di Mario Calderini
Il Sole 24 Ore, 22 giugno 2026
Le organizzazioni del sociale emettono i bandi; le fondazioni e la pubblica amministrazione rispondono, candidandosi come beneficiarie competendo tra loro. È un mondo alla rovescia, nel quale le fondazioni e le pubbliche amministrazioni competono per le idee e i progetti generosamente messia disposizione dalle organizzazioni del terzo settore e dell’economia sociale, offrendo umilmente le loro risorse finanziarie o immobiliari. In fondo, qual è la risorsa più importante, meno abbondante e più preziosa, nel rapporto tra politica pubblica, filantropia e innovatori sociali? I soldi o la capacità di risolvere problemi e rispondere ai bisogni?
Certamente la seconda: e dunque, perché mai la risorsa più preziosa dovrebbe competere per quella meno preziosa? È un tema concettuale e valoriale ancor prima che tecnico: riportare la centralità sul valore intangibile del sociale e sottrarre importanza alle risorse finanziarie. Una ridefinizione di ruolo che ha innanzitutto un significato politico, riconfigurando gli assetti di governance territoriale, troppo spesso nelle mani di soggetti politici e filantropici scarsamente rappresentativi. Per convenzione invisibile, le fondazioni e le pubbliche amministrazioni, riparandosi dietro ambigui processi di consultazione delle rappresentanze e degli stakeholder, emettono bandi, definiscono le priorità, stabiliscono i criteri, spesso senza essere i soggetti più informati e competenti su finalità e modalità di soluzione.
Le organizzazioni non profit e le imprese sociali rispondono, si adattano, competono sulla qualità narrativa, comprimono i loro margini all’osso, perdono ogni reale possibilità di esprimere visioni strategiche di medio periodo e di investire in risorse umane e tecnologiche significative. È il meccanismo che ha portato all’impoverimento delle organizzazioni del sociale e che è alla radice del drammatico problema del lavoro povero nel terzo settore. Un fenomeno che, oltre a creare fragilità tra le lavoratrici e i lavoratori del sociale, rende le stesse organizzazioni poco attrattive a giovani, anche molto scolarizzati, che sempre più frequentemente esprimerebbero un orientamento forte a trovare orizzonti professionali nelle cosiddette organizzazioni di senso. Se l’economia sociale deve diventare una reale opzione di politica di sviluppo, allora il primo passo è aiutare i suoi protagonisti a crescere, cambiando radicalmente e definitivamente le condizioni di mercato, le modalità di procurement dei servizi e di assegnazione dei grant, attraverso la promozione dei “bandi al contrario”.
Che rappresentano, naturalmente, una provocazione, ma anche una stella polare di reale cambiamento. Negli ultimi anni, la trust-based philanthropy ha tracciato una strada simile, proponendo un cambio di atteggiamento da parte dei finanziatori, fondamentalmente basato sulla fiducia: erogazioni pluriennali e non vincolate, processi di candidatura semplificati, dialogo aperto e bidirezionale. È un progresso reale che alcune fondazioni italiane stanno adottando con ottimi risultati. Vi sono altresì numerosi riferimenti gestionali e amministrativi di sperimentazione di questa filosofia: il demand-driven procurement nelle politiche industriali, il bilancio partecipativo in ambito pubblico, i modelli di community wealth building anglosassoni in cui le istituzioni rispondono ai bisogni definiti dalle comunità, gli schemi di pay-by-results e il reverse procurement.
Ciò che serve, oggi, è una radicalizzazione di questi approcci e un’applicazione sistematica al mondo della filantropia e delle politiche pubbliche locali. La realizzazione di reali condizioni di concorrenza tra fondazioni e amministrazioni, le modalità di offerta aggregata delle progettualità sociali e le regole amministrative rappresentano ostacoli concreti, ma non insuperabili. Il “bando al contrario” è un’utopia reale con cui rispondere al deficit di immaginazione che da troppo tempo attraversa l’innovazione sociale.










