sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Enzo Biagi

La Repubblica, 2 agosto 1983

Nel pieno della gogna mediatica che seguì l’arresto-show nel giugno 1983, Enzi Biagi “osò” mettere in dubbio le accuse contro Enzo Tortora, il conduttore di Portobello in carcere già da un mese e mezzo.

 

Enzo Tortora è in carcere da quasi un mese e mezzo. Un lungo periodo di detenzione è ormai prevedibile, a causa della complessa istruzione di un processo che coinvolge ben 800 imputati. Da più parti, in queste ultime settimane, è sorta una domanda semplice ma terribile: e se Tortora fosse totalmente innocente, vittima di un’oscura vendetta nata all’interno del mondo della criminalità organizzata? Personaggi pubblici hanno testimoniato dell’impegno dimostrato da Tortora in più occasioni contro la camorra, e della veemenza con cui ha denunciato i suoi capi, in particolare in una manifestazione avvenuta in uno dei loro feudi. Potrebbe essere questo lo “sgarro” che sta ora pagando? Sarebbe un ben triste e beffardo rovesciamento delle parti.

Alcuni firmatari di questa lettera conoscono personalmente da molti anni Enzo Tortora e non hanno alcun dubbio sulla sua totale innocenza, proprio per la correttezza e limpidezza dei suoi comportamenti professionali e umani che hanno accompagnato tutta la sua vita. Altri firmatari, pur non conoscendo così bene Tortora, di fronte a questo caso rimangono anch’essi sconcertati e si pongono alcune domande: tutto questo potrebbe accadere a ognuno di noi? È giusto che un cittadino possa essere incarcerato senza immediatamente avere la possibilità di difendersi?

Il segreto che per legge circonda l’indagine della magistratura in questa fase non consente alla difesa di intervenire efficacemente a favore dell’accusato: e ciò le impedisce, tra l’altro, di operare anche a tutela della sua onorabilità.

Per un personaggio pubblico, come è Enzo Tortora, questo rappresenta un aspetto particolarmente grave, dato il grande spazio che la stampa e la Tv hanno dedicato e dedicano alla sua vicenda. Ma è un problema che, naturalmente, riguarda ogni altro accusato. Il caso Tortora, al di là della vicenda personale, sembra porre dunque un problema più generale, che riguarda l’attuale “procedura del silenzio” (e delle illazioni), che molti giuristi hanno già considerato lesiva di certi diritti essenziali del cittadino.

Questa dichiarazione vuole sottolineare la necessità che al diritto processuale italiano vengano apportate urgenti riforme a totale garanzia della dignità e libertà individuale. Invitiamo coloro che la pensano come noi a manifestare il loro pensiero e la loro adesione.

Piero Angela, Giacomo Ascheri, Domenico Bartoli, Silvio Bertoldi, Dino Biondi, Giorgio Bocca, Luigi Compagna, Pio De Berti Gambini, Eduardo De Filippo, Roberto Ducci, Claudio G. Fava, Mario Formenton, Loris Fortuna, Aldo Garosci, Gigi Marsico, Enrico Mattei, Piero Ottone, Massimo Pini, Mario Pogliotti, Mario Raimondo, Michele Tito, Salvatore Valitutti, Umberto Veronesi. Tra i numerosi sottoscrittori dell’appello che si aggiunsero su la Repubblica nei giorni seguenti (dal 4 al 18 agosto 1983): Renzo Arbore, Paolo Battistuzzi, Pippo Baudo, Lello Bersani, Enzo Bettiza, Osvaldo Bevilacqua, Italo Calvino, Vladimiro Caminiti, Pino Caruso, Giuseppe Catalano, Sergio e Nori Corbucci, Maurizio Costanzo, Luciano De Crescenzo, Maria Giovanna Elmi, Massimo Fichera, Giorgio Forattini, Luciano Garibaldi, Pietro Garinei, Antonio Ghirelli, Vittorio Giovanelli, Luca Goldoni, Gianni Granzotto, Carlo Gregoretti, Paolo Martini, Renzo Montagnani, Ennio Morricone, Gino Nebbiolo, Gino Palumbo, Mario Pastore, Miriam Petacci, Gianfranco Piazzesi, Paolo Pillitteri, Nino Pirito, Franco Piro, Guido Quaranta, Samaritana Rattazzi, Carlo Ripa di Meana, Nantas Salvalaggio, Gustavo Selva, Umberto Simonetta, Luigi Veronelli, Bruno Voglino e Ugo Zatterin.

E io difendo Tortora (Enzo Biagi, La Repubblica, 4 agosto 1983)

Signor Presidente della Repubblica, non le sottopongo il caso di un mio collega, ma quello di un cittadino. Non auspico un suo intervento, ma non saprei perdonarmi il silenzio. Vicende come quella che ha portato in carcere Enzo Tortora possono accadere a chiunque. E questo mi fa paura.

Lei è il massimo esponente dell’organo supremo dei Magistrati: e deve sapere. Ho un sincero e profondo rispetto per i giudici che, come i giornalisti, hanno pagato, e pagano, un duro conto con il crimine. Conoscevo Alessandrini, e voglio bene ai figli del dott. Galli. Credo nell’onestà e nel sacrificio di quelli che lottano, a Napoli e ovunque, contro la camorra e la mafia.

Ma ci sono aspetti del “blitz” contro i cutoliani che lasciano perplessi: dalla data, una settimana o poco prima delle elezioni, agli sviluppi. Dalle conferenze- stampa trionfalistiche, alla caccia all’uomo con cineprese al seguito, dal segreto istruttorio largamente violato, al numero degli arrestati e dei dimessi. Su 350, se le cronache sono esatte, 200 sono tornati fuori: ma, hanno detto gli inquirenti, e mi scuso per l’odioso e usatissimo termine che suscita il ricordo di antiche procedure, molti rientreranno in cella. Come dire, che si può sbagliare fino a tre volte: arresto, scarcerazione, altra cattura. Ma qual è la buona?

Tortora è denunciato da un tale Pandico, che fa il suo nome dopo tre interrogatori: guarda caso, un personaggio così popolare non gli viene in mente subito. Le conferme vengono da un certo Barra, conosciuto nell’ambiente come “‘ O animale”: è lui che parla dello “sgarro”, e che fa andar dentro il sindaco D’Antuono, rilasciato poi al trentanovesimo giorno di detenzione per mancanza di indizi. È sempre lui che riferisce della visita a Cutolo dei Gava e dei servizi segreti, per tirare fuori dagli impicci l’amico Cirillo, ma di questa impresa non si discute. Gli avvocati che difendono il presentatore non hanno potuto leggere neppure i verbali degli interrogatori del loro assistito; ci sono periodici che hanno pubblicato i testi delle deposizioni dei due camorristi accusati. Chi glieli ha dati?

Ogni mattina, la stampa ha ricevuto la sua dose di indiscrezioni: Tortora fu iniziato col taglio di una vena, Tortora ha spacciato droga per 80 milioni e non ha consegnato l’incasso, Tortora ha riciclato denaro sporco, Tortora era amico di Turatello: smentisce la madre del bandito, smentisce ed è a disposizione, il suo braccio destro. Nessun segno sui polsi. Ma ci sarebbe la conferma di una “contessa”, che non può testimoniare perché, guarda caso, è morta. C’è la prova che dovrebbe mettere in difficoltà? Tortora: una lettera di Barbaro Domenico per dei centrini andati perduti alla Rai. Esiste un carteggio tenuto dall’ufficio legale della Tv di Stato, ma non significa nulla. Conta, invece, la parola di due assassini.

Poi ci sarebbe l’altro seguace di Cutolo, che messo in libertà avrebbe dovuto far fuori il compare Tortora che ha tradito, tanto è vero che ha scritto il nome dell’autore di “Portobello” nella sua agenda che è come se Oswald avesse segnato sul calendario: “Mercoledì sparare a Kennedy”. È pensabile che i misteriosi tipi che stanno sconvolgendo la nostra vita, per far fuori uno, o per far saltare un’automobile, abbiano bisogno di aspettare che un detenuto torni in circolazione? Si ha l’impressione che, dopo aver messo le manette a Tortora, stiano cercando le ragioni del provvedimento. Ma ecco che arriva il colpo sensazionale: col caldo che imperversa, il dottor Di Persia corre a Milano, perché ha trovato finalmente chi può schiacciare quel finto galantuomo di Tortora.

C’è uno che lo ha visto, nientemeno, consegnare della polvere bianca in cambio di una mazzetta di banconote, a un terzetto di farabutti, ed ha assistito alla scena in compagnia della sua gentile signora. Il dottor Di Persia non si informa sui precedenti del “noto pittore”, che si chiama Giuseppe Margutti, ed è tanto riservato, odia tanto la pubblicità, e dà dello stesso fatto versioni differenti: una ad un redattore di Stop, l’altra al Sostituto Procuratore. Bene, l’artista, che si è fatto denunciare dal Louvre per una mostra delle sue opere non richiesta, che inventa, per andare con una donna, un rapimento, che mette in circolazione francobolli con la sua faccia, che dichiara guerra agli Usa che lo hanno buttato fuori, che immagina un sequestro che non c’è mai stato, che denuncia i critici che non lo capiscono, che si fa incatenare nella Galleria di Milano, che chiama i fotografi per far- si ammirare mentre imbianca i muri sudici dell’asilo di sua figlia è il teste chiave. I giudici di Napoli spiegano poi agli avvocati Dall’Ora, Della Valle e Coppola, tutori di Tortora, che le chiacchiere di Margutti costituiscono “un importante risultato sul piano probatorio”. Signor Presidente, chi risarcirà Tortora di queste calunnie? Col pappagallo, dovrà forse andare a distribuire i pianeti della fortuna? Del resto, visto come va la giustizia, a chi si dovrebbe affidare?