sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Mauro Magatti

Corriere della Sera, 21 agosto 2022

Questione religiosa e conflitti: dietro al razzismo, il terrorismo, la guerra, c’è l’odio verso il diverso, che riconduce al vecchio ma sempre efficace schema amico/nemico.

Come mai la questione religiosa è così centrale nelle dinamiche della società contemporanea? Qualche giorno fa, a trent’anni di distanza dalla fatwa che lo aveva colpito, Salman Rushdie è stato accoltellato. A dire che la questione del terrorismo islamico è tutt’altro che risolta. Né è possibile dimenticare le parole pronunciate da Kirill, patriarca della Chiesa ortodossa, nel febbraio del 2022: l’attacco all’Ucraina è giustificabile nei termini di una “guerra santa” contro i miscredenti occidentali. Mentre i populismi, che divampano nelle democrazie occidentali, trovano nei gruppi fondamentalisti cristiani, che si oppongono alla “società individualista e senza Dio”, uno dei principali bacini di consenso.

Il ruolo delle religioni nelle vicende storiche si ibrida sempre con le questioni del tempo. E così, anche oggi, sono evidenti le strumentalizzazioni politiche delle grandi tradizioni religiose. Ma ciò dovrebbe farci riflettere ancora di più: come mai oggi i conflitti politici (nazionali e internazionali) fanno così spesso ricorso ai temi religiosi, in apparenza cosi inattuali?

Slavoj Zizek suggerisce che un tale fenomeno abbia a che fare con il vuoto lasciato dalla fine della lotta di classe. Oggi l’enzima più potente per mobilitare le masse e interpretare il risentimento che le attraversa è proprio il mix tra politica e religione. Dietro al razzismo, il terrorismo, la guerra, c’è l’odio verso il diverso, che riconduce al vecchio ma sempre efficace schema amico/nemico.

Torniamo allora alla domanda iniziale: perché in un mondo avanzato la religione diventa così importante? In un frammento del 1921, Walter Benjamin, grande filosofo tedesco, aveva fatto un passo in più rispetto a Max Weber, affermando che il capitalismo moderno non costituisce semplicemente il veicolo attraverso cui la religione cristiana subisce una radicale secolarizzazione. Nel suo affermarsi, il capitalismo (inteso come formazione economica, culturale e politica che caratterizza l’intera modernità) ha la tendenza - scrive Benjamin - a trasformarsi in una vera e propria religione. Ciò in quanto esso prospetta una chiave per la salvezza personale (il benessere) e collettiva (la crescita), promettendo il raggiungimento di mete sempre superiori dal punto di vista dell’evoluzione civile. Una religione, sostiene ancora Benjamin, di “puro culto”, senza dogmi e dall’immediato interesse pratico, e perciò capace di modellare ogni aspetto della vita quotidiana e di strutturare quel senso di colpa essenziale per muovere nel profondo l’agire personale (che Benjamin riferiva al debito, ma che oggi possiamo individuare nel senso di inadeguatezza).

In questo secolo le tendenze già intraviste da Benjamin si sono rafforzate. Da un lato, mediante il processo di globalizzazione: le diverse culture (e religioni) del mondo sono state investite da un ciclone che mette in discussione gli assetti tradizionali. Dall’altro, con il progressivo sganciamento delle società avanzate dalle radici ebraico-cristiane: assistiamo al formarsi di un nuovo sistema valoriale che aspira a sussistere indipendentemente da ogni premessa religiosa. Cosa che si vede, per esempio, a proposito del tema della famiglia eterosessuale che, mentre nella visione tradizionale costituiva la prima cellula della società, nel pensiero contemporaneo è una opzione tra le altre, nell’ipotesi che la vita sociale possa benissimo sussistere anche senza la famiglia.

Le osservazioni di Benjamin ci aiutano a capire più in profondità quello che sta avvenendo. Di sicuro la polarizzazione che si è venuta creare - tanto a livello nazionale che internazionale - attorno ai temi antropologici (con il loro evidente sfondo religioso) ha un’enorme valenza distruttiva. Da una parte, nei gruppi più radicali del pensiero “woke” sembra far capolino l’idea giacobina che si debba far piazza pulita di tutte le incrostazioni che bloccano e ritardano l’affermazione del nuovo ordine delle cose. Tipico è il caso della cancel culture. Col rischio paradossale che in nome della non discriminazione si finisca per discriminare chi la pensa diversamente (a cominciare dai fedeli di una qualche Chiesa).

Dall’altra parte, nei gruppi religiosi più tradizionalisti si coltiva l’idea che ci troviamo davanti a una battaglia finale tra bene e male. Per combattere l’avanzata delle forze “demoniache” ogni mezzo - anche violento - è lecito. È lo spazio per l’irrazionale che si amplia enormemente.

Sminare il terreno è operazione difficile. La responsabilità dell’Occidente - che nella sua storia ha combattuto tutte le forme di dominio religioso - è prima di tutto quella di sostenere - dentro e fuori i propri confini - il pluralismo, vero antidoto a tutte le derive fondamentaliste. Di qualunque matrice siano. Non solo sul piano culturale - con l’investimento nell’educazione, il confronto delle idee, il gusto della critica seria e rispettosa - ma anche su quello istituzionale e sociale. Il pluralismo non è mai semplicemente la somma di tante opzioni individuali, ma l’effetto di una complessa architettura sociale e istituzionale. Sono la ricchezza del tessuto associativo, la libera iniziativa imprenditoriale, il pluralismo religioso, il dialogo interreligioso, la pluralità dei livelli di governo e di governance, la passione per il negoziato e il ruolo delle istituzioni internazionali, il contrasto a ogni tendenza monopolistica nella sfera pubblica a costituire l’eredità più vera dell’Occidente. Un’eredità che aspetta di essere rimessa in gioco in questo delicatissimo frangente storico.