di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 16 giugno 2026
Si può discutere del nuovo reato autonomo di femminicidio senza dire la stessa cosa di Roberto Vannacci. Basta ragionare sui temi senza tabù, per ottenere persino un vantaggio: smascherare il trucchetto logico con cui il generale riesce a solleticare qualche pancia di troppo. Se molti si indignano, infatti, per l’ennesima trovata con cui il nuovo leader ha dominato il week end, qualcuno sussurra: “Sotto sotto ha ragione: perché uccidere una donna dovrebbe essere più grave che uccidere un anziano?”. Ebbene, la risposta è facile: la violenza di genere non è più grave, è semplicemente diversa. Perciò dubitare della via penale come soluzione a un’istanza culturale e sociale non significa negare un fenomeno che invece esiste, eccome. Lo dicono i numeri e le analisi serie, mica la cosiddetta “ideologia woke” a cui Vannacci vuole fare la guerra.
Non a caso sul punto vanno d’accordo pure destra e sinistra, che nel nome del consenso hanno trovato l’intesa sulla battaglia comune a costo di sacrificare qualche timida (e isolata) riserva. Vannacci, da parte sua, non fa di meglio: pur di piazzarsi più a destra della destra a cui fa concorrenza, butta tutto nel calderone e ammazza il ragionamento per semplificazione. Un passo alla volta. Il primo è arrivato con l’ormai celebre intervista da Lilli Gruber, quando il generale ha messo all’indice le quote rosa perché farebbero delle donne una specie protetta da tutelare nel recinto dei panda. Poi il pezzo forte, che Vannacci si era messo via per il battesimo della sua nuova creatura all’assemblea costituente di Futuro nazionale a Roma. “Uomini e donne sono uguali, non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole: non esiste il femminicidio. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”, ci spiega il politico spogliato della divisa. “Una posizione di lavoro la si guadagna in base al merito, non in base a quello che uno ha sotto le mutande, questa è parità. Perché non mettiamo le quote rose per i fabbri o per i muratori e invece le mettiamo per i politici o i dirigenti? Così come c’è la violenza sulle donne c’è quella sugli anziani e non c’è un anzianicidio. Sono contrario al femminicidio, è un omicidio come tutti gli altri. Non c’è bisogno di una fattispecie specifica”, insiste ai microfoni dei giornalisti. Che fiutano la notizia e rilanciano.
Tempo cinque minuti e scoppia la bufera. Arriva una valanga di reazioni, tutte indignate, dal centrosinistra al centrodestra. La senatrice dem Cecilia D’Elia parla di “negazionismo patriarcale”. E così pure Valeria Valente: “Le parole di Vannacci sul femminicidio ci confermano che siamo sulla strada giusta”, dice la senatrice del Pd. Per Fratelli d’Italia risponde Susanna Donatella Campione, componente della commissione Giustizia a Palazzo Madama: “La frequenza con la quale gli uomini uccidono le donne è diventata tale da indurre il legislatore a introdurre nell’ordinamento una fattispecie specifica”. “Negare il femminicidio non è pensiero forte. È nominalismo da caserma travestito da filosofia”, ragiona la deputata di Forza Italia Chiara Tenerini. Per Mara Carfagna di Noi Moderati “un raglio di un asino non cancellerà una battaglia di civiltà”. E non si sottrae alla replica neanche la senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del ddl approvato la scorsa estate all’unanimità. “Il punto non è che la morte di una donna “pesa” più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore. Ecco perché la critica del leader di Futuro nazionale è totalmente fuorviante - dice la presidente della Commissione Giustizia del Senato -. Spero non ci sia nostalgia per il reato previsto fino al 1981, quando venivano concesse attenuanti a chi uccideva una donna per causa d’onore”. Da allora si è fatta parecchia strada in avanti. L’emancipazione femminile ha cancellato le diseguaglianze poste per legge, ottenendo spazi e diritti. Il famoso tetto di cristallo si è infranto. Ma gli uomini continuano ad uccidere le donne per esercitare il proprio dominio. E il femminicidio, secondo studiosi e analisti, si è rivelato nella sua natura più violenta, ovvero come scheggia impazzita di un patriarcato che va in pezzi e cerca miseramente di riaffermarsi sul corpo e sulla libertà delle donne.
Ecco perché si continua a ripetere che la violenza di genere non è un’emergenza ma un fenomeno strutturale, che non basta trattare con la politica criminale. E con la minaccia della pena più dura, l’ergastolo, come fa la nuova legge introducendo nel codice penale l’articolo 577-bis, che punisce chi uccide una donna quando il fatto è commesso come atto di odio o di discriminazione o di prevaricazione, di controllo, di possesso o di dominio. Ma quando mai la prospettiva del carcere ha davvero fermato la mano dell’assassino? “Il panpenalismo è vivo e vegeto e lascia in bocca l’amara consapevolezza dell’arretramento della politica di fronte ai grandi interrogativi della contemporaneità”, scriveva sul Dubbio la penalista Aurora Matteucci. Che come altri avvocati e giuristi criticava la nuova legge per ragioni molto diverse da Vannacci, a cui però continuiamo a dare molta più retta.










