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agenzianova.com, 4 aprile 2022

Un bilancio che potrebbe essere ulteriormente appesantito, ha detto il ministro dell’Interno, Patricio Carillo, pur assicurando che le forze di sicurezza hanno ripreso il controllo del penitenziario della cittadina nella provincia centrale di Azuay.

Sono almeno 20 i morti registrati domenica al termine di scontri nel carcere di Turi, in Ecuador. Un bilancio che potrebbe essere ulteriormente appesantito, ha detto il ministro dell’Interno, Patricio Carillo, pur assicurando che le forze di sicurezza hanno ripreso il controllo del penitenziario della cittadina nella provincia centrale di Azuay. Il ministro, che riportando le segnalazioni dei droni ha riferito dell’ingresso nel carcere di fucili a canna lunga, ha ritenuto infondate le ipotesi di un sovraffollamento della struttura, capace di 2.500 posti e con 1.600 reclusi. Gli scontri, iniziati la mattina di domenica, sarebbero conseguenza di una lotta interna scatenata da un gruppo di narcotrafficanti che puntava ad avere il controllo assoluto delle attività interne al carcere. Le autorità hanno riportati anche il ferimento di almeno altri dieci reclusi di cui cinque in condizioni gravi, mentre il ministro ha segnalato che cinque cadaveri sono stati trovati mutilati in più punti.

L’Ecuador attraversa da mesi una crisi di sicurezza che ha provocato diversi massacri nelle carceri del Paese. Il 2021 si è chiuso con un totale di 331 detenuti morti, in aumento del 587 per cento sul 2020, quando gli omicidi erano stati 52. Il principale teatro di violenti scontri tra bande rivali è il carcere di Guayaquil, importante città costiera del Paese, sempre più al centro delle rotte del narcotraffico. Qui, a fine settembre 2021, si è registrata la strage peggiore di sempre, 119 morti, seguita da un’altra, il 12 novembre, con il bilancio di 68 decessi. Gli scontri di quest’ultima sono stati testimoniati da una raccapricciante diretta video di due ore effettuata da detenuti che chiedevano l’intervento delle autorità. A febbraio 2021, una serie di attacchi simultanei nelle carceri di Latacunga, Guayaquil e Turi, hanno portato alla morte di 79 detenuti, mentre altri 21 morti violente si sono prodotte a metà luglio, a Guayaquil e Latacunga.

Dopo gli incidenti di settembre scorso, il governo del presidente Guillermo Lasso ha disposto uno stato di emergenza, con regole molto severe sulla circolazione e le libertà personali all’interno delle mura. A fine dicembre, decretata la fine dell’emergenza, il governo ha disposto un rafforzamento delle strategie di sicurezza decidendo l’invio, nel rispetto dell’ordinamento, di oltre duemila soldati nel solo carcere di Guayaquil. Il governo ha annunciato che istituirà un sistema di “intelligence” per monitorare la situazione all’interno delle carceri e la contrattazione di 2.600 nuove guardie penitenziarie. Gli ultimi studi riportano infatti la necessità di disporre di almeno 4.000 funzionari nella rete carceraria, contro gli attuali 1.400. Parallelamente l’esecutivo ha istituito una commissione per la Pacificazione delle carceri incaricata di studiare una riforma del sistema.

A metà febbraio, per tentare di alleviare la pressione della popolazione carceraria il presidente Lasso aveva firmato un indulto in favore di condannati per rapina, furto e truffa che abbiano compiuto quote comprese tra il 40 e il 60 per cento della pena. Si tratta del terzo decreto di indulto firmato dal capo dello Stato, dopo quello concesso a condannati per reati stradali e quello alle persone con malattie terminali. Il governo ha contestualmente presentato un nuovo piano di politiche pubbliche per promuovere una “vera riabilitazione sociale” delle persone incarcerate. Una strategia che muove dalla fotografia della popolazione carceraria (il 45 per cento dei detenuti ha famiglia e figli e il 43 per cento ha tra i 18 e i 30 anni), redatta grazie anche al sostegno degli Stati Uniti, della Colombia, dell’Unione europea e dell’ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni unite per i diritti umani.

L’emergenza è anche tema di preoccupazione di diverse agenzie e osservatori internazionali. In un rapporto pubblicato dopo visite compiute a inizio dicembre 2021, la Commissione interamericana per i diritti umani (Cidh) ha segnalato che il “mancato controllo nei penitenziari facilita l’ingresso di droga e armi nei padiglioni”, contribuendo ad aggravare una situazione di “violenze e corruzione senza precedenti all’interno delle carceri”. Tra i problemi strutturali sono stati evidenziati “l’aumento delle pene e dei reati che prevedono la reclusione, la politica in materia di droga, l’uso eccessivo della detenzione preventiva, gli ostacoli legali e amministrativi alla concessione di benefici e grazie, nonché le deplorevoli condizioni di detenzione”. L’agenzia ha confermato che le condizioni nelle carceri dell’Ecuador “sono lontane dagli standard interamericani”. Nell’ultimo rapporto sulle violazioni dei diritti umani, l’organizzazione non governativa Amnesty International ha denunciato il contesto di sovraffollamento, abbandono e mancato rispetto dei diritti umani della popolazione carceraria”.

L’aumento degli omicidi, affermano gli esperti in sicurezza, sarebbe direttamente legato a un mutamento del ruolo dell’Ecuador nel mercato continentale delle droghe. Da semplice Paese di transito, punto di snodo tra Perù e Colombia nonché trampolino marittimo verso Messico e America centrale, l’Ecuador si sarebbe via via trasformato in hub per grandi quantità di merce. In tale contesto si registra un deciso incremento delle operazioni di polizia che portano a smantellare laboratori per la sintesi delle sostanze. Si tratta di dinamiche che incentivano le guerre tra le nuove organizzazioni che si fanno largo in un panorama sbloccato fra l’altro dall’erosione del potere dei grandi cartelli di Messico e Colombia. In tutto il 2021 le autorità hanno denunciato il sequestro di 201 tonnellate di droga, cifra più alta della storia.