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di Andrea Marcolongo

La Stampa, 27 luglio 2026

È come se, mentre tutto cambia, diventasse sempre più difficile rispondere alla domanda più semplice: perché educhiamo? Non abbiamo mai riposto tante speranze nella scuola. Eppure, non abbiamo mai diffidato tanto di essa. In tutta Europa l’istruzione è diventata uno dei grandi temi del dibattito pubblico. Discutiamo di riforme, di metodi didattici, di tecnologie, di intelligenza artificiale. Ogni nuova proposta promette di risolvere i problemi della scuola, ma finisce quasi sempre per alimentare nuove inquietudini. È come se, mentre tutto cambia, diventasse sempre più difficile rispondere alla domanda più semplice: perché educhiamo? Ho l’impressione che il dibattito sia spesso impostato nei termini sbagliati. Parliamo di programmi, di strumenti, di metodologie, quando la questione decisiva non è tecnica, ma politica nel senso più alto del termine. Ogni democrazia, infatti, è chiamata a rispondere a una domanda essenziale: che cosa ritiene degno di essere trasmesso alla generazione che verrà?

La scuola non trasmette soltanto conoscenze. Ogni educazione racchiude una precisa idea dell’essere umano. Trasmette una lingua, un modo di ragionare, una maniera di abitare il mondo e di riconoscersi negli altri. È lì che impariamo a distinguere un fatto da un’opinione, una dimostrazione da un’affermazione, il dialogo dallo scontro. Per questo la scuola non prepara soltanto a un mestiere: prepara alla vita comune. È forse qui che si manifesta il grande paradosso del nostro tempo. Non abbiamo mai creduto tanto nel potere emancipatore dell’educazione e, nello stesso tempo, non abbiamo mai diffidato tanto dell’istituzione chiamata a renderlo possibile.

La crisi della scuola non è, in fondo, una crisi scolastica. È una crisi della fiducia politica. Una società che smette di credere nel proprio futuro finisce inevitabilmente per dubitare anche dell’istituzione incaricata di prepararlo. René Char ha scritto una delle frasi più belle del Novecento: “La nostra eredità non è preceduta da nessun testamento”. È difficile trovare un’immagine più giusta per descrivere il compito dell’educazione. Nessuna generazione riceve istruzioni sul mondo che dovrà lasciare alla successiva. Ognuna è chiamata a scegliere ciò che ritiene degno di essere trasmesso, confidando che chi verrà dopo saprà accogliere quell’eredità, trasformarla e superarla.

Per molto tempo educare è stata una responsabilità condivisa. La famiglia trasmetteva le prime parole e i primi gesti; biblioteche, associazioni, sport e vita culturale contribuivano, ciascuno a suo modo, alla formazione di una persona. La scuola istruiva, ma non era sola. Oggi quell’equilibrio si è incrinato. Chiediamo alla scuola di ridurre le disuguaglianze, di integrare, di educare alla cittadinanza, al rispetto, alla convivenza, preparando al tempo stesso i giovani a un mondo del lavoro in continua trasformazione. Nessuna di queste richieste è illegittima. Ma tutte insieme finiscono per attribuire alla scuola un compito che nessuna istituzione può assolvere da sola.

Una società che delega alla scuola l’intera responsabilità della trasmissione finisce inevitabilmente per chiederle di sostituirsi alla società stessa. Forse è anche per questo che assistiamo a un rinnovato interesse per le cosiddette pedagogie nuove. Maria Montessori, Rudolf Steiner o Célestin Freinet non tornano al centro del dibattito soltanto per i metodi che hanno elaborato. Ci ricordano qualcosa di più essenziale: ogni pedagogia presuppone una determinata idea dell’essere umano. Prima di domandarci come insegnare, dovremmo chiederci quale persona desideriamo aiutare a crescere. Trasmettere, infatti, non significa conservare intatto il passato. Ogni generazione riceve un mondo che non ha scelto, ma anche la responsabilità di comprenderlo, discuterlo e trasformarlo.

L’intelligenza artificiale non modifica questa missione; la rende ancora più evidente. Se una macchina è capace di rispondere in pochi secondi a quasi ogni domanda, il compito della scuola non consiste più soltanto nel trasmettere risposte. Consiste, oggi più che mai, nel formare persone capaci di porre le domande giuste, di distinguere un fatto da un’opinione, l’informazione dalla conoscenza. Una risposta si può trovare su uno schermo. Il giudizio, invece, si costruisce lentamente, attraverso lo studio, il dialogo e l’esperienza. Per questo educare è, prima di tutto, un atto di fiducia. Significa accettare che i frutti del nostro impegno appartengano, in larga misura, a chi verrà dopo di noi. Nessun insegnante, nessun padre, nessuna madre conoscerà mai fino in fondo la portata di ciò che ha trasmesso. Eppure ogni educazione si fonda proprio su questa fiducia silenziosa. Nei paesi del Mediterraneo sappiamo che chi pianta un ulivo lo fa raramente per sé. Lo fa pensando a coloro che, un giorno, si siederanno alla sua ombra. Educare significa esattamente questo. Il futuro non si improvvisa. Il futuro si eredita.