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di Alessandro Fioroni


Il Dubbio, 20 novembre 2021

 

Il presidente Lasso indice lo stato d'emergenza. Ma per i giudici sta abusando dei suoi poteri. Ecuador, città di Guayaquil, provincia del Guayas. È la notte del 13 novembre, dalla prigione del Litoral si alzano colonne di fumo, i cittadini odono spari in continuazione e urla strazianti.

I detenuti stanno bruciando suppellettili ma nell'aria si sparge anche un fumo dall'odore diverso, acre e dolciastro. Cosa sia successo viene scoperto alle prime luci dell'alba quando intervengono almeno novecento agenti per ristabilire l'ordine e le fotoelettriche illuminano una scena dantesca, ad ardere non solo gli oggetti, ma anche corpi umani. Il bilancio della notte di terrore registra la morte di 68 detenuti causata da colpi di armi da fuoco, coltelli e ordigni esplosivi. Un numero grande ma paradossalmente quasi trascurabile se paragonato alle 119 vittime di appena un mese prima nella stessa struttura.

Quella del Litoral è stata dunque solo l'ennesima tragedia che avviene all'interno del sistema penitenziario ecuadoriano che appare evidentemente fuori controllo, tra sovraffollamento, condizioni igieniche e sanitarie disumane e le endemiche ondate violenza.

Tanto che il presidente del paese latinoamericano in carica da appena sei mesi, il banchiere Guillermo Lasso, all'inizio di ottobre ha dichiarato lo stato di emergenza di sessanta giorni nelle città e nelle carceri. La ricetta del presidente, eletto proprio con una campagna che ha toccato le corde della legalità e dell'ordine, è stata quella di armare ancora di più le guardie carcerarie per poter affrontare membri di bande altamente organizzate che imperversano nelle prigioni.

"Non c'è modo che gli agenti che portano solo manganelli combattano le mafie che dispongono persino di droni ed esplosivi" - ha affermato Lasso-. Concretamente lo stato di emergenza significa che possono essere stanziati fondi extra per sedare la violenza all'interno delle prigioni anche con l'impiego di militari che assistono le guardie e la polizia nella messa in sicurezza delle infrastrutture penitenziarie.

Nonostante le misure restrittive (controlli sulle armi, ispezioni, pattuglie 24 ore su 24 e perquisizioni) però sono i dati ufficiali a sottolineare la drammaticità del contesto ecuadoriano, il numero di omicidi nei primi otto mesi di quest'anno è stato infatti il doppio di quello dello stesso periodo dell'anno precedente, per la precisione si parla di 290 morti solo tra i detenuti.

L'Ecuador conta 40mila internati nel suo sistema carcerario, di cui circa 8.500 solo nel Litoral, la struttura più grande del paese sudamericano. Secondo i dati dei servizi penitenziari, le strutture sono sovraffollate del 55 percento oltre la capienza massima a livello nazionale e del 62 percento nella struttura di Guayaquil.

Per far fronte alla congestione dei centri di detenzione è stato annunciato, lo scorso primo ottobre, dai massimi funzionari che fino a 2000 detenuti sarebbero stati graziati, una decisione resa nota da Bolivar Garzon, direttore dell'autorità penitenziaria SNAI, in questo modo dovrebbe essere data la priorità al rilascio delle detenute anziane nonché di quelle con disabilità e malattie terminali. Ma tali misure probabilmente non potranno, se non in parte, ridurre il problema della violenza.

Nelle prigioni infatti sono rinchiusi oltre alle migliaia di poveri e piccoli criminali, soprattutto gli appartenenti ai grandi cartelli della droga che continuano a gestire i lorofloridi affari anche da dietro le sbarre. L'Ecuador infatti è un paese di transito per la cocaina contrabbandata dai vicini Perù e Colombia, un terreno fertile per i potenti cartelli messicani come i Jalisco nueva generacion o gli uomini del potentissimo network di Sinaloa. Sono loro che si spartiscono il mercato e si combattono nelle prigioni per ottenere la supremazia nel narcotraffico. Una guerra feroce, senza esclusione di colpi.

Lo testimonia proprio il recente massacro del Litoral, un gigantesco e sanguinoso regolamento di conti tra bande. Lo scontro infatti sarebbe stato innescato dal rilascio di un boss che ha dato l'occasione per gli appartenenti a una delle due fazioni presenti in prigione di prendere l'assalto dell'ala a della prigione dove era detenuto un clan rivale.

Secondo il governatore della regione di Guyas, Pablo Arose Mena, "dato che una sezione era rimasta senza un capo riconosciuto, altre bande hanno cercato di compiere un massacro totale". Una tecnica usata proprio nei penitenziari messicani con l'uso a scopo terroristico di uccisioni mediante decapitazione. Per il momento ciò che è avvenuto nella Pentenciaria del Litoral ha provocato le dimissioni, non si sa quanto volontarie, del capo dell'autorità carceraria e delle Forze Armate.

A ciò si aggiunge uno scontro tutto politico che vede contrapposto il sistema giudiziario al presidente Lasso, accusato di abusare dei suoi poteri. Quest'ultimo ha attaccato frontalmente i giudici accusandoli di diminuire la capacità dello Stato di combattere la violenza limitando lo stato di emergenza. Ma in questo caso i giudici non hanno fatto altro che applicare la legge e la costituzione per impedire che Lasso istituisse un incontrollato stato di polizia.

Secondo il presidente, al contrario, le sue misure sono legittime: "Il dovere fondamentale dello Stato è garantire la vita dei cittadini, senza discriminazioni. Purtroppo oggi quel lavoro è stato reso impossibile da decisioni giudiziarie che impongono restrizioni esagerate al coordinamento tra le forze di sicurezza dello Stato per difendere la vita". Un'invettiva però che si scontra con una realtà molto più complessa e che emerge dall'analisi compiuta dall' ex direttore dell'intelligence militare, il colonnello Mario Pazmiño.

Il capo dei sevizi segreti ha preferito mettere l'accento sull'alto livello di corruzione degli agenti e dei funzionari delle carceri che permettono ai detenuti più influenti di controllare le strutture intascando "mazzette", una situazione che - come ha spiegato Pazmiño- è "aggravata da un sistema giudiziario inoperante che ha incarcerato molti prigionieri prima della sentenza, portando al sovraffollamento e alla mescolanza di criminali altamente pericolosi con altri accusati di reati minori come furto o uso di droghe".