè la risposta a un attacco terroristico portato al cuore dell’America. La scelta era trasparente: evocava la difesa di un bene collettivo. Il presidente stesso, il repubblicano George W. Bush, sembrò quasi voler chiarire: “Non abbiamo chiesto noi questa missione, ma la porteremo a termine. Difendiamo non solo le nostre preziose libertà, ma anche la libertà di ciascuno di vivere senza paura”. Parlava al mondo, cercava l’unanimità.
Il 28 febbraio 2026, un quarto di secolo o un’epoca intera dopo, Donald Trump, un altro presidente repubblicano, ordinava l’inizio di Operation Epic Fury, un’azione preventiva con obiettivi più o meno condivisi con Israele, l’altro protagonista dell’attacco (annientare l’arsenale nucleare iraniano? Decapitare la leadership per provocare un “regime change” all’interno? Degradare la capacità della Repubblica islamica di colpire attraverso i suoi alleati in Medio Oriente? Tutti e tre?). Il nome è stato subito associato a un videogioco, a un prodotto d’intrattenimento, più che a una missione strategica. Anche il linguaggio usato dai vertici statunitensi è sembrato più da rissa che da politica. Trump, all’inizio: “Stiamo distruggendo le capacità missilistiche dell’Iran, annientando la loro Marina…”. Persino il più ragionante segretario di Stato Marco Rubio è stato rivelatore: “È importante ricordare al popolo americano perché il più grande esercito nella storia è impegnato in questa operazione”. L’America parla a sé stessa, e di sé stessa, tutto il tempo.
Durante un incontro in un liceo milanese dedicato all’Iran, dalla classe si è alzata una mano: “Chi giudicherà come è andata questa guerra? Qual è il punto che ci farà dire accettabile/inaccettabile?”. Già, esisterà “un punto”? Una tribuna super partes? Difficile dire se esista anche solo una piattaforma - magari una zattera - sulla quale ci potremo riunire per esprimere un giudizio condiviso.
Dietro i nomi, Fury contro Freedom, si affaccia una differenza tecnica ancora più profonda che si misura nel grado di legittimità internazionale. Nel 2001, il Consiglio di Sicurezza dell’Onu aveva già condannato gli attacchi dell’11 settembre con le risoluzioni 1368 e 1373. La coalizione militare comprendeva Stati Uniti, Regno Unito, Australia, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Nuova Zelanda, Polonia, Russia, Turchia, oltre a decine di altri Paesi. La Nato invocò per la prima volta l’articolo 5 - “l’attacco a uno è l’attacco a tutti”.
Come siamo messi nel 2026? Il Consiglio di Sicurezza si è riunito su richiesta di Cina e Russia, il Segretario generale Guterres ha “esortato” a un immediato cessate il fuoco. La Francia ha definito l’escalation “pericolosa”. La Nato ha dichiarato la propria non partecipazione: respingendo, per ora, le minacce di Trump. La Spagna, attraverso il premier Sánchez, ha parlato di “un intervento militare ingiustificato, pericoloso” e dichiarato “off” le sue basi. Certo, le grandi manovre diplomatiche - si pensi alla fiala con la prova dell’antrace di Saddam agitata da Colin Powell nel 2003 - erano spesso uno strumento di legittimazione del potere. Ma è vero che adesso quella “fatica” delle trattative non viene neppure pensata o affrontata seriamente. L’Ucraina, tra telefonate e summit, è entrata nel quinto anno di guerra. Il diritto si è di colpo mutato in una spada impugnata dal più forte in campo. A una generazione di studenti che alza le mani rischiamo di non saper indicare quali puntini unire sulle mappe per giudicare come è andata la guerra.










