di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 25 giugno 2022
Un morto e dozzine di feriti. È questo il bilancio del 12esimo giorno di proteste delle popolazioni indigene che nelle scorse ore hanno cercato di assaltare il Parlamento, a Quito, venendo disperse dalla polizia.
Si allarga e s’infittisce la protesta di massa in Ecuador. Almeno centomila indigeni raccolti attorno alla Confederazione delle nazionalità indigene hanno assediato e poi invaso la capitale Quito scontrandosi duramente con la polizia. Si contano almeno un morto e decine di feriti. A morire è stato un giovane nella provincia amazzonica di Puyo. Aveva una profonda ferita alla testa. I suoi amici e compagni dicono che sia stata provocata dal lancio di un candelotto lacrimogeno durante uno dei tanti incidenti con le forze dell’ordine.
La polizia accuse invece gli stessi manifestanti e sostiene che il ragazzo è stato investito dall’esplosione di un ordigno incendiario che avevano lanciato. La mobilitazione dura da dieci giorni ed è legata all’aumento del costo della vita, a quello dei carburanti da trasporto oltre alla carenza di cibo e medicine che assieme al mancato intervento governativo su lavoro, sussidi e riforme previdenziali fanno parte di un pacchetto di richieste che il presidente di destra Guillermo Lasso ha accettato di discutere.
Nonostante una prima, parziale disponibilità al confronto, la potente confederazione ha deciso di continuare la battaglia. Il leader gli indigeni Leonidas Iza ha invitato i manifestanti a non cedere alla violenza e ha guidato ieri un corteo imponente ma allegro e pieno di colori che ha attraversato Quito. L’Esecutivo ha stigmatizzato il rifiuto al confronto. “Per dialogare servono due parti e noi siamo disponibili”, ha dichiarato il ministro del Governo e della gestione della politica interna Francisco Jiménez. Ma Iza ha alzato il tiro e ha ribattuto: “Veniamo per risolvere i problemi ma lo Stato ci accoglie con la violenza”.
L’atmosfera è incandescente e non si vedono spiragli per una soluzione a un conflitto che si è esacerbato. L’intera America Latina vive settimane di forte tensione per l’aumento dei prezzi dei prodotti di base innescato anche per l’inflazione che colpisce senza distinzioni. Gli scontri violentissimi che hanno acceso le notti dell’inizio della settimana avevano spinto il ministro della Difesa Luis Lara a lanciare un drammatico appello. “La democrazia in Ecuador”, aveva detto in tv, “è a serio rischio”.
Per liberare le strade dai blocchi e consentire il trasporto delle merci, il governo decretato lo stato di emergenza in tre province esteso poi ad altre sei. Lara ha criticato l’atteggiamento dei manifestanti sostenendo l’esistenza di “gruppi violenti il cui unico obiettivo è creare panico, attaccando ed estorcendo aziende, istituzioni e autorità”. Ma anche in questo caso aveva reagito il leader degli indigeni rivendicando “il diritto degli ecuadoriani a resistere e lottare”. “Non accetteremo mai”, aveva aggiunto, “di imboccare la strada militare come strategia”.
Il sospetto del presidente è che a gettare benzina sul fuoco ci siano gli uomini di Rafael Correa, l’ex presidente colpito nel 2017 da un mandato di cattura per il presunto rapimento di un avversario politico e poi condannato per corruzione passiva a 8 anni di carcere. Il leader socialdemocratico è riparato da tempo in Belgio ha sempre respinto le accuse che considera politiche e quindi strumentali. Ma non ha mai abbandonato l’idea di tornare nel suo paese e riproporsi come presidente.
Assediati dai manifestanti e in forte difficoltà, il governo di Lasso ha elaborato un documento che contiene quasi tutte le richieste della foltissima comunità indigena non nuova a queste imponenti mobilitazioni. Era già accaduto nel 2019 quando l’intero Ecuador era stato bloccato per 20 giorni, Quito era stata invasa come in questi giorni e solo l’intervento mediatore delle Nazioni Unite era riuscito a ricomporre una frattura pericolosa. Tra le 10 richieste indicate anche nella bozza del governo c’è il congelamento dei prezzi del carburante, l’estensione da parte delle banche dei termini del pagamento dei debiti contratti da quattro milioni di ecuadoriani, il rinvio del piano che estende l’attività estrattiva nelle miniere, il pagamento da parte dello Stato dei contributi per la previdenza sociale. La Confederazione indigena ha deciso di esaminare la proposta del governo. Ma non si fida e mantiene in piedi la protesta con migliaia di manifestanti, molti armati di scudi e di bastoni, che occupano il centro della capitale pronti a difendersi se ci fosse un intervento della polizia. “Vogliamo vedere se esiste davvero la volontà ad aprire un confronto”, ha detto Leonidas Iza. “Ma nell’attesa di un chiaro segnale di disponibilità il blocco non viene revocato”.










