di Italo Cosentino
sicurezzainternazionale.luiss.it, 19 luglio 2019
Le prigioni ecuadoriane sono fuori controllo. Lo riconoscono le stesse autorità del paese andino che il 15 luglio hanno ampliato per altri 30 giorni lo stato di emergenza nelle carceri del paese, in vigore già da due mesi. Tre rivolte avvenute nelle ultime settimane dimostrano che la situazione è grave. Tra metà maggio e fine giugno dieci detenuti sono morti, due di loro sono stati inceneriti e un altro decapitato di fronte all'impotenza delle forze di sicurezza del paese sudamericano. Il presidente dell'Ecuador, Lenín Moreno, ha decretato il 16 maggio scorso lo stato di emergenza nel sistema carcerario di fronte alla chiara mancanza di infrastrutture e risorse, al sovraffollamento soffocante e alla tensione all'interno dei centri.
Ma quel passo non ha fermato l'ondata di violenza: una settimana dopo due prigionieri che condividevano una cella sono morti, uno sparato e l'altro pugnalato; dieci giorni dopo, uno scontro tra bande ha posto fine alla vita di altre sei persone e, di nuovo, dopo altre due settimane, un alterco ha provocato due morti e 19 feriti, con numerosi detenuti portati in isolamento dopo un intervento della polizia.
A fine giugno il ministro dell'Interno ecuadoriano, María Paula Romo, avrebbe dovuto comparire davanti all'Assemblea nazionale per rendere conto della situazione critica delle prigioni, ma ha invece inviato il suo vice ministro, Patricio Pazmiño. Il numero due di Romo ha esposto le cifre e le ragioni dello stato "caotico" delle 11 carceri nel paese: in appena mezzo anno sono morti 49 prigionieri, dieci in meno rispetto al 2018. 19 sono stati uccisi, nove si sono suicidati e l'ultimo di loro è stato vittima di un omicidio colposo. La maggior parte del problema si concentra nei due centri di riabilitazione sociale della città di Guayaquil, la principale città del paese, sulla costa del Pacifico, dove fino a maggio 14 detenuti sono stati assassinati, 12 in più rispetto a tutto l'anno scorso. L'altro carcere problematico è quello della provincia di Cotopaxi (centro-nord del paese), che per anni ha mantenuto statistiche tra tre e quattro morti violente e quest'anno ha già superato i record precedenti.
Romo è intervenuta in parlamento il 15 luglio. L'esecutivo attribuisce l'alta conflittualità carceraria a uno scontro tra bande organizzate che lottano per il controllo dei padiglioni maschili, approfittando di un alto livello di sovraffollamento, oltre il 40% della capacità massima, e che i numeri delle forze di sicurezza sono insufficienti, sebbene durante i due mesi di stato di emergenza la polizia sia stata autorizzata a mantenere il controllo all'interno delle prigioni e l'esercito è stato inviato all'esterno per evitare tensioni con familiari e visitatori.
"Non abbiamo trascurato la sicurezza dei cittadini, ma a causa dell'attuale situazione è stato necessario assegnare 2.600 agenti di polizia per pacificare le prigioni" - ha giustificato il dipartimento di polizia in una dichiarazione resa pubblica all'inizio di giugno. Gli 11 centri carcerari ecuadoriani hanno la capacità di ospitare 28.500 detenuti, ma ad oggi ospitano 40.006 detenuti, che non hanno sale da pranzo e lamentano le frequenti interruzioni del servizio idrico.
Con la dichiarazione dello stato di emergenza, il governo di Quito ha sbloccato 27 milioni di dollari e ha disposto altre tre misure: richiedere il sostegno ai giudici in modo che non contraddicano le azioni disciplinari che vengono intraprese all'interno del sistema penitenziario, migliorare l'alimentazione di detenuti e tecnologie per prevenire atti di violenza e, infine, riclassificare i detenuti "in base alla loro pericolosità, comportamento e causa per cui sono privati della loro libertà" per ridistribuirli tra le diverse carceri del paese.









