di Antonio Stango*
La Repubblica, 22 novembre 2021
Un meccanismo abusato dai despoti per perseguitare i dissidenti. L'appello di oltre 60 Ong. Quando ad Istanbul, dal 23 al 25 novembre, i delegati di circa 190 Paesi parteciperanno all'89a Assemblea Generale dell'Interpol, molti di loro potrebbero essere imbarazzati per la proposta di Risoluzione che più di 60 Ong internazionali per i diritti umani, giuristi e altre personalità di primo piano hanno lanciato in questi giorni.
La risoluzione, guidata dalla Federazione Italiana Diritti Umani e dalla Arrested Lawyers Initiative, esprime infatti forte preoccupazione per il continuo abuso dei meccanismi dell'Interpol, quali gli "avvisi rossi", da parte di regimi autoritari e invita fra l'altro a migliorare la trasparenza sulle procedure, rendere più rapidi i ricorsi davanti alla Commissione per il Controllo degli Archivi, istituire un organo di ricorso indipendente contro le sue decisioni, migliorare l'analisi delle richieste presentate da Stati che violano i diritti umani, assicurare un controllo efficace sulla banca dati.
Un "avviso rosso" non è un mandato di cattura internazionale, ma è una richiesta da parte di uno Stato alle forze di polizia di tutto il mondo di individuare e arrestare provvisoriamente una persona in attesa che venga decisa la sua eventuale estradizione. Il problema è che, accanto alle legittime richieste di arresti per reati effettivi e gravi, molti governi negli ultimi anni hanno usato sempre più spesso il sistema (soprattutto da quando, nel 2009, è stato reso più rapido) per perseguitare dissidenti politici ovunque, sulla base di accuse che spesso riguardano improbabili reati finanziari o "vandalismo".
Si tratta di centinaia di casi sui circa 66.370 "avvisi rossi" attualmente effettivi (11.094 emessi nel 2020), di cui poco più di un decimo sono pubblici. In molti casi, la persona oggetto di tale richiesta di arresto non ne è al corrente fino a quando, attraversando un confine, non viene fermata dalla polizia: il che è giustificabile per un criminale internazionale, ma certamente non per chi ha l'unica "colpa" di non essere gradito a un regime per attività forense, articoli o semplici dichiarazioni politiche. Io stesso mi sono occupato negli ultimi anni di diversi casi, riguardanti in particolare Russia, Kazakhstan, Cina, Turchia.
Fra gli altri, quello di una giovane avvocata russa arrestata in Austria con l'accusa palesemente infondata di una "frode" di poche migliaia di euro, ma per la quale la Procura russa formulava un'ipotesi di reato che prevede fino a dieci anni di carcere: in realtà, per avere collaborato con il movimento "Russia aperta", organizzando incontri di formazione per aspiranti candidati indipendenti a elezioni comunali. Altri casi tipici riguardano imprenditori di successo, finiti nella rete degli "avvisi rossi" per avere denunciato atti di corruzione o per avere finanziato movimenti di opposizione.
Una persona innocente può così essere detenuta per molti mesi, avendone anche rovinata la reputazione, spesso distrutta la vita, non per un errore giudiziario (cosa non rara anche nei Paesi democratici), ma per una precisa volontà di persecuzione da parte di un regime.
Sarà necessario un processo, con i suoi tempi e le sue spese legali, per stabilire se la richiesta è politicamente motivata; e se questa sarà la sentenza, una volta liberata quella persona potrà tuttavia essere di nuovo arrestata se entrerà nel territorio di un altro Stato, fino a quando - con un procedimento complesso - l'Interpol non cancelli l'avviso che la riguarda.
L'assemblea di Istanbul dovrà anche procedere all'elezione del nuovo presidente: con il rischio, che chiediamo di scongiurare, che a tale mandato di 4 anni sia eletto il candidato Ahmed Naser al-Raisi, ispettore generale del Ministero dell'Interno degli Emirati Arabi Uniti, accusato da molte ONG di essere responsabile di gravissimi abusi. Tra i firmatari della risoluzione ci sono Freedom House, la Open Dialogue Foundation, il Norwegian Helsinki Committee, la Human Rights Foundation, Bill Browder (leader della Global Magnitsky Justice Campaign), Emma Bonino e il premio Sacharov Lorent Saleh.
*Presidente della Federazione Italiana Diritti Umani









