di Francesco Grignetti
La Stampa, 29 maggio 2024
Oggi il Consiglio dei ministri licenzierà una proposta di legge che rivoluziona la giustizia italiana. La decisione è presa. E di colpo il governo non vede l’ora di correre verso una nuova riforma della Costituzione. Il consiglio dei ministri oggi licenzierà una proposta di legge che rivoluziona la giustizia italiana. Sarà una riforma in tre semplici ma giganteschi passi. Primo, la separazione delle carriere dei magistrati, ovvero concorsi separati dall’inizio e poi così avanti per tutta la carriera. Da una parte i magistrati giudicanti, quelli che emettono sentenze. Dall’altra gli inquirenti, ovvero chi riceve le notizie di reato, conduce le indagini e, quando raggiunga le prove, chiede le condanne. Secondo, sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due Csm, sempre presieduti dal Capo dello Stato: uno per la giudicante, un altro per i pubblici ministeri; il loro compito si circoscriverà a gestire i concorsi e le nomine agli incarichi direttivi e semidirettivi. Terzo, una Alta corte per esaminare i profili disciplinari di tutti magistrati (ordinari, amministrativi e contabili), che non avranno più modo di autogestirsi in autonomia com’è oggi. L’Alta corte sarà formata da nove membri e si tratterà di un organo di tutela giurisdizionale contro i provvedimenti amministrativi assunti dai Consigli superiori della magistratura ordinaria, amministrativa e tributaria. Da notare che di una Alta corte parlava già la Bicamerale di Massimo D’Alema, è stato un cavallo di battaglia di Luciano Violante, il Pd l’aveva proposta nella scorsa e nell’attuale legislatura, ma nella logica di modificare un pezzo per salvare il mosaico complessivo.
Se questa riforma costituzionale andrà in porto sarà davvero una rivoluzione copernicana. È voluta fortissimamente dagli avvocati. È avversata altrettanto fortissimamente dalla magistratura. Tutta la magistratura, nessuna corrente esclusa. È attesissima, poi, da mezzo mondo politico: Forza Italia l’aveva in programma da tanti anni ed anzi era un pallino di Silvio Berlusconi che è morto senza riuscire nel suo intento, la Lega di Matteo Salvini vi si è appassionata da qualche anno (diciamo da quando la materia è seguita da Giulia Bongiorno), da ultimo era anche nel programma del partito di Giorgia Meloni, che se ha tentennato l’ha fatto non per il principio ma per pragmatismo, perché non voleva andare ad uno scontro totale con la magistratura. La separazione delle carriere, inoltre, piace molto anche a Matteo Renzi e a Carlo Calenda. E con i voti dei centristi, in Parlamento la navigazione del progetto di legge sarà molto più agevole che per il premierato.
I magistrati dicono che questa riforma crea un mostro. Il corpo separato dei pubblici ministeri, infatti, anche se non finirà alle direttive dell’Esecutivo come accade in Francia, avrà un immenso potere e non ci sarà il contrappeso di una cultura comune della giurisdizione che li fa sentire tutti uguali, inquirente e giudicante. Proprio questa cultura comune, al contrario, è considerata un male terribile dai garantisti, che vi leggono innanzitutto una commistione inopportuna. E intanto esulta Antonio Tajani, che ha preteso di avere nel carnet del governo una riforma direttamente collegabile al suo partito, al pari del premierato per Fratelli d’Italia o l’Autonomia differenziata per la Lega: “Siamo - dice - finalmente in dirittura d’arrivo per la riforma. Ogni imputato avrà la possibilità di avere l’accusa e la difesa sullo stesso piano”.
Secondo l’Anm, la riforma rischia di intaccare l’autonomia e l’indipendenza della magistratura. Già, perché il diavolo si nasconde nei dettagli. L’attuale Consiglio superiore della magistratura è un potente organo di autogoverno della categoria. Il suo plenum è la sede dove si prendono tutte le decisioni che contano e qui i magistrati eletti dai propri colleghi sono la stragrande maggioranza. Con la riforma e lo sdoppiamento, invece, nei due plenum andranno molti più membri nominati dal Parlamento, cioè dalla politica. E già così si alterano gli equilibri. Ma c’è di più. Mentre i cosiddetti “laici”, espressione della politica, saranno eletti dalle Camere in seduta comune, i “togati”, cioè la quota di magistrati del plenum, saranno scelti per sorteggio. Prevale in questo caso la logica dell’uno vale uno.
Tutto pur di strozzare le deprecate correnti della magistratura. Che sia questo l’obiettivo ultimo, l’ha spiegato Alfredo Mantovano, sottosegretario alla Presidenza, e magistrato di Cassazione prestato alla politica, che ben conosce le dinamiche interne al suo mondo: “La riforma - ha detto in una intervista televisiva su Sky - non riguarda solo la chiusura formale di una separazione che è già nei fatti, ma trarne le conseguenze, permettendo a due Csm di occuparsi di due distinte carriere e provando a ridimensionare il ruolo delle correnti, gli unici veri partiti rimasti sul campo, protagoniste spesso delle carriere dei magistrati”. Inoltre - ha aggiunto - “puntiamo a togliere al Csm la sezione disciplinare e individuare una Corte di giustizia per i magistrati che si occuperà di tutti i magistrati, svincolata dall’appartenenza correntizia”. Ed è appunto questa “appartenenza correntizia” il nemico.










